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Ogni momento di difficoltà è occasione comunque utile per riflettere su chi siamo, su dove stiamo andando e su dove potremo andare in futuro.Proprio in questi giorni mi tornava alla mente una frase di Aldo Moro, l’Italia è “un paese dalla passionalità intensa e dalle strutture fragili”.

Certamente, dal dopoguerra ad oggi, di sfide il paese ne ha vissute tante: penso alla ricostruzione, al terrorismo, ai terremoti, a Mani pulite, al crollo della Lira e alla recente crisi economica iniziata nel 2007.Per questo ritengo che il paese sia pronto ad affrontare l’attuale emergenza sanitaria, con le sue istituzioni e strutture “fragili”, ma altrettanto non lo sia la popolazione.

L’epoca in cui viviamo nel suo complesso e con le sue difficoltà è fatta di benessere, viaggi low cost, di Booking e smartphone che mal si conciliano con la richiesta di sacrifici e restrizioni.

La generazione dei nostri nonni, consapevole delle sofferenze della guerra e della ricostruzione, non si è mai tirata indietro dinanzi alla responsabilità e al sacrificio, mentre le nuove generazioni non sono pronte a tutto questo.

La chiusura delle scuole, un atto estremo di grande rilevanza nazionale è occasione per andare a giro e non studiare, i locali e la movida in gran parte del paese vivono in una bolla come se non stesse succedendo niente, a Roma alcuni centri commerciali sono strapieni di gente come se si fosse alla viglia di Natale, eppure la realtà è ben diversa. Il paese non sta attraversando una vacanza ma una delle più difficili crisi dal dopoguerra con risvolti ancora incerti.

Ciò non significa che il paese debba allarmarsi e rinchiudersi in casa, ma certamente modificare per il momento i propri stili di vita, prima ancora che ce lo imponga il governo.

L’appello che ha fatto il Presidente della Repubblica mira in questa direzione, ovvero serve responsabilità e collaborazione da parte di tutti i cittadini italiani per evitare che il virus contagi tutto il paese così da generare un collasso sanitario, sociale ed economico.

Le nuove generazioni, quelle che fra qualche anno avranno la gestione del paese sono pertanto chiamate ad un grande atto di responsabilità e amor patrio che è sempre meno diffuso tra i giovani.

Una responsabilità che a tempo debito dovrà investire anche il governo della nazione, responsabile politico nell’aver sottovalutato la situazione nel momento iniziale che poi è quello più delicato.

La sinistra italiana che compone l’esecutivo è la grande imputata e dovrà chiedere scusa al paese per aver ancora una volta messo a rischio la sicurezza dell’Italia.

Nicola Zingaretti, il segretario del PD che adesso è in isolamento e a cui vanno i migliori auguri, qualche settimana fa faceva il simpaticone andando a Milano a fare aperitivi e mangiare pizze con slogan del tipo “Milano non si ferma”. Una mossa irresponsabile e gravissima da chi dovrebbe dare il buon esempio.

Ma ancor più grave è come la sinistra ha affrontato la situazione con la solita ideologizzazione che contamina ogni loro mossa: la quarantena iniziale non era un atto razzista o xenofobo ma la scelta migliore per contenere a livello nazionale ed europeo il virus. Certo, ciò non significava debellarlo in via definitiva, ma quantomeno attuare politiche di difesa e prevenzione. Invece hanno continuato a raccontare al paese che era una “semplice influenza” e tutto era “sotto controllo”.

In conclusione ciò che emerge da questa drammatica vicenda è che mentre il paese viaggiava a rilento sul treno della grande globalizzazione mondiale i tagli alla sanità aumentavano, il sistema sanitario italiano – che continua ad essere una eccellenza – vedeva diminuire posti letto, medici e infermieri, però in alcuni casi si costruivano ospedali fatiscenti e milionari senza adeguato personale e macchinari.

Non è un caso che siamo famosi per le grandi cattedrali del deserto, edificate da Nord a Sud, senza esclusione di colpe e responsabilità della classe politica e amministrativa.

La lezione serva anche per aumentare gli investimenti nel settore della ricerca indispensabile per migliorare le nostre vite e continuare ad avere speranza in un paese e in mondo molto più fragile e indifeso di quello che si possa pensare o percepire.