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Per più di mezzo secolo l’Occidente ha vissuto in uno stato di tranquillità. Anche le crisi economiche che lo colpirono in questo periodo non lo videro mai in ginocchio, nemmeno il terrorismo è riuscito, o riesce, a vincerlo. Certo, furono grossi terremoti ma il fortilizio della vita e della libertà non crollò mai. Tale sentimento, dovuto al sommarsi degli anni di quiete, comporta l’assenza di esperienza al caso critico.

Negli anni che furono era il padre che raccontava la guerra vissuta al proprio figlio, poi il nonno narrava al nipote e il padre annuiva ricordando le vecchie storie. Ora, anche il racconto si sta dissolvendo. Questo grande virus pare abbia un nemico, l’Occidente. È come se gli ricordasse che può morire, che può fallire; una paura lacerante, poiché evoca il limite. La dimenticanza di questa nozione ci costringe alla paura: in realtà non abbiamo timore del virus in sé, ma del limite che questo comporta. Simone Weil, una filosofa francese, diceva che all’Occidente manca un termine fondamentale che esprima la tracotanza, l’abuso, l’eccesso del limite.

Con tutta umiltà vorrei completare il discorso dicendo che nella cultura occidentale è assente il concetto stesso di limite, il quale vive nel giardino dell’oblio, colmo di alberi di loto.

La conseguenza, forse paradossale, è un mondo senza l’illimitato. Non si può esprimere la dismisura senza la misura, come non si può definire l’illimitato senza il limite. Dunque, un mondo voglioso di un eterno eccesso, che non comprende da dove esso inizia, appena troverà un muro, o un vento in contrasto, cadrà pensando di essere davanti alla sua fine. Invece, un mondo in cui è presente l’illimitato, dunque la conoscenza del limite, quando si troverà davanti un qualsiasi muro lo travalicherà sempre poiché in lui esiste l’illimitato.

Hybris, l’abuso del limite, per gli antichi greci significava oltrepassare i limiti imposti dal proprio destino, dalla propria sfera di appartenenza. Era così grave che chi commetteva l’atto di hybris riceveva il castigo divino, Nemesi, la divina vendetta. Eraclito scriveva che nemmeno il sole oltrepasserà le sue misure; conoscere il proprio limite significa comprendere il proprio destino, dimenticarsi di questo significa dimenticarsi dell’altro.

Tuttavia era proprio attraverso la nozione di limite che i greci arrivavano all’illimitato: come scrive Rachel Bespaloff in un saggio che si intitola Sull’Iliade (Adelphi, 2018), nel paragrafo Da Troia a Mosca, sottolinea come la guerra, la quale divora vite, restituisce a queste un’importanza suprema, o meglio, gli eroi «sono pienamente sé stessi solo ad un passo dal non essere più nulla». Ora, non stiamo parlando di guerra, ma di come la morte, il più estremo dei limiti umani, apra la porta dell’eterno, della gloria, dell’illimitato, all’uomo. Insomma, l’illimitato si raggiunge attraverso il limite. Non c’è nulla di più tragico. Il limite è il nostro dolore, la nostra sofferenza.

Non a caso il limite più estremo dell’uomo si traduce con la morte. Detto in altri termini, è con la sofferenza che si arriva all’eterno. Nell’incontro tra Priamo ed Achille ci accorgiamo di questa dolorosa realtà perché insieme comprendono e accettano il tragico segreto dell’esistenza (Gli dei filarono questo per i mortali infelici/ vivere nell’amarezza, essi invece sono senza sofferenze — disse Achille a Priamo). E passando Da Troia a Mosca, come ci suggerisce la filosofa ebrea, quando Pavel A. Florenskij, filosofo, matematico e sacerdote russo, scrive a sui figli, nel suo testamento, «quando avete un peso nell’animo, guardate le stelle o l’azzurro del cielo.

Quando vi sentirete tristi, quando vi offenderanno, quando qualcosa non vi riuscirà, quando la tempesta si scatenerà nel vostro animo, uscite all’aria aperta e intrattenetevi da soli col cielo. Allora la vostra anima troverà la quiete» sta dicendo che è complicato, quasi impossibile, alzare lo sguardo senza sofferenza ma, allo stesso tempo, dice che l’unica cosa che salva è il Cielo.

L’Occidente ha voluto disconoscere questa realtà, puntando tutto sulla ricerca della felicità. Della infima e finta felicità quale punto estremo dell’eccesso, quale distruzione di ogni limite, ma la Storia uccide sempre le grandi menzogne, e la vita è più forte dell’inganno.

La paura che giorno dopo giorno aumenta tra le popolazioni è data dalla scoperta che l’uomo è fragile, e che rimarrà tale. E se, un giorno, dovessimo dire che cosa uscirà dalle macerie di questo terribile virus parleremo probabilmente del senso del limite. Riscoprire il limite significa rivedere l’illimitato. Per crucem ad Lucem

Luca Antonio Coppo