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La maggior parte delle volte in cui si parla di Europa si cade in flautis vocis qualunquisti, che vedono contrapporsi da una parte gli “euroinomani” – per citare Montanari – che non sopportano il minimo confronto su qualsiasi tema riguardi l’Unione e, dall’altra, i “secessionisti” e gli “autarchici” che vedendo nell’Europa l’origine di tutti i mali, bocciando aprioristicamente qualsiasi proposta Europea senza neppure analizzarla. Entrambi giustificano il comportamento dello schieramento opposto alimentando un perenne circolo vizioso che non giova alla credibilità di nessuno, men che mai della cosiddetta “area Sovranista”, la quale non gode dello stesso monopolio culturale della sua controparte.

Sugli “euroinomani” c’è poco da aggiungere: d’altronde c’è un motivo se questa Europa è sempre più vicina ad implodere, con i suoi burocrati, arroccati nei palazzi a Bruxelles, che credono che il popolo si accontenti di croissant, esattamente come fecero altre figure storico-politiche lontane dalla realtà.

Per quanto riguarda i secondi, invece, il discorso deve essere più complesso e articolato: in primo luogo, se l’Italia uscisse dall’Unione Europea con il “no deal” per non mantenere i trattati così come sono – constatando la devastazione dei Paesi Mediterranei, non più come all’epoca di Craxi – le uniche collaborazioni possibili sarebbero con la Russia o con la Cina o con gli USA, il che significherebbe sottostare ad un giogo ancora più pesante.

Dopodiché è necessario ricordare che non sarebbe corretto allora definirsi Sovranisti, dal momento che si rinnegherebbe un’identità comune fra Europa ed Italia – forte di secoli – a favore di mere relazioni commerciali. L’Italia ha sempre giocato un ruolo di primaria importanza in Europa: si veda l’Impero Romano, il Medioevo con Roma centro della Cristianità, con il Rinascimento e perfino nei secoli successivi quando il peso politico era diminuito, l’influenza culturale non è stata mai posta in dubbio, si pensi al diritto romano germanico ancora alla base di quello europeo.

Ora l’Unione vacilla, la gaffe della Lagarde, l’impossibilità e la non volontà di concedere MES e fondi senza condizioni (e quindi senza interessi) nel pieno dell’emergenza sanitaria, mentre a Bergamo servono le camionette dell’esercito per portare via le bare, insieme alla Brexit e alla crisi Greco-Turca, hanno messo finalmente di manifesto tutti limiti della predetta istituzione. Lo hanno capito Cina e Stati Uniti che cercano di sfruttare la situazione per (ri)portare quanti più Paesi, fra cui soprattutto l’Italia, dalla loro parte. Gli aiuti e gli investimenti cinesi da una parte e Defender Europe (la più grande esercitazione Nato dalla fine della guerra fredda in Europa) dall’altra fanno comprendere le mire dell'”Aquila” e del “Dragone”.

Inoltre, la Russia sembra essere rimasta a guardare: Putin ha pronunciato un discorso nel quale si è dichiarato pronto ad accogliere a braccia aperte il Belpaese nel caso di abbandono da parte dell’Europa.

L’importante è, comunque, non cedere alla frustrazione di essere lasciati soli in un momento di difficoltà: bisognerebbe trarre da questa crisi lo stimolo per forgiare una Nuova Europa, di cui rappresentare l’ago della bilancia.

Il rischio è che una volta caduta questa Europa non si riesca a farne sorgere un’altra, influenzati da ricordi negativi di questa, e che si diventi metaforicamente il “campo di battaglia” sul quale dimostrare la propria influenza da parte delle superpotenze.

Il problema di questa Europa è solo uno, ossia l’incapacità di prendere decisioni comuni e di metterle in pratica, si pensi alla mancanza di un esercito comune, da cui poi partono gli altri. Non si possono negare le radici Europee, e citando Tolkien, “le radici profonde non gelano. Dalle ceneri rinascerà un fuoco, l’ombra sprigionerà una scintilla”: è proprio questo ciò che dovrebbe accadere all’Europa, la quale dovrebbe risorgere dalle ceneri imparando dai suoi errori. Questo non vorrebbe dire rinunciare alla totale sovranità, al contrario!

Citando la filosofia di Johaness Althusius, esistono 5 forme di “aggregazione sociale” che vanno dalla famiglia alla Stato, passando per la comunità, la città e la regione. Non accadrebbe nulla, pertanto, se ve ne fosse una sesta che svolgesse il ruolo di arbitro e coordinatore dei vari Stati, mediante la creazione di un nuovo tipo di “patto sociale” più al passo con i tempi, al fine di avere un’Europa unita ed identitaria.