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L’ipotesi di una fine della Storia teorizzata da Francis Fukuyama all’indomani della caduta del muro di Berlino appartiene ormai al passato, la storia stessa si è occupata di smentirla. Tramontate le ideologie comunista e fascista la società neoliberista, eletta come unica sopravvissuta dalla selezione naturale, avrebbe dovuto governare stabilmente il mondo globalizzato ma ha in realtà prodotto l’ennesima crisi.
L’idea liberista di un sistema socio economico regolato dalle leggi del mercato è rimasta però ancora l’unico riferimento nella cultura contemporanea, la società fondata sulla competizione, nonostante il suo fallimento, non trova ad oggi alternative.

Il risveglio di forze di ispirazione tradizionale opposte al libero mercatismo dell’Homo oeconomicus è stata in grado di generare un forte contrasto alle politiche neoliberiste mettendo in dubbio il paradigma dominante ma come insegna T.S. Kuhn, questo non basta, le rivoluzioni di ogni tipo si possono compiere solo proponendo un nuovo paradigma che sostituisca il precedente.

Il futuro della politica apparterrà a chi saprà progettare un programma andando oltre l’emergenza del momento, a chi saprà individuare dei riferimenti diversi da quelli del XX secolo ma affinché questo avvenga è prima necessario prendere consapevolezza che il problema è innanzitutto proprio il paradigma e che non è vero che ad esso non ci siano alternative.

Parafrasando Baudelaire l’ultima astuzia del neoliberismo è far credere di non essere un’ideologia ma una legge di natura, questa operazione culturale ebbe inizio nell’Ottocento incorporando i meccanismi sociali dell’Inghilterra vittoriana nella natura, questa fu la teoria dell’evoluzione per selezione naturale di Charles Darwin.

La teoria darwiniana, per ammissione del suo stesso autore, altro non era che quella socio economica di T.R. Malthus trasferita nella natura, il capitalismo selvaggio e il colonialismo britannico venivano così trasformati in leggi naturali che nessuno avrebbe potuto contestare, la cosa non sfuggì a Marx ed Engels che lo scrissero nella loro corrispondenza privata.

Oggi, a centosessanta anni dalla pubblicazione dell’Origine delle specie, nella coscienza collettiva è passato il concetto che la natura imponga alla società umana la legge della competizione ed è da questo che bisogna partire, riconoscerne l’artificiosità e pensare ad un futuro che non sia la perpetuazione di schemi ripetitivi e autoalimentanti.

Una volta riconosciuto il problema del falso paradigma l’alternativa all’Uomo come animale economico appare più vicina di quanto si possa pensare, il riduzionismo ottocentesco ha solo coperto una verità da sempre riconosciuta: l’Uomo non è riducibile ad un animale.

L’animale politico di Aristotele era nel suo essere “politico” qualcosa che trascende la sola componente animale, il linguaggio è ciò che lo rende capace di fare politica ed è anche la sua caratteristica distintiva e unica nel regno dei viventi.

L’antropologia darwiniana può proporre l’animalizzazione dell’Uomo solo ricorrendo alla negazione di un’evidenza conosciuta, senza soluzioni di continuità, dalla Grecia di Aristotele alle più recenti ricerche scientifiche, l’alternativa dunque non deve neanche essere proposta ma solo riscoperta.

Questa è la teoria del Quarto Dominio, non è una visione che segue quella riduzionista ottocentesca sostituendola con una successiva ma un’operazione che la rimuove portando allo scoperto quello che essa aveva nascosto, in questo è qualcosa di originario e nuovo al tempo stesso.

Il Quarto Dominio è una classificazione dei viventi che prende in considerazione il ruolo centrale del linguaggio, del logos, istituendo una categoria a parte al livello di Dominio.

È il cambio di paradigma a cui prima o poi dovrà fare necessariamente riferimento chiunque vorrà andare oltre il paradigma neoliberista.

Enzo Pennetta