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Salario minimo questo sconosciuto! Almeno così sembra scorrendo le pagine del dibattito nazionale sul tema. Idee, proposte e considerazioni viziate, sin dall’inizio, dal solito atavico pregiudizio ideologico condito con faziosità e partigianeria, ingredienti di un mix letale che ha completamente sviato il significato e il senso dell’introduzione di questo strumento nel nostro ordinamento. Contrariamente a quanto creduto da un numero consistente di soggetti eletti nell’organo legislativo nazionale, il Parlamento, la determinazione del salario minimo non è un intervento centralista e dirigista e non muove dalla volontà di aumentare per legge le retribuzioni, bensì dall’assunto di fondo di riconoscere per legge quel minimo sotto il quale non si può scendere per garantire “a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa”, come recita l’articolo 36 della nostra carta costituzionale. Si comprende quindi con facilità che le due impostazioni di fondo conducano su due sentieri completamente divergenti e culturalmente opposti.

Seguendo la strada del “salario massimo”, ossia il salario minimo per aumentare le retribuzioni, si rischia di svilire il ruolo centrale della contrattazione collettiva nazionale e proporre retribuzioni minime insostenibili se commisurate a due delle variabili che nell’economia reale determinano il costo delle prestazioni: la produttività del lavoro e l’andamento economico generale dal quale discende la capacità delle imprese di fare profitto e creare occupazione. Non tenere conto di queste variabili significherebbe far gravare sulle imprese un costo insostenibile con il rischio di produrre una riduzione della competitività, degli utili e dell’occupazione, se non generare un aumento dei prezzi, scaricando sulla società il costo di un errore di valutazione.

La povertà non si sconfigge per legge ma si combatte principalmente lavorando sul cuore degli uomini, valorizzando la naturale capacità relazionale ed incentivando la cultura del dono e della reciprocità. Il legislatore può fornire strumenti, creare le condizioni ma sarà sempre “la capacità di bene” dei corpi intermedi, delle comunità, delle persone a costruire un contesto sociale e solidale atto a contrarre gli spazi di povertà e sfruttamento. Questa capacità va incentivata!
Il salario minimo è presente in moltissimi paesi occidentali e in ventidue dei ventotto membri dell’Unione. A ben guardare non è presente nelle nazioni a forte vocazione centralistica e caratterizzate da un oligopolio nelle relazioni sindacali. Queste nazioni, in cui vige il cosiddetto sistema neocorporativo di relazioni industriali e sindacali, sono esattamente agli antipodi del modello pluralista liberale di matrice anglosassone, dove vige la libertà di contrattazione individuale o collettiva, e a metà strada con il nostro modello che, se originariamente si avvicinava al primo, è oggi invece un modello di pluralismo bilanciato su cui lavorare.

In Italia infatti la mancata applicazione della seconda parte dell’articolo 39 della Costituzione sulla forma giuridica dei sindacati(figlio di un compromesso tra le diverse culture politiche che animavano l’Assemblea costituente), lo sviluppo di nuove organizzazioni sindacali e datoriali, il coraggio di alcune grandi singole aziende (FIAT) e/o di gruppi organizzati ed associati di imprenditori unito al coraggio di un rinnovato sindacalismo dei lavoratori meno conflittuale e più partecipativo hanno generato lo sviluppo di una pluralità di contratti collettivi.
Tale evoluzione, nello spirito dell’articolo 39 primo comma della Costituzione (L’organizzazione sindacale è libera), potrebbe rappresentare non solo un’interessante opportunità per l’economia nazionale ma anche un precedente su cui costruire il futuro assetto istituzionale europeo riguardo alle relazioni sindacali ed al mondo del lavoro. D’altra parte è fuor di dubbio che il pluralismo e la vivacità sindacale di questi anni hanno giovato, non solo alle storiche organizzazioni di rappresentanza ponendole di fronte alla necessità di rinnovarsi, ma soprattutto hanno contribuito alla creazione di istituti innovativi introdotti nei contratti colletti nazionali, tra cui il welfare contrattuale, la valorizzazione della produttività del lavoro e del merito, incentivi alla contrattazione di secondo livello, interessanti strumenti di compartecipazione dei lavoratori dipendenti.

Possiamo dire, senza tema di smentita, che se da una parte il legislatore ha introdotto leggi che incentivassero questi nuovi istituti, dall’altro il pluralismo contrattuale è stato sicuramente il volano attraverso il quale i medesimi istituti hanno trovato applicazione concreta. Questo pluralismo troverebbe la sua valorizzazione in due interventi legislativi ulteriori: una norma che introduca il “giusto salario minimo” e una che determini in maniera univoca e democratica “il grado effettivo di rappresentatività delle organizzazioni sindacali dei lavoratori”. Due norme distinte che abbiano come finalità non quella di difendere gli interessi dell’oligopolio sindacale attuale ma quella di garantire la crescita di un modello incentrato sulla pluralità dei contratti e degli attori in gioco.

In conclusione il salario minimo ha senso solo se consente di liberare le energie e le capacità negoziali delle parti garantendo il minimo sotto il quale non si può andare, un minimo equilibrato intorno al 45-55% del salario mediano, lasciando libere le organizzazioni sindacali e datoriali, le aziende ed i lavoratori, di determinare il resto dei contenuti, nel rispetto delle leggi, del mercato, della produttività e prima di tutto della dignità della persona.
Il modello che immagino prevede quindi la determinazione per legge dei minimi inderogabili per retribuzione e diritti ed un’ampia facoltà negoziale delle parti, che parta sicuramente dai Contratti Collettivi Nazionali, che si sviluppi però principalmente attraverso la contrattazione aziendale dando forza alle più ampie forme di partecipazione dei lavoratori all’impresa trovando così applicazione un altro articolo disatteso della nostra Costituzione, il 46 che vale la pena riportare per intero:

“Ai fini dell’elevazione economica e sociale del lavoro e in armonia con le esigenze della produzione, la Repubblica riconosce il diritto dei lavoratori a collaborare, nei modi e nei limiti stabiliti dalla legge, alla gestione delle aziende”. Questo nuovo modello che potremmo chiamare del “pluralismo partecipativo” potrebbe rappresentare un’opportunità per l’Europa tutta, un modello italiano ma europeo, il giusto equilibrio tra il rinnovamento e la tradizione, la pietra angolare sulla quale costruire la nuova economia solidale di mercato, creando le basi per un nuovo paradigma.
Si potrà continuare a coltivare il sogno di un’Europa unita e forte, si potrà immaginare anche un’Europa socialmente avanzata con un salario minimo uguale in ogni paese membro, per farlo però non bisogna perdere di vista dove siamo ora. Con salari minimi che oscillano tra le poche centinaia di euro dei paesi più deboli e i quasi 2000 euro di quelli più forti, pensare di unificarlo è pura follia. Al contrario però, cambiando paradigma, mettendo al centro del processo di integrazione veramente le politiche di coesione, superando gli egoismi e le prepotenze delle nazioni più forti, tendendo la mano ai più deboli, accorciando le distanze e facendo prevalere il progetto politico, saremo anche nelle condizioni di indicare un’altra rotta, di scrivere una storia nuova. La storia di un’Europa capace di costruire la casa comune nel rispetto delle diversità nazionali, riscoprendo le comuni radici e la sua naturale attitudine ad essere al centro del mondo e dei suoi cambiamenti. Solo quest’Europa sarà in grado di vincere le sfide della competizione globale, di non rimanere schiacciata tra USA e Cina, di vincere la sfida non solo economica ma antropologica e culturale che incombe sull’umanità, la sfida che ci pone avanti l’incedere pressante dell’intelligenza artificiale e la necessità di radicare un “umanesimo tecnologico” che faccia prevalere la ragione e il buon senso.

Restiamo umani… veramente!