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Ci siamo quasi. Domenica 20 e lunedì 21 settembre gli italiani sono chiamati ad esprimersi sulla riduzione di oltre un terzo dei parlamentari, approvata in seconda deliberazione alla Camera dei deputati grazie al concorso di tutte le forze politiche ad esclusione di radicali, UDC, alcuni esponenti di Forza Italia e del gruppo misto. La legge di revisione costituzionale modifica gli articoli 56, 57 e 59 della Costituzione in materia di composizione della Camera e del Senato, portando i deputati dagli attuali 630 a 400 e i senatori dagli attuali 315 a 200. Con la modifica dell’art. 59 viene poi recepita l’interpretazione restrittiva per la nomina dei senatori a vita da parte del Presidente della Repubblica: sulla base di questa interpretazione la nomina dei senatori a vita spetta al Presidente in qualità di organo costituzionale e non di persona fisica, pertanto il numero dei senatori a vita in carica non può mai essere superiore a cinque. Salvo gli scostamenti di Pertini e Cossiga, tutti gli altri Capi dello Stato hanno adottato questa interpretazione che ora, per evidenti ragioni legate alla riduzione del numero dei senatori elettivi, viene recepita direttamente in Costituzione. Illustrerò di seguito le ragioni per cui, dal mio punto di vista, vale le pena opporsi a questa riforma e votare NO al referendum inizialmente previsto per il 29 marzo e poi rinviato a causa del lockdown:

1) Non è vero che l’Italia ha più parlamentari degli altri paesi europei. Nessuno Stato membro dell’Ue ha un rapporto tra rappresentanti e rappresentati così alto come lo avrebbe l’Italia con la riduzione dei parlamentari. Per intenderci la Camera bassa più ‘piccola’ è quella spagnola con 350 deputati, uno ogni 133mila abitanti. Con una Camera dei deputati ridotta a 400 membri si avrebbe un deputato ogni 151mila abitanti;

2) Non sono stati aboliti i senatori a vita, ma la riforma si limita a fissare il numero massimo di cinque senatori a vita in carica (è sempre stato così salvo tra il 1984 e il 1992 a causa della diversa interpretazione data dai Presidenti Pertini e Cossiga). L’istituto dei senatori a vita è un residuo ottocentesco del Senato di nomina regia e non si comprende la necessità di mantenerlo in vita, dal momento che cinque senatori non elettivi su 200 senatori totali incidono in proporzione molto di più che sui 315 attuali;

3) Con una riduzione di oltre un terzo non si può assicurare il rispetto del principio di rappresentanza proporzionale dei gruppi nelle Commissioni. A meno che non si decida di ridurre anche il numero delle Commissioni permanenti previste nei regolamenti parlamentari (sono 14 sia alla Camera sia al Senato), sarà impossibile assicurare la proporzionalità tra i vari gruppi, il rapporto tra maggioranza e opposizione ma soprattutto il divieto di contestuale appartenenza a più Commissioni permanenti. Si rischia di peggiorare sensibilmente la qualità del lavoro perché diventerebbe insostenibile seguire l’attività di più commissioni permanenti, considerando che già oggi un parlamentare di regola è anche membro di almeno una commissione straordinaria e magari pure di una giunta;

4) L’incidenza sul taglio della spesa pubblica è pressoché nulla. A fronte di una spesa primaria, al netto degli interessi sul debito, di 775 miliardi di euro all’anno, il Parlamento costa complessivamente un miliardo e mezzo ovvero lo 0,2% della spesa pubblica totale. Di questi miliardo e mezzo la spesa per le indennità, i rimborsi dei parlamentari e i rimborsi ai gruppi ammonta complessivamente a 277 milioni di euro, il resto se ne va tra spese previdenziali (pensioni di ex parlamentari ed ex funzionari) e retribuzioni del personale amministrativo. Ridurre di un terzo il numero di parlamentari significa quindi risparmiare meno di 100 milioni di euro l’anno: un’inezia nel bilancio dello Stato;

5) Alla crisi della rappresentanza si risponde sul piano della qualità, non della quantità. Pensare di risolvere problemi estremamente complessi come il modello di rappresentanza parlamentare, il generale distacco dalla politica e dal sistema dei partiti, con la logica della forbice è puerile nel migliore dei casi, pura demagogia nel peggiore. Va aperto un dibattito serio sul bicameralismo e domandarsi ad esempio se la democrazia italiana sia abbastanza matura per accogliere elementi di integrazione della rappresentanza, passando da un bicameralismo omogeneo e simmetrico ad uno disomogeneo e asimmetrico. O magari optare per un monocameralismo, che poi è l’intento nascosto di simili iniziative costituzionali.

Vale la pena dare un’occhiata anche alle altre proposte di revisione costituzionale di questa legislatura, come quella già approvata dalla Camera in prima lettura che equipara l’elettorato attivo e passivo delle due Camere: 18 anni per eleggere e 25 anni per essere eletto. Si supererebbe così l’unica significativa differenza sotto il profilo della composizione tra i due rami del Parlamento, avvicinandosi ad un modello monocamerale bicefalo composto di due Camere identiche per composizione e funzioni, composte da pochi membri (specialmente il Senato). La questione di fondo dietro alla riduzione dei parlamentari è presto detta: vogliamo andare verso un Parlamento monocamerale oppure pensare seriamente ad una riforma della rappresentanza politica partendo dal Senato? Faccio rispondere una voce ben più autorevole della mia, quella di Massimo Severo Giannini, un maestro del diritto pubblico e amministrativo tra i più grandi del Novecento. In occasione del congresso del Partito socialista in preparazione dei lavori dell’Assemblea Costituente presentò un’importante Relazione sullo Stato repubblicano, esprimendosi a favore del monocameralismo perché la camera alta o Senato si era rivelata un’esperienza fallimentare “in tutti i casi in cui non è stata rappresentativa di determinati gruppi o interessi politici”. E concluse: “Sembra quindi che nella futura Costituzione italiana la seconda Camera non avrebbe alcuna pratica funzione, e non si vede come e che cosa essa possa rappresentare. Solo in un caso essa potrebbe avere un significato, ed è quello che appartiene a un più perfetto stadio di democrazia, per ora irrealizzabile, prospettato dal compagno Adriano Olivetti.” Olivetti come il costituente democristiano Mortati avevano in mente un Senato corporativo, espressione degli interessi concreti delle categorie sociali e produttive. La proposta Mortati fu anche approvata nella Commissione dei 75 ed era parte integrante del progetto di Costituzione presentato in aula ma poi bocciato per il veto comunista. Ripartire da qui, da una riforma delle istituzioni politiche e democratiche in senso comunitario, coinvolgere direttamente nel processo legislativo i corpi sociali, associazioni, sindacati, imprese, istituti universitari, è l’unica soluzione alla grave crisi della rappresentanza politica in Italia. I tagli lineari invece hanno già fatto abbastanza danni al nostro sistema di welfare, non facciamo del male anche al Parlamento della Repubblica!