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Negli ultimi decenni, soprattutto negli ambienti legati alla sinistra, si sta diffondendo, con una certa rapidità, l’idea che il Cristianesimo sia, nel suo nucleo, marcatamente anticapitalista. Questo sarebbe dovuto, secondo coloro che avvallano tale tesi, all’identità stessa del fondatore, Gesù di Nazaret, poiché egli, affermano, fu senza dubbio il primo rivoluzionario marxista della storia. Di conseguenza, la Chiesa non avrebbe altra scelta se non quella di sostenere il sistema economico di stampo socialista, poiché, tra i modelli attuali, risulterebbe il più vicino a quanto essa predica.

Di fronte a queste dichiarazioni bisogna convenire che, se non del tutto prive di fondamento, esse sono, almeno, frutto di forzature ideologiche e non curanti della millenaria tradizione cattolica.

Innanzitutto, l’immagine di Gesù che fuma un cubano intonando canti sovietici è tanto assurda che non varrebbe nemmeno la pena di commentarla. Tuttavia, servendosi degli studi del prof. Bozza, esperto di Dottrina Sociale della Chiesa (da qui in poi DSC), è giusto fissare alcuni punti fermi per non cadere più in errori così grossolani.

Colui che per i cristiani è il Figlio di Dio cambiò sì la storia dell’umanità intera, ma non lo fece presentandosi in veste di riformatore delle strutture sociali. Egli si trovò pienamente immerso nelle realtà sociali del suo tempo e, perlomeno inizialmente, visse questa circostanza in modo ordinario: fu un professionista, un falegname e si sostentò grazie al proprio lavoro.

Durante il suo ministero non svolse un’attività di predicazione direttamente tecnica o specificatamente politica, ma i suoi obiettivi primari furono sempre di ordine morale e religioso. Seppur il messaggio di Gesù ha avuto e continua ad avere una forte incidenza reale nella vita sociale, egli non considerò mai se stesso come un risolutore di problemi sociali, ma si spese totalmente, fino al sacrificio, per la salvezza degli uomini.

Per quanto riguarda la Chiesa va respinto senza indugio ogni tentativo di identificazione tra quest’antica istituzione e l’ideologia socialista. La nascita della DSC nel 1891, anno di pubblicazione dell’enciclica Rerum Novarum di Leone XIII, ribadì la condanna, già sentenziata da Pio IX, del marxismo.

Il pontefice, in particolare, contestò la pretesa del socialismo di abolire la proprietà privata per convertirla in proprietà collettiva: «i socialisti […] pretendono si debba abolire la proprietà, e far di tutti i particolari patrimoni un patrimonio comune, da amministrarsi per mezzo del municipio e dello stato. […]. Ma questa via, […] non fa che danneggiare gli stessi operai, ed è inoltre ingiusta per molti motivi, giacché manomette i diritti dei legittimi proprietari, altera le competenze degli uffici dello Stato, e scompiglia tutto l’ordine sociale» (RN n.3).

Successivamente, le posizioni del Magistero non registrarono cambi di rotta: Pio XI, nel 1931, confermò l’operato dei suoi predecessori attraverso l’enciclica Quadragesimo anno; lo stesso fece Pio XII che nel 1949 arrivò a promulgare il celebre decreto di scomunica nei confronti di coloro che si dicevano seguaci di questa ideologia materialista; Giovanni Paolo II dedicò gran parte del suo pontificato a una dura lotta contro il blocco sovietico governato da quella che egli stesso definì  «una medicina più pericolosa e, all’atto pratico, più dannosa della malattia stessa [ingiustizia e povertà]».

Il motivo di questa continua presa di posizione contro il socialismo è dato dal fatto che, come le ordinò Gesù, la Chiesa, nel suo servizio, possiede un’opzione preferenziale: i poveri, ossia tutti coloro che possono essere racchiusi nella categoria dei deboli. La Chiesa, primariamente, deve indirizzare a questi la sua missione non sono i sani che hanno bisogno del medicoma i malati» Mt 9,12), ma, anche se qualcuno stenta a crederci, non ha trovato nel socialismo un prezioso alleato, anzi. Non è un caso che i Paesi dove si è instaurato il socialismo reale hanno avuto un incremento della povertà e dell’ingiustizia, finendo per tramutarsi in spregevoli dittature.

Uno dei quattro principi chiave della DSC, custodito dalla tradizione cattolica fin dal Medioevo, è quello del Bene Comune. Il Concilio Vaticano II ne dà la definizione nella costituzione pastorale Gaudium et Spes al n. 26: «l’insieme di quelle condizioni della vita sociale che permettono tanto ai gruppi quanto ai singoli membri di raggiungere la propria perfezione più pienamente e più speditamente». L’idea che emerge, chiaramente disposta a dialogare con un capitalismo etico come quello anelato dal pensiero conservatore, spinge a promuovere una società in cui ogni uomo, nella misura più adatta a sé, debba avere la possibilità di compiere le proprie aspirazioni al massimo grado.

Il Cristianesimo non è socialista, perché se lungo i secoli ha sempre accolto al suo interno, al pari dei profeti veterotestamentari, coloro che gridavano al fine di vedere una «Chiesa povera per i poveri» (papa Francesco), non ha mai appoggiato attivamente la realizzazione di uno Stato povero per i poveri.