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In pieno maelstrom politico, le elezioni del 2013 hanno visto in un certo senso la fine della “seconda repubblica”, in termini di sistema politico, con il passaggio dal bipolarismo centrodestra-centrosinistra, PDL contro PD, ad una configurazione multipolare, più imprevedibile.

Da tempo non mancavano proteste di piazza, dai famigerati “Forconi” al Vaffa-Day di grillina memoria (siamo nel 2007) poi corroborato dalla profezia di Piero Fassino (PD): «Se Grillo vuole fare politica, fondi un partito e vediamo quanti voti prende». Nota di colore: Beppe Grillo tentò la scalata del PD alle primarie del 2009, da cui fu escluso ed in conseguenza delle quali diede l’avallo finale alla costruzione del M5S.

E così ha trovato modo di farsi spazio un nuovo giocatore nell’arena politica, fin da subito guardato di sbieco per la sua totale accettazione delle istanze no-vax, di svariate teorie del complotto (si pensi al Senatore Lannutti, ex Italia dei Valori, ora M5S, convinto sostenitore dell’esistenza del Gruppo dei Savi di Sion), così come delle istanze NoTAV e NoTAP che nel Movimento trovano massima espressione nazionale. Nasce così, attorno al blog di Beppe Grillo, il Movimento: legatissimo a temi ambientali, energie rinnovabili, digitalizzazione, anticorruzione, antieuropeismo. Un partito non partito, un movimento politico basato sulla intermediazione tra base e apparato costituita unicamente dal “sistema Rousseau”.

Laddove in Europa adesso è tutto un fioccare di partiti verdi, progressisti, l’Italia ha visto la sua declinazione delle istanze ambientali nel Movimento, che con un debutto dirompente, nel 2013, con il 25.6% dei voti, seguito poi da un encore formidabile nel 2018, con il 32.3%, sembrava destinato a determinare le sorti del Paese, a torto o ragione.

Un movimento, il M5S, basato su alcuni cardini: limite dei due mandati per qualsiasi livello elettivo, onde evitare la nascita di una “casta” politica, per lungo tempo attaccata dal Movimento; trasparenza assoluta e messa in streaming di ogni trattativa, divieto di accordi politici con i partiti di sistema a qualsiasi livello per sancire l’indipendenza del Movimento; dimissioni di qualsiasi militante da qualsiasi carica elettiva qualora ricevesse un avviso di garanzia, in nome del giustizialismo; selezione dei candidati mediante votazioni online; uscita dalla moneta unica e referendum sulla permanenza dell’Italia in Unione europea; sostegno incondizionato alle cause NoTAV, NoILVA e NoTAP; politica estera distensiva nei confronti della Russia; sempre e comunque contro la casta ed i suoi sistemi.

Per certi versi sembra un revival della prima Lega Nord, quella indipendentista, che anche nella serie 1992 ci ha fatto sorridere per la sua breve resistenza alla Roma dei palazzi, male inevitabile per chiunque voglia accedere alla stanza dei bottoni. Eppure, persino quella lega intransigente, nel tempo, ha scoperto una vocazione nazionale, da nord a sud.

Sembrava rivoluzionario, il Movimento, fior di politologi e commentatori si sono spesi con fiumi d’inchiostro per descrivere le prodezze del nuovo sovranismo che stava diffondendosi in Europa, dell’ondata rivoluzionaria che i pentastellati avrebbero portato al sistema italiano, senza mancare di additarli come ignoranti o incompetenti. Basti pensare, a titolo d’esempio, i commenti riservati nei salotti televisivi allo spot antieuro girato dalla Senatrice Paola Taverna o ancora dalla minaccia di impeachment mossa dal Movimento nei confronti del Presidente della Repubblica (salvo poi arrivare ad elogiarne le sempiterne qualità con un triplo carpiato).

Come non ricordare quando Gianroberto Casaleggio, fondatore del Movimento, affermò in una celebre intervista che il giorno in cui il Movimento si sarebbe alleato col Partito Democratico, avrebbe abbandonato l’intero progetto. Chissà, alla luce di quanto affermato allora, come avrebbe reagito oggi.

Il sistema politico italiano doveva cambiare, irrimediabilmente, e aprirsi a coloro che volevano rovesciarlo come una “scatoletta di tonno”.

Eppure, lo scetticismo nei confronti dell’Alleanza Atlantica in poco tempo si è ammorbidito, diventando “necessità di confronto”, l’euroscetticismo è sparito dando luogo alla pattuglia parlamentare indispensabile per l’elezione della Presidente Ursula Von Der Leyen (peraltro proveniente ed appartenente a quegli stessi schieramenti politici fino a ieri condannati dal Movimento stesso, e quintessenza dell’asse franco-tedesco), le sanzioni verso la Russia continuano a permanere.

Ed ancora, quando Di Maio e Di Battista gridavano allo scandalo per gli avvisi di garanzia, poco hanno potuto dire quando il principio è stato messo in cantina dopo i rinvii a giudizio a carico dei sindaci Virginia Raggi, Chiara Appendino e Filippo Nogarin (così come, successivamente, altri esponenti del Movimento).

E così poi alla regola dei due mandati è subentrato il “mandato 0”, fino ad arrivare ad una vera e propria deroga per permettere a Virginia Raggi di ricandidarsi alla guida di Roma (ha servito in passato anche come consigliere comunale). Ed ancora, le alleanze, una volta impensabili, sono ora possibili proprio con quel “PD meno L” tanto criticato dalla base grillina, con il partito di Bibbiano.

Ed anche su Bibbiano, l’ennesima giravolta: dopo la formazione del governo giallorosso, l’operazione biancaneve condotta dai pentastellati ha portato ad un sostanziale reset dei loro rapporti con il PD, con il quale, ricordiamo, Luigi di Maio stesso ha affermato a più riprese non esistono elementi per alleanze, anche perché responsabile per i “fatti di Bibbiano”. E così, in pieno agosto, col favore delle calure, Vito Crimi – nuovo capo politico del Movimento – è arrivato al «forse abbiamo esagerato».

La pace è fatta, lo star-system e l’intellighentsia delle blasonate spiagge di Capalbio si trova ora ad applaudire gli incompetenti di ieri, che adesso ha studiato e quindi è fit to govern. E l’Ilva? Andava chiusa, il territorio bonificato, magari la fabbrica sostituita con un parco giochi, eppure Di Maio, ai tempi Ministro dello Sviluppo Economico, ha abbandonato la soluzione della chiusura dello stabilimento di Taranto, impegnandosi a mantenerne l’attività. E il gasdotto TAP? Riconfermato.

Ma non dovevano bloccarlo? Uno vale uno, ma certuni valgono uno più di altri.

“Mai con i poteri forti”, salvo poi incontrare i vertici della vituperata Commissione Trilaterale ed il male pentastellato fatto persona: Mario Monti. E la trasparenza? Tutti ricordano l’appassionata sit-com delle consultazioni del 2013, trasmesse in streaming dai pentastellati. E il governo Conte? L’inciucio è diventato Contratto di Governo scritto nelle stanze di palazzo, annunciato a suon di fait accompli, passando dalla trasparenza degli streaming all’opacità dei comunicati stampa. E così via l’impensabile governo con il Partito Democratico ha poi preso forma, diventando addirittura un gesto di responsabilità nei confronti del Paese. E così hanno preso forma le alleanze, le giravolte, le nomine di Stato, i NoTAP e NoILVA sono diventati sì.

Robert Michels la chiamava “ferrea legge dell’oligarchia”, teoria secondo la quale tutti i partiti politici evolvono da una struttura aperta, partecipata e democratica verso un modello oligarchizzato e verticistico. E così il blog sparì per gli “utenti”, i “portavoce” divennero “deputati” e probiviri, ai quali poi si è sostituito il “capo politico”. E proprio ora, nell’ora più buia per l’Italia, nella peggiore delle crisi economico-sociali degli ultimi 50 anni, in un contesto internazionale quanto mai ostile, con incertezza e disperazioni montanti giorno per giorno, si trova intrappolata nelle schermaglie di potere pentastellate per salvare quella che fino a pochi anni fa guardavano con inusitato disprezzo, la poltrona, la loro.