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Quello del prossimo weekend sarà il secondo referendum a cui potrò partecipare come elettore attivo. Come per quello del 2016 si tratta di un referendum costituzionale (il IV nella storia della Repubblica) volto a tagliare il numero dei membri delle Camere. Se nel 2016 i fronti del “no e del “sì” erano ben distinti come le rispettive ragioni, stavolta a regnare nello scenario politico e massmediatico è la più totale confusione, sia sul tema che sulle ragioni, mista al consueto trasformismo politico italiano. Chi aveva votato contro il taglio in Parlamento oggi è schierato con il “sì” e viceversa, o al massimo ci si giustifica con l’ovvietà della libertà di coscienza. Una cosa che però risulta tanto chiara quanto insolita, dal dibattito referendario di questi giorni, è che sia le ragioni del “no” che quelle del “sì” vengono supportate con l’uso dell’aggettivo liberale.

Da neofita lettore di questa corrente di pensiero, la cosa mi ha suscitato un certo stupore, conscio del fatto che buona parte del milieu culturale italiano sia più avvezzo a visioni cattocomuniste e che nella sfera politica una compagine liberale, quanto meno nel senso classico, manchi da decenni ormai. Comunque sia armato di discernimento e con qualche lettura liberale alle spalle, ho provato a capire come questo pensiero possa sposarsi sia con il “sì” che con il “NO”. E quindi a rispondere alla domanda del titolo: cosa vota un liberale?

IL “Sì” LIBERALE

Per il Sì sicuramente la versione più convincente è sembrata quella proposta dal comitato ” Sì per la libertà” e da uno dei suoi promotori, il prof. Pietro Paganini ( professore di Business Administration in rinomate università internazionali, nonché già direttore della Fondazione Einaudi fino al 2016). Difatti Paganini cita proprio Einaudi:

“Tanto più grande è il numero dei componenti di un’assemblea, tanto più essa diventa incapace di attendere all’opera legislativa”

Ma oltre ad una ragione di maggiore funzionamento ed efficienza dell’apparato parlamentare (qui l’esempio del Parlamento europeo che con 705 parlamentari in rappresentanza di 446 milioni di persone emana il 75% in più di direttive e regolamenti che poi i nostri, almeno per ora, 945 fra deputati e senatori, faticano a recepire, portando l’Italia ad avere l’infelice primato per la tardiva ricezione di direttive europee, cosa che solo per la direttiva rifiuti ci è costata la bellezza di 800 milioni di euro), Paganini collega il suo Sì ad un altro motivo, questo molto caro ai liberali: il taglio dei costi della spesa pubblica o più opportunamente dei costi della politica. Su questa motivazione è da citare la tesi proposta in un articolo nelle colonne de “Il Foglio” da Carlo Fusaro ( prof. di Diritto Parlamentare). Difatti sui costi e il relativo risparmio provenienti da questo taglio se ne sono dette tante ( fra cui la famosa tazza di caffè per cittadino). Il prof. Fusaro prova a dare una visione diversa, una visione di lungo periodo, andando a sommare ai risparmi provenienti dagli stipendi anche quelli di pensioni, vitalizi e privilegi che man mano non saranno più erogate, e un taglio di quell’indotto di collaboratori che assistono i parlamentari, con i relativi stipendi. Inoltre difronte ad un taglio dei parlamentari sembrerebbe auspicabile anche una riduzione dell’organigramma parlamentare, formato da funzionari con stipendi a volte di gran lunga superiori a quelli dei parlamentari stessi. ( Lo stipendio di un documentarista della Camera può toccare, a fine carriera, anche i 240 mila euro annui, fonte: ilGiornale).

IL “NO” LIBERALE

Nel fronte del NO impossibile non citare proprio la Fondazione Einaudi, in prima linea nel raccogliere le adesioni fra deputati e senatori per questo referendum. Di monito le parole del presidente Giuseppe Benedetto:«Con il taglio dei parlamentari è stata commessa una violenza nei confronti della Costituzione ed è necessario il giudizio degli italiani». Altra illustre voce che si è fatta sentire all’interno della fondazione è stata quella di Vincenzo Palumbo, storico volto del Partito Liberale che fa da contraltare al prof. Paganini, citando anch’egli Einaudi, che nella veste di padre costituente diede il suo assenso al numero dei parlamentari come un numero preciso per cui ogni deputato avrebbe dovuto rappresentare 100mila abitanti e ogni senatore 200mila abitanti. Oggi abbiamo un deputato ogni 96mila e un senatore ogni 192mila abitanti, qualora passasse il Sì avremo 1 deputato ogni 152mila e un senatore ogni 303mila abitanti, facendo dei cittadini italiani i meni rappresentati nella propria Assemblea elettiva d’Europa( fonte: dossier dei Servizi studi di Camera e Senato del 25 giugno 2019). In questo dibattito si è inserito anche un altro illustre professore, Massimo Teodori che ha definito, nelle colonne dell’ Huffingtonpost, il suo NO “una celebrazione della democrazia liberale,” che vede nello strumento del referendum una sorte di “diritto alla resistenza popolare” in mano ai cittadini per contrastare il cattivo funzionamento dei partiti, auspicando, infine, un esito analogo a quello degli ultimi referendum costituzionali. Già perché questo è il terzo referendum che prova ad operare un taglio del Parlamento negli ultimi 14 anni, il quarto referendum costituzionale negli ultimi 19 anni( prima del 2001 non vi era stato nessun referendum voto ad intaccare il dettato costituzionale ). Su questo punto spinge un editoriale, (a mio avviso la fonte più accurata e dettagliata) ad opera del professore della LUISS Antonio Pileggi sulla rivista Critica Liberale. Il professore parla di un “filo multicolore che negli ultimi anni ha provato ad affievolire il potere delle assemblee elettive” per destabilizzare la democrazia in favore di visioni più oligarchiche. In ultimo menziona un carattere della nostra Costituzione, non sempre citato, la rigidità: caratteristica che la rende invulnerabile all’avvicendamento politico e forse proprio per questo sempre sotto esame da parte della stessa politica. Affascinante a questo punto la citazione, presente nell’editoriale, della frase incisa sul Liberty Bell Center dove è posta la Campana della libertà, a Philadelphia:

“Un governo giusto si basa su una Costituzione scritta che non dipende dai capricci dei singoli governanti”.

LA RISPOSTA ALLA DOMANDA

Menzionati le ragioni del no e del si, è chiaro come un liberale (ma in generale chiunque) possa propendere tanto per una che per l’altra parte: difatti il problema odierno della classe politica italiana non è sicuramente di ordine quantitativo, ma semmai qualitativo. E la soluzione a questo tipo di problema non sarà di certo questo referendum, bensì una legge elettorale che garantisca governabilità e rappresentanza. Quella sì degna di una Democrazia che può definirsi Liberale.

Angelo Melchionna