Abbonati alla rivista

Nazione Futura Rivista

Abbonati alla rivista

 I giorni che ci dividono dal voto americano sono sempre meno, accompagnati da tanti i dubbi e altrettanti pronostici. Glauco Maggi ci racconta, nel suo ultimo libro Il guerriero solitario. Trump e la mission impossible, gli anni dell’amministrazione Trump fino all’arrivo drammatico del Covid, che ha alterato gli equilibri politici. Abbiamo intervistato l’autore per conoscere più da vicino il percorso politico del Presidente americano.

  • Il titolo del suo libro è significativo, definisce Trump “guerriero solitario”. Perché?

La definizione è dello stesso Trump, che l’ha sparata in un tweet del 29 giugno e ha dato a noi l’idea del titolo. Ma l’abbiamo scelto perché racchiude l’esperienza reale di questo improbabile uomo politico capace di battere tutti: da solo contro i suoi concorrenti alle primarie del GOP nel 2016, da solo contro i Democratici nella sfida del novembre 2016, da solo contro l’establishment, i media, gli accademici, lo “stato profondo” nelle agenzie federali (FBI, CIA) e nei ministeri della Giustizia e del Dipartimento di Stato. Infatti, per orchestrare la pace tra Israele e i due paesi arabi EAU e Bahrein (22 settembre) ha fatto affidamento sul genero Jared Kushner, non sui professionisti delle consulenze, “esperti” in convegni e negoziati inutili, decennio dopo decennio. 

  • La risposta americana all’emergenza Covid è stata all’altezza della situazione o Trump avrebbe dovuto puntare su una gestione differente?

 Nessuno, a oggi, di qua e di là dell’Atlantico, può onestamente dire di aver fatto bene. Semplicemente perché nessuno, neppure il mitico epidemiologo americano Anthony Fauci, sapeva fin dall’inizio che cosa fare. Il virus cinese lo si sta studiando ancora adesso. Si sa però che Trump ha chiuso i voli dalla Cina negli Usa a fine gennaio, prima di tutti. Nel libro io documento come sia stato il regime comunista il massimo responsabile della diffusione del virus, anche grazie all’Organizzazione Mondiale della Sanità che si è rivelata uno strumento in mano a Pechino. E racconto l’enorme lavoro di mobilitazione delle imprese private USA, come in tempo di guerra, e la loro perfetta sinergia con l’esercito e le agenzie federali nella lotta all’emergenza. Nessun respiratore è mai mancato, le navi-ospedale hanno offerto l’assistenza richiesta dai governatori democratici in California e a New York, che erano nel panico e hanno poi ringraziato il presidente per quanto ha fatto. Nessuno sa dire se un lockdown anticipato ovunque in America, e più rigido, avrebbe fatto meglio di quanto è avvenuto in termini di contagi e morti. Trump ha seguito del resto le direttive di Fauci e delle altre autorità mediche, e se in pubblico (e in privato, nella intervista a Bob Woodward) ha usato toni tranquillizzanti, è pur sempre quello che ha chiuso i voli dalla Cina e poi dall’Europa. Nel libro riporto che fu criticato come xenofobo da Biden, e come anti-cinese da Nancy Pelosi, proprio per aver preso quelle misure. E cito le dichiarazioni del sindaco di New York Bill de Blasio, e della Pelosi, che ancora in febbraio e marzo esortavano la gente a stare tranquilla e a condurre la vita normalmente. Esattamente come Trump. Se lui ha fatto qualcosa di diverso, è l’aver caldeggiato per primo, verso Pasqua, il ritorno a una certa una attività economica nel paese. In sicurezza, ma con urgenza. Aveva ragione? Aveva torto? Non esiste consenso tra gli scienziati, gli statisti, gli economisti. Non è emerso il “modello perfetto”, ma in percentuale sulla popolazione gli americani morti sono in linea con tanti altri paesi, circa come l’Italia, peggio della Germania, meglio del Belgio.

  • Secondo i dati che lei riporta, gli Stati Uniti da febbraio 2020 sono in recessione, con un evidente aumento della disoccupazione. Quando gli elettori si recheranno alle urne porteranno il segno di questi effetti collaterali?

 Gli elettori avranno due strade. Prendere atto, dalle cifre, che la Trumpeconomics aveva fatto davvero grande l’America, prima della pandemia: record di disoccupazione al 3,5%; milioni di posti di lavoro creati; tasso di povertà al 10,5% il minimo dal 1959; reddito medio a 68mila dollari nel 2019, 4.379 dollari in più rispetto al 2018, il livello più alto dal 1967 tenendo conto dell’inflazione. Oppure considerare le conseguenze ovviamente devastanti della pandemia e valutare la reazione del paese nei mesi dal marzo 2020  ̶  lo scoppio della recessione  ̶  a ottobre, ultimo mese prima del voto. Il sistema americano, anche grazie alle misure bipartisan del Congresso accorso a sostegno dei settori più in crisi, ha recuperato parte delle perdite, e la recessione è data per finita (in settembre). La FED prevedeva in giugno una disoccupazione a fine anno del 9,3%, e ora la previsione è del 7,6%. In agosto il dato era già sceso all’8,4%, quindi a dicembre potrebbe essere a un livello non ottimale, ma assai più tranquillizzante. Insomma, l’elettorato deve scommettere tra le due ricette: il GOP promette tasse basse e politiche business-friendly, i Democratici tasse alte, redistribuzione della ricchezza, ed energia verde (sovvenzionata perché oggi ancora antieconomica) che soppianta il petrolio e il gas naturale.  

  • Dopo il caso Floyd, che ben conosciamo, si è scatenata una furia iconoclasta a favore della damnatio memoriae di numerosi personaggi storici. Qual è lo scopo di distruggere il passato? Quale il messaggio intrinseco che si vuol mandare?

 La furia nel distruggere il passato è lo stravolgimento della sola metodologia seria in sede storica, che consiste nel valutare i personaggi, degni di essere celebrati e ricordati in pubblico, a partire dalle condizioni del loro tempo, naturalmente sulla base dei successi ed errori personali. Certo, è giusto per un popolo detronizzare il proprio dittatore, ed abbattere la statua da lui eretta che doveva renderlo indegnamente immortale. Il messaggio che invece Antifa, Black Lives Matter e anarchici vari vogliono trasmettere è chiaro: realizzare la rivoluzione sociale in modo insurrezionale contro il sistema democratico capitalista. Nulla vieta a un popolo di optare, attraverso i canali del dissenso politico e delle elezioni civilmente tenute, per la rimozione di certi simboli e di certi eroi di un tempo, che ora non lo sono più per i contemporanei. È quanto è successo con le statue dei generali confederati in molti Stati del Sud governati dai Repubblicani. E se il sindaco di New York de Blasio ha potuto dare l’ok alla rimozione della statua di Teddy Roosevelt che accoglieva i visitatori del Museo delle Scienze Naturali, è perché la cittadinanza newyorkese lo tollera. In ultima analisi, ci sono due piani nella diatriba dei simboli: quello di forma e quello di merito. Buttare a mare la statua di Colombo, come è stato fatto, rappresenta il modo attuale di agire dei movimenti di sinistra alleati, e sempre più burattinai, del partito Democratico di Joe Biden: è un metodo violento  ̶  da Seattle e Kenosha, da Portland a New York  ̶ , che genera una ovvia reazione di disgusto e rigetto nella gente normale e rispettosa della legge in tutto il paese. E che offre a Trump il podio per fare il Presidente Law & Order. Discutere se Jefferson, padrone di schiavi ma autore del testo costituzionale che dichiara gli uomini uguali (nel secolo 18esimo!) vada bandito dalle piazze e dalle università, è correttezza politica alla ennesima potenza. Chi la propugna, se lo fa pacificamente, affronta un rischio politico ma è legittimato dal Primo Emendamento.  

  • Al netto di tutte le vicende che hanno colpito l’America, crede che la partita tra Trump e Biden sia ancora aperta?

 Questo lo crediamo tutti, in America. I Democratici non si possono fidare dei 7 o 8 punti di vantaggio nella media (RCP, Real Clear Politics) dei sondaggi nazionali, perché a decidere saranno i Grandi Elettori che escono dalle votazioni negli stati, e in quelli swing (indecisi) il vantaggio di Biden è molto meno marcato. Inoltre, non viene dato a mio avviso il giusto risalto ad altri sondaggi recenti, dedicati ai diversi gruppi etnici. Trump ebbe l’8% dei voti afro-americani nel 2016, ora un sondaggio Hill-Harris lo accredita di un 34%, per me incredibile ma senza dubbio indicativo di un suo avanzamento. E gli ispanici, che gli hanno dato 4 anni fa il 29% dei voti, ora sono saliti al 32% nella stima per il suo lavoro. Infine gli asiatici, dal precedente 19% sono ora ben oltre il 25%, con i vietnamiti al 48%, i filippini al 34% gli indiani al 26%. In un sondaggio di settembre, il 57% di 800 manager di banche clienti della società di consulenza finanziaria Strategas di New York hanno dato vincente Trump; erano 38 su 100 nel precedente sondaggio di agosto. La situazione è fluida, e nell’umore della gente non ci sono ancora  ̶  mentre parliamo  ̶  le reazioni dei tre dibattiti televisivi in programma a fine settembre e in ottobre.

  • Nel territorio americano la discriminazione razziale è un problema tangibile o una facile narrazione per cavalcare l’onda antitrumpiana, dando man forte ai media statunitensi?

 La dimensione razziale nei rapporti tra le persone è ineliminabile in ogni società in cui convivono razze, etnie, gruppi di vecchia e nuova immigrazione. Altra cosa è la discriminazione. Di sicuro non esiste per essere eletto presidente degli Stati Uniti. Obama lo è diventato due volte, e alle prossime elezioni c’è la concreta possibilità che alla Casa Bianca arrivi Kamala Harris, una donna di colore (non afroamericana ma metà indiana e metà caraibica). La legge dei diritti civili ha oltre mezzo secolo, e tutela i diritti sui posti di lavoro. Anzi, con la affirmative action, le minoranze sono ultra tutelate nelle scuole, nelle aziende private e pubbliche, e ora anche a Hollywood (ridicolmente). Detto questo, è innegabile che vivere da neri in America non è la stessa cosa che essere bianchi. Ciò che tiene troppi neri nei gradini più bassi della scala sociale, e della stima degli altri, però, e lo dicono economisti e intellettuali afroamericani come Thomas Sowell, Shelby Steele, Walter Williams, sono vari fattori: la degenerazione della famiglia nera, con la maggioranza delle mamme nere che sono single, non sposate; l’affidamento quasi totale al welfare sociale che scoraggia l’impegno e la responsabilità personale nella auto-promozione; le scuole scadenti per colpa della chiusura dei Democratici alle charter schools, ossia a una educazione sempre pubblica ma non intrappolata dai sindacati dei maestri, una lobby che non mette al primo posto gli studenti (Sowell ha pubblicato un libro di recente esaustivo sul tema). Condoleezza Rice, la prima donna nera Segretario di Stato con George Bush, diceva: «Ho vissuto sulla mia pelle la discriminazione a scuola quando sono cresciuta a Birmingham, Alabama. Sapevo che per avanzare io dovevo essere il doppio più brava dei bianchi». Ma la Rice era nata nel 1954, allora c’era la cruda segregazione in molti Stati. Quasi 70 anni dopo, sostenere che l’America è fondamentalmente razzista significa pensare solo in chiave politica strumentale. 

  • Tornando ai mesi antecedenti l’emergenza Covid, la politica di Trump può definirsi una storia di successi?

Sicuramente sì. Oltre ai risultati economici citati, Trump ha fatto approvare leggi come “Il Primo Passo”, la riforma giudiziaria e delle carcerazioni, che consente un umano e accelerato rientro nella società ai detenuti, soprattutto neri, che erano stati condannati troppo severamente negli anni della crisi sociale e criminale dovuta alla grande diffusione della droga. E anche nell’anno del Covid, il presidente ha realizzato successi importanti in politica estera, tra i quali la sponsorizzazione della pace storica tra Israele e i due stati arabi, EAU e Bahrein.  

  • Nel libro apre una finestra sul dramma dell’immigrazione, a cui l’amministrazione ha dedicato parte del proprio progetto politico. Le scelte sono state efficaci per combattere l’illegalità?

Il famoso, e super denigrato, Muro con il Messico sta procedendo e senza dubbio migliora la sicurezza negli stati USA sul confine. Ma è stata la politica a fare la differenza: gli accordi con il Messico e gli altri paesi dell’America Centrale hanno permesso la riduzione fortissima del numero delle carovane dei migranti, e ciò prima che il coronavirus e la recessione negli USA contribuissero ovviamente a frenare il flusso. Quanto alla guerra contro l’illegalità, Trump e l’Attorney General Bill Barr hanno scatenato una guerra mirata contro le bande di immigrati clandestini dal Centro America, gli spietati MS13, mettendone centinaia in galera. 

  • La politica di Trump può essere ancora un modello per il futuro degli Stati Uniti?

Il paradosso di Trump è che potrà anche perdere le elezioni, ma la sua eredità politica durerà. Già oggi Biden parla di difesa dei prodotti e delle aziende americane. Cioè l’America First con cui Trump ha riaperto le dispute sui trattati commerciali con alleati e non, dal Canada alla Cina. A proposito di Pechino, i Democratici hanno fatto capire che continueranno la politica dura di Trump, che ha avuto il merito di aprire gli occhi al mondo sul rischio dell’imperialismo cinese e che ha ingaggiato – prima dello scontro sulle responsabilità di Xi Jinping per il Covid nel 2020 – un duello con i comunisti cinesi per la protezione dei brevetti tecnologici USA. 

  • Una delle tante mission di Trump è stata la distruzione dell’Isis: lo ha tradotto davvero in un “detto e fatto”, così come scrive nel suo saggio?

 Direi che anche sulla lotta al terrorismo islamista il presidente ha mantenuto la parola. E non solo ha sconfitto l’ISIS con la sua decisione di dare ai generali carta bianca e flessibilità operativa, conquistando la capitale Raqqa in pochi mesi. Ha anche eliminato il fondatore e capo dell’ISIS, Abu Bakr al-Baghdadi; il numero uno di Al Qaeda nella Penisola Araba Qasim al-Raymi; e il comandante iraniano Kasem Soleimani, braccio destro militare-terroristico dell’Ayatollah, dopo aver stracciato il piano nucleare di Obama con Teheran.  

Federica Masi