Abbonati alla rivista

Nazione Futura Rivista

Abbonati alla rivista

Le regionali e le comunali sono competizioni elettorali strane, le uniche, in Italia, dove la sera dello spoglio si sa già chi ha vinto e chi governerà, dove la “persona” candidata trascina il consenso e le preferenze molto di più delle liste che lo appoggiano: le regionali e le comunali sono quel modello di presidenzialismo che piace, anche se forse è meglio non dirlo ad alta voce.

Sono anche un contesto in cui si costruisce qualcosa, in cui si piazzano amministratori nei consigli comunali e regionali, dove si colorano le caselle e si predispone il terreno per le competizioni nazionali. Sono strane, le regionali, perché sono competizioni dove vincono tutti e non perde nessuno.

È il caso di Nicola Zingaretti, ectoplasmatico segretario del Partito Democratico che, di fronte ad un all-in leghista in Toscana, è apparso come un gigante politico, argine al populismo, trascinando tutta quell’opinione che afferma candidamente come ormai la destra sia finita ed i barbari ricacciati oltrefrontiera. Poco conta se il centrodestra ha guadagnato l’ennesima regione, poco importa se adesso ne amministra 15 su 20, poco importa se la regione vinta sono le Marche, storicamente fortezza rossa, poco ancora se alle suppletive ha conquistato un seggio al senato e se a livello nazionale si è affermata come prima coalizione vincendo in molti Comuni ed arrivando al ballottaggio in tante realtà nazionali.

Il Partito Comunista Italiano nacque il 21 gennaio 1921 a Livorno, in Toscana, consacrando la regione come roccaforte della sinistra italiana dalla nascita della Repubblica in poi. Tolta la provincia di Lucca, roccaforte democristiana, e quella di Grosseto di più recente “conversione” al centrodestra, il territorio era inespugnabile. Ci provò Forza Italia nel 1995, con Del Debbio contro Vannino Chiti, salvo poi perdere 36% a 50%; ci provò Altero Matteoli nel 2000, perdendo con un dignitoso 40% a 49%; seguirono altri tentativi, effimeri, a Chiti succedette Martini e poi Rossi: tolta l’Isola d’Elba, la provincia di Lucca, sprazzi di Massa-Carrara e Grosseto, lo scontro non esisteva.

Non è mai stato facile vivere il centrodestra in Toscana. Le università, soprattutto Firenze e Pisa, pullulano di liste universitarie e schieramenti di sinistra in gran numero e quantità (nonché aggressività), allorché le alternative, di qualsiasi colore, sono state e sono tuttora in larga parte assenti.

Fanno generalmente eccezione le Liste Aperte (o Comunione e Liberazione che dir si voglia) e Azione Universitaria (ex FUAN). Azione Universitaria ha, storicamente, fatto l’unica cosa che si poteva fare, in Toscana: lottare, informare, diffondere.

Un sistema monolitico ed egemone come quello della sinistra toscana, culturalmente radicata in ogni centro e periferia, indipendente dalle logiche nazionali, può essere affrontato solo con un’operazione coraggiosa, ricca di speranza nel lungo periodo.

Ed ecco il 2016, dove Grosseto viene vinta da Antonfrancesco Vivarelli Colonna, centrodestra; il 2017, dove la roccaforte di sinistra di Pistoia viene espugnata da Alessandro Tomasi, di Fratelli d’Italia; il 2018, dove cadono Massa, Pisa e Siena, storiche roccaforti di sinistra. E come dimenticare il 2014, dove a Livorno i 5 stelle riuscirono a sconfiggere il Partito Democratico?

La Toscana è sempre stata una terra politicamente travagliata. Dominata storicamente dai Comuni, mantiene un campanilismo molto forte, il quale – seppur relegato ad una dimensione prettamente folkloristica – continua a caratterizzare la vita in comunità all’interno dei territori. C’è Firenze, capoluogo e “capitale” granducale, che tutto decide e dispone, ma ci sono anche Massa-Carrara, considerata quel misto bizzarro tra Liguria ed Emilia-Romagna; Lucca, Stato indipendente fino al 1848; ed ancora Siena, tuttora culla di un atavico campanilismo che trova sua massima manifestazione in quella secolare tradizione del Palio.

Insomma, la Toscana è una terra bizzarra. Come diceva Curzio Malaparte: «era l’unico paese al mondo che fosse una casa: il resto d’Italia, e Francia, Inghilterra, Spagna, Germania, erano Repubbliche, Monarchie, Imperi, non case».

Questa divisione, riassumibile come uno spaccato tra Firenze (e area affine) ed i territori più periferici, trova massima espressione nei rapporti interni ai singoli partiti: anche nello stesso centrodestra è interessante vedere come le visioni possano differire e confliggere, anche in modo quasi inconciliabile, tra centro e periferia. Ed eccoci alle regionali del 2015, dove il centrodestra corre diviso: da un lato Lega Nord e Fratelli d’Italia, dall’altro Forza Italia. Enrico Rossi sì, vince, e fa il suo 48%, ma intanto il second best è Claudio Borghi, della Lega, e pure non toscano, ed in punta di piedi la Lega Nord (ai tempi, almeno, lo era), ha piazzato 5 consiglieri regionali: un’impresa impensabile fino a pochi anni prima.

Succede che il sistema PD/cattocomunista inizia a cigolare, complice il crollo in termini di benessere economico dopo la crisi del 2008, complici i tagli alla sanità, complice l’assenza della regione in molti territori. Di lì a poco infatti il centrodestra avrebbe iniziato a mangiare piccole caselle territoriali, partendo dall’espressione di Susanna Ceccardi a sindaco di Cascina (rossissima provincia di Pisa), primo sindaco della Lega Nord nel territorio, passando da un 7% di Casapound a Lucca fino al crollo delle roccaforti di Massa, Pisa e Siena.

Arriva il 2020. La delusione dell’Emilia-Romagna è ancora fresca, il buonsenso chiamerebbe ad un cauto ottimismo, eppure c’è aria di cambiamento. Dopotutto alle europee il centrodestra si era confermato come primo schieramento, consolidando ormai quella spaccatura tra Firenze e provincia. È il 2020, le Marche possono cadere, è ormai certo, si parla di 4-2, ma anche il 3-3 non è una chimera, il sì al referendum costituzionale aleggia nell’aria, minoritario su Twitter e nelle ZTL, maggioritario nel Paese.

Arriva il bagno di realtà. Giani 48%, Ceccardi 40%. È finita? I dati indicano ormai come sia consolidato e confermato il dominio del centrodestra nelle province di Massa-Carrara, Lucca, Pistoia, Arezzo e Grosseto, lasciando invece al centrosinistra Firenze, Prato, Livorno, Siena e Pisa. Mai successo. Sarebbe bastato seguire la campagna elettorale un minimo per comprendere che, al di là di slogan, di “capitani” e Lega, in Toscana esiste un ceto produttivo, medio, in decadenza ed afflitto da una lenta, ma costante, erosione, che cerca risposte in un sistema alternativo, non rappresentato dal centrosinistra.

Esiste un mondo che ha espresso dubbi sulla gestione della sanità, sempre più alla mercé di tagli, rincari dei ticket e liste d’attesa sempre più simili ad un ufficio anagrafe sovietico; che ha espresso dubbi su un modo di gestire i territori incentrato sul capoluogo ed assente dalle periferie, con standard di vita da centro-nord, ancora in fase di assestamento.

Susanna Ceccardi ha fatto e dato il massimo che le possibilità a sua disposizione le consentivano. Una ragazza, poco più che trentenne, che ha legittimato in modo ormai permanente un certo modo di sentire e vivere la politica sul territorio, ha saputo tenere il colpo contro un sessantenne che di politica vive da sempre.

Vincitori e vinti? Nel centrosinistra sicuramente vincitore Giani, sconfitti il PD e Italia Viva: il primo poiché segue una linea nazionale completamente differente rispetto a quella del socialista (non comunista, anche qui le differenze non sono a caso) Giani, il secondo per le aspettative elevatissime ed un risultato particolarmente basso a Firenze, culla del renzismo. Nel centrodestra discorso diverso: non pervenuta Forza Italia, distrutta e logorata tra faide e scissioni locali, abbattuta la Lega che, nonostante l’ottimo risultato subisce il colpo di un’asticella messa troppo in alto, vincitrice indiscussa Fratelli d’Italia, che passa dal 3,85% al 13,5%, guadagnando una decina di consiglieri comunali ed imponendosi in tutti quei territori dove prima era solo un’ipotesi.

Non esistono più Regioni rosse, non completamente. Il centrodestra governa 15 regioni su 20, la Toscana sarà sì rimasta al PD, ma non più con le cifre bulgare di una volta. Al prossimo turno, con una coalizione più coesa e organizzata, una classe dirigente più radicata e numerosa sul territorio e candidature più studiate, la spallata della vittoria potrebbe non essere più un’ipotesi. L’importante è – come ebbe modo di dire un importante esponente toscano di Fratelli d’Italia – ricordare che la politica è da maratoneti, non da velocisti.