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L’ultima fatica editoriale di Diego Benedetto Panetta ricostruisce la genesi del pensiero controrivoluzionario, attraversando la storia e la filosofia per offrire al lettore nuove strade da percorrere. L’autore ce lo racconta in questa intervista.

  • Il suo ultimo libro, come si evince dal titolo, è dedicato alla scuola del pensiero controrivoluzionario che ha attraversato gli ultimi secoli d’Occidente. Cosa si intende per pensiero controrivoluzionario?

Per rispondere efficacemente alla sua domanda, anzitutto è necessario porre una premessa. Quando si parla di pensiero controrivoluzionario non ci si trova dinanzi ad una elaborazione dottrinale condensata in un testo, sulla falsa riga – per esempio – del “Manifesto del partito comunista” di Marx ed Engels.  Esso trae dal terreno dei fatti, dagli accadimenti sempre mutevoli e vari che si trova ad osservare e a vivere il combustibile adatto per esprimere la diagnosi che opera e per offrirne, infine, la logica e conseguente terapia.

Stante questa metodologia empirica e profondamente realista, il pensiero controrivoluzionario trova nel termine “Rivoluzione” la parola chiave della modernità; quest’ultima, si badi bene, colta dal suo versante assiologico e non da un punto di vista meramente cronologico. Il termine “Rivoluzione” quindi non diviene semplicemente sinonimico di “rivolta”, ma assurge a categoria, a modello metastorico che investe il paradigma di un’epoca caratterizzandola. Partendo da tali premesse, Augusto Del Noce ha potuto parlare di Rivoluzione come “parola chiave della nostra epoca”. Il pensiero controrivoluzionario, inoltre, vede nella Rivoluzione un processo in atto, individuandone il punto d’avvio nel clima rilassato e fiacco che si respira lungo i secoli XIV-XV nell’Europa cristiana e che culmina con la pseudo-riforma protestante. L’Umanesimo e il Rinascimento, infatti, costituirono il terreno propizio per un cambio di mentalità che investì le arti, il diritto, la politica ma soprattutto la metafisica ed il rapporto con la trascendenza: dal teocentrismo medievale si passò in breve all’antropocentrismo umanista. Sino ad arrivare alla Rivoluzione francese che segnò l’avvio di un’epoca che di fatto estromise Dio dalla vita pubblica, cosa che portò nel giro di qualche secolo all’avvento di sistemi ideologici sprezzanti la dignità umana, allo scoppio di due conflitti mondiali e, dulcis in fundo, all’impiego, per la prima volta nella storia dell’umanità, di una bomba atomica. Il pensiero controrivoluzionario si oppone a questo processo involutivo, continuando a proclamare l’ideale sempre fresco e nuovo della Cristianità. Essa poggia sulla dottrina della Regalità sociale di Gesù Cristo, mirabilmente espressa e sintetizzata nell’Enciclica Quas Primas di Pio XI.

  • La Rivoluzione francese la definisce «una ferita mortale per la civiltà cristiana». In che modo ha condizionato le epoche successive? 

Come le dicevo, la Rivoluzione francese, ancor prima di Friedrich Nietzsche, sancì la “morte di Dio” nella vita pubblica, con tutto ciò che questo significò. È un passaggio molto interessante da considerare, a cui spesso ahimè non si presta la sufficiente attenzione e che è stato sottolineato, tra l’altro, dal Magistero ecclesiastico pre-conciliare sempre e costantemente. Introdurre il principio di laicità dello Stato e dichiarare estraneo al dominio pubblico-politico l’aspetto religioso, come fece la Rivoluzione francese, equivale a dichiarare l’agnosticismo dello Stato tanto nella professione della fede, tanto nell’esercizio del potere. In altri termini, significa sancire il divario tra la politica e l’etica, ossia: esautorare la prima da ogni limitazione o giustificazione etica e morale, assegnandole un imperio indiscriminato sulle persone ad esso sottoposte. Ridurla, in definitiva, a puro “potere”. È quanto più giovevole ricordare che i totalitarismi del XX secolo commisero le più crudeli nefandezze con la compiacenza di leggi valide nel loro processo formativo, ma ingiuste nel loro rifiuto di costituirsi eticamente. La comunità politica, nella sua concezione classica (come insegnano Aristotele e San Tommaso d’Aquino), non può prescindere da un riferimento normativo che rifletta l’ordine naturale, sempre valido ed universale, colto razionalmente (e quindi da tutti conoscibile nei suoi principi primi). Secondo san Tommaso, in particolare, la politica è regalità, vale a dire governo prudente in vista del bene comune, che è il bene specifico della comunità politica. La prudenza, sempre secondo l’Aquinate, si definisce come “la retta ragione delle azioni da compiere”. Affermare Dio nella vita pubblica, in definitiva, non significa difendere né tantomeno promuovere una “teocrazia”, che non ha mai fatto parte del corpus dottrinale della Chiesa cattolica, a differenza di altre tradizioni religiose. Bensì realizzare, nella distinzione di competenze tra Stato e Chiesa, il bene comune, ovvero: vivere secondo virtù su questa terra in funzione del fine ultimo: “la fruizione di Dio”. La politica deve aiutare e non ostacolare il raggiungimento del fine più alto a cui è anch’essa ordinata, seppur indirettamente.

  • Controrivoluzionario e antirivoluzionario non esprimono lo stesso significato. Perché? 

No, poiché il controrivoluzionario vede nel fenomeno rivoluzionario un qualcosa di ben più profondo di ciò che esso non dica ai più, dato dal fatto che la Rivoluzione per lui non è semplicemente un evento ma un modello, una categoria metastorica. L’antirivoluzionario, invece, coglie nel dato evento rivoluzionario la sua matrice immediata, non la trascende. Il discrimen fra le due figure è possibile rinvenirlo nel porre alla base di tutto: l’esistenza o meno di una filosofia/teologia della storia all’interno della quale leggere gli eventi.

  • Per costruire la genesi del pensiero controrivoluzionario ha analizzato personalità eterogenee, per contesti geografici e opere letterarie. Cosa accomuna questi pensatori diversi tra loro? 

Ciò che li accomuna, seppur da sponde spazio-temporali diverse – come ha giustamente ricordato – è la contestazione cristiana della società moderna. Un vero e proprio, diremmo oggi, “antagonismo” culturale ed esistenziale abbeveratosi alle fonti del Magistero della Chiesa. “Ci fu un tempo – scriveva il Sommo Pontefice Leone XIII, nell’Enciclica Immortale Deiin cui la filosofia del Vangelo governava gli Stati”. L’ideale della Cristianità medievale, della società che – seppur preda di mille problematiche di natura storica, politica e sociale – aveva visto trionfare nelle sue strutture portanti il messaggio sociale del Vangelo costituì per gli autori che presento, un indubbio punto di riferimento, al quale vedere non con mero spirito emulativo ma con evangelica sollecitazione. Ricordo, a tal proposito, le parole di un altro Pontefice, San Pio X, il quale nella Lettera apostolica Notre Charge Apostolique disse: «No, la Civiltà non è più da inventare, né si deve edificare una nuova civiltà sulle nuvole! Essa è esistita, esiste tuttora: è la Civiltà cristiana, è la società cattolica. Non si tratta che di instaurarla e restaurarla incessantemente…».

Per scendere più nel dettaglio, come ha ben messo in rilievo il professor Giovanni Turco dell’Università di Udine – nella prefazione che mi ha gentilmente concesso – il tratto identificante dei pensatori di cui tratto è quello che si riscontra nella diagnosi e nella terapia, da par loro, della teoria-prassi del razionalismo politico moderno. Vede, quando si parla di “razionalità”, la mente corre inconsciamente all’Illuminismo. In realtà qui si ha in mente la razionalità classica (intesa assiologicamente), a cui si è seppur brevemente accennato in precedenza. I pensatori che presento si sforzano di penetrare razionalmente l’origine e il fine della comunità politica ed altri temi, rispettivamente alla luce della finalità loro propria. Ponendosi in tal modo alla scuola imperitura di Platone e Aristotele e perfezionata poi da San Tommaso d’Aquino. Tale attitudine postula l’adesione ad una visione realista delle cose e un’applicazione dell’intelligenza mirante a conoscere la natura degli enti, la loro essenza (la risposta al “che cos’è” da cui il “ciò per cui è”). Tale postura contrasta con le visioni ideologiche e sociologiche moderne, miranti a celare la realtà per come essa è.

  • Lei parla di «onore, fedeltà e bellezza al servizio di Dio», come si collocano questi valori nella società odierna? 

Nella società attuale non vi è spazio alcuno per questi valori, in quanto è scomparso il perno, o “testata d’angolo”, su cui essi si reggono. Il termine onore, ad esempio, non può che sollecitare per gran parte degli uomini d’oggi sguardi ironici, facili battute, o ancor peggio – in pieno stile mafioso – spirito di arroganza e sopraffazione dietro cui si cela per l’appunto la difesa di un presunto “onore” da custodire. Nel libro, al contrario, mi soffermo di frequente su cosa realmente significhi e presupponga il concetto di onore. Mi servo, in particolare, di ciò che scrive a questo proposito il professore brasiliano Plinio Corrêa de Oliveira, uno dei pensatori controrivoluzionari più importanti del XX secolo. Egli spiega che l’onore è indisgiungibile dalla dignità dell’uomo in quanto creatura creata ad immagine e somiglianza di Dio. Fonte di ogni onore è quindi Dio. Vivere con onore significa vivere sempre e costantemente in presenza di Dio. L’onore, secondo il pensatore brasiliano, è quindi una proiezione della dignità. Tanto più di valore sarà la missione a cui ciascun uomo è chiamato, tanto più elevato sarà l’onore. Il senso dell’onore si è perso man mano che il processo rivoluzionario ha condizionato mentalità e sovvertito gli ordinamenti, scalzando Dio dalla cittadella dell’anima e la Chiesa cattolica dalla società pubblica.

La fedeltà, come l’onore, è un riflesso di Dio nel tempo: è una virtù eminentemente sacrale. La fedeltà è ciò che rende l’oggi “per sempre”. La fedeltà a Dio ed alla propria dignità di battezzato è la sorgente da cui tutto sgorga. Doveri, vocazioni, prove, difficoltà, infatti, misurano la vita di ciascuno alla luce di una fedeltà ad un riflesso permanente che illumina ogni contingenza. La bellezza, infine, è “la sintesi dei trascendentali”, ricorda Plinio Correa de Oliveira. È armonia, riflette unità, attira la volontà. Ogni uomo ha il dovere di guardare il creato con spirito contemplativo, ammirarne la bellezza e saper trarre da tale bellezza uno stimolo immediato per arrivare in maniera più diretta a Dio, allo stesso modo per cui si arriva in modo più prossimo ad una causa scrutandone gli effetti.

  • La contro rivoluzione giunse anche in Italia, in che maniera si presentò?

La controrivoluzione in Italia si manifestò sin dalla fine del XVIII secolo, in corrispondenza dell’invasione napoleonica. Inizialmente ebbe forma spontanea ed un carattere rivoltoso verso le forze di occupazione francesi. Dal 1796 al 1814-1815 (Congresso di Vienna) infatti viene alla luce il fenomeno delle cosiddette “insorgenze” antigiacobine. Sommosse formatesi in seno al popolo, in difesa delle tradizioni natie, della fede cattolica e della società organica da essa plasmatasi. Scorrendo le pagine, troverete nomi e riviste di sacerdoti ed autori che in questo difficile periodo storico battagliarono aspramente anche attraverso scritti e pubblicazioni.

  • Tra gli autori di spicco della controrivoluzione italiana vi è Monaldo Leopardi, intellettuale di educazione cristiana, al quale dedica alcune pagine del libro. Il lettore su quali caratteristiche dovrebbe soffermarsi? 

Le sono particolarmente grato di questa domanda, perché mi permette di soffermarmi per qualche istante su un autore che mi sta a cuore. Ritengo che la sua figura debba essere approfondita sia dal punto di vista privato che da uomo pubblico. Il conte Monaldo Leopardi è oggetto di una damnatio memoriae molto intensa e assai ingenerosa. Qualche anno fa mi recai a Recanati e scambiando delle parole con diverse persone del posto – fornite anche di discreta cultura storica – scoprii che la figura del conte Monaldo era quasi sconosciuta e ricordata se non per essere stato il burbero e severo padre del grande poeta Giacomo. Sfogliando gli scritti, ad iniziare dalla sua Autobiografia e dalle testimonianze che emergono dagli archivi, si ricava al contrario un ritratto del tutto diverso. Anzitutto si deve a lui se il figlio Giacomo poté studiare ed abbeverarsi alla voluminosa biblioteca che aveva in casa – che Monaldo eresse dal nulla – e dalla quale poté attingere ogni genere di sapere. Inoltre, non si trovano tracce di severità nella vita privata, anzi, emerge una generosità e tenerezza non comune verso i figli ed anche verso lo stesso popolo recanatese. Le porte di Palazzo Leopardi ed in particolare della Biblioteca erano aperte a chiunque. Prova di tale generosità e del disprezzo che nutriva verso il denaro era la traballante gestione finanziaria a cui dovette mettere presto ordine la moglie, la marchesa Adelaide Antici, di tempra forte e, occorre dirlo, alquanto severa. Il matrimonio tra Monaldo ed Adelaide fu aspramente contrastato dalla famiglia Leopardi, e anche qui Monaldo dimostrò una fermezza d’affetti lodevole. Egli dimostrò di amarla sinceramente e lottò duramente contro la propria famiglia al fine di poter sposare una donna che nutriva verso di lui un amore altrettanto intenso e sincero. Vi sono delle testimonianze che ricordano la coppia come una tra le più affiatate, a tal punto che non osavano quasi mai dividersi se non per brevi soggiorni dovuti agli impegni politici di Monaldo. Un’altra caratteristica su cui mi soffermo nel libro è la consapevolezza del proprio rango e l’onere che tale status ha nella società. Monaldo continuò ad indossare la spada – da qui l’autodefinizione che si diede di “ultimo spadifero d’Italia” – vestendo di nero per tutta la sua vita, del tutto indifferente a luccichii, ornamenti e lussuosità. Perché per lui essere nobile significava essere esempio di sobrietà e stile verso tutti. Quando divenne Gonfaloniere di Recanati diede prova di lungimiranza e prudenza politica di indubbia efficacia, i cui resti sono visibili ancor oggi. In tempi attuali di Covid, basti citare solamente una misura, fortemente significativa, che prese, tra le diverse: rese obbligatorio il vaccino contro il vaiolo introdotto da Jenners, dopo averlo fatto sperimentare sui propri figli. Infine, ma non per ultimo, come scrittore e polemista offre a chi legge una tenacia, freschezza di pensiero e indomita fedeltà a Dio ed alla Chiesa cattolica davvero ineccepibili. Un uomo, in definitiva, da ripensare e riscoprire completamente e in tutt’altra ottica.

  • Edmund Burke – presente nel suo libro – si rivelerà illuminante per Joseph de Maistre, vero precursore del pensiero controrivoluzionario, dopo aver letto le Riflessioni sulla Rivoluzione in Francia. È così? 

Come ha ricordato, la lettura dell’opera del politico e pensatore anglo-irlandese sarà fondamentale a che de Maistre potesse giungere ad una comprensione reale del portato della Rivoluzione francese. L’anno successivo alla pubblicazione delle Riflessioni sulla Rivoluzione in Francia, Papa Pio VI, con il Breve Quod Aliquantum, condannerà da parte cattolica la Rivoluzione francese e le misure figlie di questo rivolgimento epocale. De Maistre leggerà l’evento rivoluzionario inquadrandolo in una prospettiva propriamente cattolica, secondo una filosofia/teologia della storia precisa che a Burke, di religione anglicana, mancava, in quanto sprovvisto delle coordinate offerte dal Magistero della Chiesa. Non dobbiamo mai dimenticare, infatti, che il pensiero controrivoluzionario si pone in perfetta continuità con il Magistero dei Papi, e l’eco di quel che dice si rintraccia nei discorsi e nelle Encicliche dei Sommi Pontefici lungo tutto il secolo XIX e parte del XX.

  • Conservatorismo e pensiero controrivoluzionario. Quali le differenze?

È una domanda chiave che affronto sinteticamente in un apposito paragrafo e che indirettamente tratto lungo l’intero libro. Il carattere del pensiero controrivoluzionario è radicale e radicato in un orizzonte metafisico. Qui, l’aspetto legato alla trascendenza non è un’aggiunta né tantomeno un orpello, ma è fondamento di tutto. In analogia ad un organismo vivente, esso ne rappresenta il cuore. La società tradizionale a cui guarda il pensiero controrivoluzionario è organica e gerarchica, vive di vita concreta, è intessuta di realismo e simbolismo, in quanto tutto ricorda e riflette l’immagine di Dio. Essa vive di un ordine che non inventa, ma che scopre e trasmette ed in questo atto di trasmettere vi opera una duplice selezione di ordine sociologico e di ordine etico. La tradizione, così facendo, non diviene e non è mai sterile archeologismo ma patrimonio sempre vivo. La Cristianità è l’orizzonte sociale a cui guarda.

Il conservatorismo, invece, poggia su basi empiriche e non trascendenti, la sua azione politica. Ne discende che seppur lodevoli e comuni possono essere diverse battaglie condotte sul terreno della tattica, diverge profondamente con il pensiero controrivoluzionario quando si passa al terreno della strategia. Jaime Balmes a tal proposito soleva dire che “il conservatore conserva la rivoluzione”, poiché finisce con accettare la dialettica liberale interna all’ordinamento sociale nel quale si mescola, difendendo di volta in volta, paradossalmente, un ordine sociale sempre “rinnovato”, trovandosi dunque, così facendo, a “conservare la rivoluzione”.

  • A chi consiglia la lettura di questo libro? 

A chi è curioso di riscoprire nuove strade che vadano oltre il paradigma della modernità. A chi, in tutta onestà, scorge disorientamento e spaesamento in una società dove non vi è posto per l’Eterno. A chi è rimasto deluso dalle ideologie politiche che hanno inizio con la Rivoluzione francese o che di questa, in diversa misura, sono figlie: il liberalismo, il comunismo e in generale il fenomeno dei totalitarismi del ‘900. A chi non si accontenta delle narrazioni univoche, a chi non crede ai dogmi della società relativista dei nostri tempi, a chi è pronto a mettere in discussione la mistica dell’immanenza che oggi domina. O, più semplicemente, a chi è appassionato di filosofia e storia politica ed è curioso di leggere un libro trattante un argomento inedito nel panorama editoriale.

Mi permetta, infine, di ringraziare, ancora una volta, un autore ed editore come il caro amico Francesco Giubilei che è stato sin da subito entusiasta del testo di cui si sta parlando ed ha permesso che venisse pubblicato. La casa editrice Historica/Giubilei-Regnai, grazie all’impegno ed alla sagacia di Francesco Giubilei, è destinata a diventare nel giro di breve tempo – come già ha dato prova in questi anni – una realtà centrale per l’elaborazione e lo sviluppo di una cultura che faccia dei valori permanenti ed eterni il terreno solido e sempre vivo a cui guardare e da cui ripartire.

Federica Masi