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Sono oltre tre settimane che infuria la guerra nel territorio della Repubblica di Artsakh – Nagorno Karabakh tra l’Armenia e l’Azerbaijan. La violenta offensiva azera con il supporto militare della Turchia e l’arruolamento di miliziani jihadisti dalla Libia e dalla Siria, ha già causato centinaia di morti e provocato la fuga di migliaia di sfollati che hanno trovato rifugio nella vicina Repubblica d’Armenia.

Oltre agli obiettivi di carattere militare, sono state distrutte infrastrutture civili di primaria importanza quali abitazioni, scuole, ospedali e addirittura luoghi di culto carichi di grande valore simbolico, oltreché spirituale, per la popolazione locale come la cattedrale della città di Shushi.

La piccola capitale della Repubblica di Artsakh, Stepanakert, cannoneggiata notte e giorno dalle forze nemiche, appare oramai come quel tragico scenario urbano che siamo soliti osservare nelle immagini che ci giungono dai conflitti in Medioriente: una città sventrata dalla guerra. La brutalità degli attacchi turco-azeri si manifesta anche attraverso l’utilizzo di bombe a grappolo, fatto ampiamente documentato dalle autorità locali, e di droni kamikaze che si abbattono incessantemente su questo fazzoletto di terra e sui suoi inermi abitanti. Ad oggi sono stati firmati due cessate al fuoco per motivi umanitari ma nessuno dei due è stato rispettato rendendo il conflitto sempre più aspro.

Da parte delle Organizzazione Internazionali non c’è stato ancora un forte appello alla pace, anche per le evidenti ragioni di carattere geopolitico tra le quali l’appartenenza della Turchia alla NATO e l’approvvigionamento energetico (gas, petrolio) dell’Unione Europea con l’Azerbaijan.

Un silenzio assordante arriva anche dal Vaticano il quale, salvo qualche tiepido appello, non si sta spendendo, quantomeno pubblicamente, per una rapida soluzione diplomatica del conflitto; bisogna considerare infatti che quando si parla di Armenia non si parla di un Paese qualunque, bensì del primo Paese al mondo ad aver adottato il Cristianesimo quale religione di Stato, un Paese dove il Cristianesimo non è secolarizzato come nel Vecchio Continente e che poco più di cento anni fa il suo popolo è stato decimato dal Genocidio da parte degli Ottomani proprio per motivi religiosi. A riprova di questo basti considerare l’attuale impiego di terroristi jihadisti a supporto dell’Azerbaijan che dà preoccupanti connotati etnico – religiosi al conflitto.

La difesa del popolo armeno quindi è una questione non solo di carattere umanitario per tutelare la sopravvivenza pacifica di un popolo nella propria terra, bensì una battaglia a difesa della Cristianità e delle radici dell’Occidente ai confini dell’Europa e a contenimento dell’espansionismo panturchista della Turchia neo Ottomana guidata dall’autoritarismo di Erdogan.

Considerato ciò, come Nazione Futura chiediamo alle autorità italiane di riconoscere ufficialmente l’indipendenza della Repubblica di Artsakh, secondo il principio dell’autodeterminazione dei popoli, in quanto già nel 1991/1992 c’è stato un referendum legittimo dove ha vinto l’indipendenza dall’Azerbaijan, sfociato poco dopo in una guerra sanguinaria.

Il riconoscimento della Repubblica di Artsakh da parte dell’Italia sarebbe un importante segnale a livello internazionale, soprattutto per i Paesi membri dell’Unione Europea, e aggraverebbe ancor più la posizione turco-azera agli occhi della diplomazia internazionale. Il nostro Paese deve lavorare incessantemente affinché la popolazione armena, così martoriata nei secoli e ancora una volta obiettivo della Turchia, trovi il più presto possibile e in maniera definitiva la pace.