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A fine settembre si è riaccesa la guerra in Nagorno- Karabahk tra le forze armene e quelle azere, un conflitto storico ancora non risolto. Abbiamo intervistato il Console On. d’Armenia, il dott. Gagik Sarucanian, per conoscere la sua testimonianza personale.

  • I conflitti armati nel mondo continuano, da fine settembre si è riaperto lo scontro tra Armenia e Azerbaijan. Cosa sta succedendo nel Caucaso?

Approfittando della pandemia Covid-19 unitamente alle ambizioni espansionistiche della Turchia, l’Azerbaijan, dopo 26 anni di status quo, il 27 settembre ha deciso di rinunciare a percorrere la via diplomatica e ha attaccato la Repubblica si Artzakh (Nagorno Karabakh).

Forte dell’appoggio turco e col supporto dei combattenti jihadisti dislocati per l’occasione nel Caucaso, ha attaccato il Nagorno Karabakh dove vive da secoli una popolazione armena di religione cristiana.

  • Dietro a questo conflitto che tipo di motivazioni ci sono? 

Le motivazioni sono principalmente: territoriali per l’Azerbaijan (che contraddicono ogni principio internazionale dell’autodeterminazione dei popoli), espansionistiche per una visione panturchistica per la Turchia e religiosa per i terroristi combattenti trasportati dalla Siria. 

  • La Commissione europea ha sin da subito dichiarato di voler porre fine alla guerra, ma de facto ha mostrato un comportamento fallimentare. In che modo dovrebbe intervenire?

Per prima cosa con una forte pressione, reale e non solamente annunciata, sulla parte che non solo ha avviato il conflitto ma ha anche rifiutato per ben due volte, il 10 e il 17 ottobre, di dare seguito alla tregua umanitaria concordata fra le parti.

Dichiarazioni di richiamo generico a fermare il conflitto, di fatto non fermano la parte che aggredisce anche la popolazione civile distruggendo città, scuole, ospedali e chiese. È stato documentato l’uso da parte azera di bombe al grappolo contro civili, il 70% della popolazione del Nagorno Karabakh è sfollata.

Come in casi analoghi, sono certo che l’uso dello strumento delle sanzioni possa sicuramente fermare l’Azerbaijan.

  • Anche l’autorità pontificia si è espressa con parole di preghiera. Crede che andrebbe salvaguardata con maggiore attenzione la comunità cristiana?

Assolutamente sì. Siamo sempre stati nel mirino della Turchia, che non dimentichiamo, ha perpetrato un genocidio nei confronti del popolo armeno nel 1915, proprio perché cristiani.

 “Il primo Genocidio del ventesimo secolo”, così lo nominò coraggiosamente il Santo Padre, attirando le ire di Ankara, durante la Santa Messa in Vaticano del 2015 in memoria delle vittime del genocidio dello scorso secolo.

  • La Turchia è una minaccia sempre più reale per tutte le potenze. Perché?

Perché si è trasformato negli ultimi anni, con l’arrivo al potere di Erdogan, da uno Stato laico e moderno in uno Stato con il potere centrato nelle mani di una sola persona con forti tendenze autoritarie, con ambizioni espansionistiche e con forte accento per una radicalizzazione della società turca. Basti ricordare gli interventi in Sira, Libia e la recente trasformazione in moschea della cattedrale di Santa Sofia. 

  • La posizione dell’Italia, legata da interessi economici, quale dovrebbe essere?

A differenza di molti paesi, l’Italia è sempre stata attenta alla sofferenza degli Stati in guerra, spesso intervenendo con missioni di pace.  

Ovviamente, vi sono presenti forti interessi economici legati all’Azerbaijan, ma siamo certi che prevarrà la storica amicizia e stima fra i nostri popoli.

Un primo passo, come auspicato dal Primo Ministro armeno Nikol Pashinyan, sarebbe il riconoscimento della Repubblica di Artzakh (Nagorno Karabakh) come Stato indipendente ponendo le basi, quale una dei paesi fondatori dell’UE, di una decisione storica che fungerà da esempio per gli altri paesi dell’UE.

  • Nelle ultime ore è stata violata la tregua umanitaria stabilita pochi giorni fa. Cosa si preannuncia nel prossimo futuro?

Sono state violate già due tregue e ora si attende che la diplomazia internazionale intervenga con fermezza per bloccare il duo Turchia/Azerbaijan, che disattendendo i due accordi precedenti, hanno dato un colpo alla credibilità dei paesi promotori del Gruppo di Minsk dell’OSCE (Fed. Russa, Stati Uniti e Francia), il formato negoziale per la composizione pacifica del conflitto.

L’Armenia ha fiducia nell’azione del Gruppo di Minsk ed auspica che a breve lo stesso possa intervenire con maggiore decisione per fermare questa follia dalle conseguenze umanitarie spaventose. 

  • Quali le conseguenze nel panorama geopolitico?

La più visibile conseguenza è il tentativo di espansione geopolitica turca nel suo più ampio vicinato, come d’altronde abbiamo potuto osservare negli ultimi anni in Siria, in Libia e nel Mediterraneo orientale. Nel Caucaso la Turchia ha superato una linea rossa con l’ostilità verso l’Armenia, alleata della Russia, ma che intrattiene buoni rapporti anche con Bruxelles, Washington e il mondo arabo.

La Turchia ha innalzato il livello dello scontro geopolitico con la Russia e il rischio di una regionalizzazione del conflitto è piuttosto elevato. Per evitarli, intanto bisogna fermare le armi. Riprendere le trattative e far comprendere agli iniziatori di questa guerra che con le armi non si possono risolvere problemi così delicati.

Nella regione abbiamo attori come Armenia, Azerbaijan, Nagorno Karabakh ma anche l’Iran, che esprime preoccupazione per la guerra in corso a ridosso dei suoi confini dove vivono le minoranze azere.

  • È da escludere una possibile soluzione alla crisi?

Anche le peggiori soluzioni diplomatiche, sono meglio di una guerra. Sono certo che se alcune delle parti al conflitto decidessero di rinunciare alle ambizioni e pretese massimaliste, forse si raggiungerebbe finalmente la tanto attesa pace nella regione.

  • Una sua testimonianza del conflitto.

Ero in Armenia quando è scoppiata questa guerra assurda. Devo dire che nel 2020, non mi sarei mai aspettato di assistere ad una tale violenza con il dispiego di una forza militare senza precedenti in un’area così limitata.

Vedere l’angoscia, ma allo stesso tempo il patriottismo, della popolazione armena che inviava i propri soldati in Nagorno Karabakh ad aiutare i propri fratelli, mi ha convinto che come nel 1994, anche questa volta ce l’avremmo fatta ad imporre la pace ai nostri vicini bellicosi.

La cosa che tuttavia mi ha davvero sorpreso, dopo 23 giorni dall’inizio della guerra, che le potenze internazionali, l’ONU e la Nato, della quale ricordiamo la Turchia fa parte, non siano ancora riusciti ad imporre almeno un cessate il fuoco. 

Ogni ora che passa, aumenta la sofferenza della popolazione di Nagorno Karabakh che attende con ansia la fine di una guerra che chiamare inutile e scellerata, è dire poco.