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Tra i fattori di assoluta novità nella tornata elettorale americana più incerta degli ultimi anni (anche più del 2016, per certi versi) ce n’è uno che difficilmente si immaginava di poter considerare negli Stati Uniti moderni: la violenza.
Le immagini dei commercianti che blindano letteralmente le vetrine dei propri negozi sparsi un po’ in tutte le grandi città USA (da Washington a New York a Los Angeles) sono emblematiche di una polarizzazione che non è più solo politica, ma antropologica e culturale.
Il confronto, caposaldo dello stato liberale e della democrazia occidentale, specie americana, è ormai totalmente superato.
Le due narrazioni contrapposte sono disposte a prevalere l’una sull’altra a qualsiasi costo. Annullandosi, azzerandosi, sovrastandosi se necessario anche fisicamente.
I programmi non contano più. I risultati non contano più. Il benessere dei cittadini non conta più. Talvolta, non contano più nemmeno i candidati, visto che più che Trump contro Biden, questa elezione sarà ricordata per essere un referendum pro o contro Trump.

Un fenomeno iniziato proprio nel 2016 quando accadde l'”impensabile”. Quando cioè un candidato della società civile ottenne la nomination repubblicana anche contro buona parte dei repubblicani stessi. E riuscì a battere la strafavorita Hillary Clinton. Quel candidato era appunto The Donald, il primo presidente “divisivo” della storia americana recente. Perché negli Stati Uniti, il presidente è il presidente, anche quando si dissente politicamente da lui e dal suo partito (basti pensare ai casi Nixon, Clinton etc.). Quando solca le porte della Casa Bianca, il presidente “diventa” l’America.
Durante i 4 anni di mandato di Trump, invece, si è assistito in modo del tutto inedito all’emersione di tessuto sociale, politico e mediatico disposto a sconfessare se stesso e l’America tutta pur di disconoscere, affossare e demonizzare il presidente.
È così che la polarizzazione da politica si fa “emotiva”. E grazie ai social, grazie alle piazze, grazie agli “scandali” veri o presunti, la politica diventa astio. L’astio diventa odio. L’odio diventa violenza.

I social, si diceva. Altro elemento di assoluta novità non già perché inventato da poco (ormai sono oltre 10 anni che Facebook ha portata planetaria), bensì perché nel 2016 Facebook, Twitter etc. giocarono una sorta di “neutralità” e addirittura emersero dubbi (poi rivelatisi strumentali) di manipolazioni straniere (russe) sull’esito elettorale utilizzando proprio strumenti informatici e social.
Stavolta no. Stavolta, evidentemente memori della lezione passata, i colossi del web hanno preso una posizione. Hanno sentito su di loro la responsabilità di avere voce in capitolo. Hanno fatto politica. Sebbene Trump sia strabordante dal punto di vista delle interazioni web, intorno ai suoi account si è creato un fronte interno (più che contrapposto a Biden) fatto di haters e troll, di sostenitori simbolo dell’America profonda e delatori provenienti da ogni parte del mondo. Un melting pot dal quale diventa impossibile trarre qualsiasi riferimento con la realtà e che anzi, come ormai abbiamo imparato a capire, tende solo a far trapelare il peggio di ognuno di noi.
Ad aumentare la polarizzazione, l’astio, l’odio e tutta la catena di cui si parlava.

Sui media mainstream sarebbe da stendere un velo pietoso visto il precedente di quattro anni fa che a quanto pare non è servito al Quarto Potere (americano e internazionale) ad imparare la lezione. La valanga blu non c’è stata. Il tentativo di mitizzarla per creare un bandwagon intorno a Biden non ha funzionato. Ma le figuracce, purtroppo, vengono dimenticate molto presto. Specie se a vincere è la parte che si sostiene. Ma l’impatto delle proprie azioni di terrorismo mediatico volto al condizionamento degli elettori non può essere considerato, dal punto di vista etico e pratico, proporzionato all’obiettivo finale.
È al contrario una pura logica dittatoriale.
Tutto, dunque, contribuisce a creare un clima incandescente che non fa bene all’America e agli americani a prescindere dal vincitore finale.
Analizzare gli USA oggi, tra Covid, violenza dei movimenti Black Lives Matter e Antifa, incertezza economica, strumentalizzazione mediatica e divisione politica praticamente al 50-50, significa prendere coscienza di un Paese dilaniato da conflitti interni. Una situazione che potrebbe essere raccontata con lo stesso linguaggio normalmente utilizzato dai commentatori occidentali per descrivere le elezioni nei Paesi del Terzo Mondo.