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Di fronte a un’epidemia globale che ha colto di sorpresa comunità scientifica, classe dirigente, cittadinanza, provocando panico e terrore diffuso, la mancanza di leadership dei governanti è risultata sin troppo palese. Da anni ormai si denunciano le inefficienze della classe politica, le narrazioni strampalate, le agende ricche di inadeguatezze e povere di soluzioni reali per problemi reali. Ma il cigno bianco pandemico ha spinto molti, troppi a mettersi nella condizione di doversi chiedere:

“È davvero questa la classe dirigente che desideravo per affrontare un simile dramma?”

Un quesito, si badi bene, di portata planetaria.
A seconda delle latitudini, dei vari sistemi di gestione dell’emergenza, dell’impatto culturale di misure applicabili in alcuni contesti politici e sociali, inapplicabili in altri, sono emersi non solo spunti di riflessione sullo stato di salute delle singole entità nazionali e sovranazionali, ma anche sulla levatura dei governanti.

Nel libro “Scimmie al volante” (Rizzoli), di Marco Mensurati e Fabio Tonacci, c’è una formidabile intervista al sociologo Giuseppe De Rita che aiuta a mettere a fuoco l’eterna querelle sulla competenza. I suoi amici funzionari della Camera dei deputati, racconta De Rita, oggi si sentono umiliati. Erano abituati a stendere dossier accuratissimi per i parlamentari sui temi legislativi, ma oggi l’onorevole medio quei dossier non solo non li legge, non è proprio in grado di capirli, e pretende una tabellina semplice semplice a prova di macaco.

I dirigenti della Prima Repubblica, che non erano certo tutti scienziati, studiavano le consulenze tecniche, poi magari facevano di testa propria e se ne assumevano la responsabilità: eccola, la competenza del politico. Quelli di oggi, che non leggono e non capiscono, fanno ugualmente di testa propria, salvo poi nascondersi dietro alla pseudoneutralità di un comitato scientifico.

Chiaro che, in una sede diversa, andrebbe analizzato anche lo stesso mondo dei media mainstream, di cui Mensurati e Tonacci sono ingranaggi fondamentali, e chiedersi se le stesse lacune evidenti in politica non siano sovrapponibili anche alla comunicazione. Ma lo spunto resta valido. E anzi, ci viene in soccorso un altro libro: “Why do so many incompetent men become leaders?” (Perché così tanti mediocri diventano leader?) dello psicologo Tomas Chamorro-Premuzic.

Perché la vera domanda, la vera sfida del mondo post-pandemico, è esattamente questa: identificare il problema primo, fonte di qualunque altro, e impegnarsi il più possibile per provare a risolverlo consapevoli del fatto che occorreranno anni, decenni, forse generazioni. Per senso di responsabilità e per la tutela di se stessi e degli altri. Perché la pandemia sarà pure uno tsunami imprevedibile, ma la politica ha il dovere di prepararsi all’imprevedibile. È una delle sue funzioni. Non prevedere il futuro, ma minimizzare l’impatto che il futuro può avere su di noi.
Il cigno nero esiste. Non l’abbiamo scoperto nel 2020.
Oggi si chiama pandemia, ieri terrorismo islamico, l’altro ieri terremoto. Domani chissà. Un politico figlio dell’odiernità proiettato solo sulla prossima legge di bilancio e sulla prossima campagna elettorale non è un politico, è un burocrate.
E ciò che è ancor più tragico è che al cospetto di quella che potremmo chiamare “sondaggiocrazia” o “politica-influencing” la scadenza più breve per ricevere i feedback desiderati non è nemmeno annuale o mensile, ma giornaliera. Ogni azione suscita nel mondo 2.0 una reazione immediata, un termine di misurazione del sentimento del proprio o l’altrui elettorato. Al punto che diventa l’elettorato stesso, tracciabile come mai prima d’ora, a dettare narrazioni, post sui social, provvedimenti legislativi.

Insomma, l’utopia antipolitica di Gianroberto Casaleggio, con la democrazia diretta, l’abbattimento del rappresentante e il voto elettronico per “teleguidare” o addirittura bypassare il Parlamento, è vicinissima a diventare realtà. Una realtà che non stanno costruendo solo i depositari del teorema grillino, ma tutti.
L’antipolitica si sta facendo politica. E di fronte a questa rivoluzione copernicana un cittadino comune diventerà sempre più abituato a percepire il nulla come politica, a riconoscere il nulla come un potenziale leader, e a votare il nulla come proprio rappresentante politico.

La più grande sfida della politica moderna, paradossalmente, sarebbe quella di resettarsi. Per il suo stesso bene.

Tornando al libro di Chamorro-Premuzic, lo psicologo ritiene, a ragione, che lo snodo fondamentale della problematica stia proprio nella selezione della classe dirigente. E nei parametri diventati convenzioni sociali che trasformano un mediocre in un leader, e un potenziale leader in un ingranaggio. Si potrà discutere, certamente, su quali di questi parametri possano essere ritenuti più o meno sindacabili, ma la criticità resta: se un egolatra capace di generare consenso social diffondendo spazzatura, monetizzarlo, utilizzarlo come strumento di persuasione elettorale, può tranquillamente accedere al Parlamento scavalcando formazione, militanza, meritocrazia, cultura, sacrificio, contatto con la realtà, come potrà la politica sopravvivere a se stessa e a questo bug che la sta distruggendo dall’interno?
Come potrà, alla lunga, un millennial cresciuto in un mondo in cui tutto è televoto, tutto è numero, tutto è misurato dal numero dei like riconoscere un politico dai contenuti, dalla dirittura morale, dal valore aggiunto antropologico, e non dal consenso?
Perché nel regno dell’antipolitica il numero ha sempre ragione. Il numero manipola la realtà, il numero permette a una falsa notizia di circolare con una velocità 6 volte superiore rispetto alla rettifica, il numero permette a chiunque di scaricare le responsabilità.

Serve un Anno Zero.
Per vincere la sfida, evitare che lo shock della pandemia venga dimenticato, spazzare via il diktat dominante che vuole l’alternativa comunque peggiore della mediocrità e quindi tanto vale tenersi la mediocrità, servirà tempo, voglia di investire, abnegazione, capacità di ingoiare rospi, perseveranza. Sarà probabilmente una di quelle battaglie che non si potranno vincere in una vita. Una di quelle che verrà iniziata da alcuni e vinta da altri.
Ma la politica è proprio questo: vincere il tempo.
Seminare affinché altri dopo di noi possano raccogliere.
Anteporre il bene comune alla gloria.
Pensare non già ai figli, ma ai nipoti, persino ai pronipoti, prima che a noi stessi.
Politici, se ci siete, battete un colpo.