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Radfahrernatur. Qualche mese fa il politologo Carlo Galli ha impiegato questa terminologia tedesca per descrivere il comportamento collettivo indotto dalla pandemia e dalle restrizioni con cui conviviamo dallo scorso marzo. Si traduce come “natura da ciclista”, ossia la postura tipica del corridore che nello sforzo piega la testa e, pedalando, esercita la forza verso il basso. Quando puntiamo il dito e scagliamo il nostro j’accuse contro gli untori rider, poi i giovani della movida estiva e, ultimo trend, gli assembramenti per lo shopping natalizio, ci illudiamo di essere un pochino più liberi, secondo l’accezione politica di libertà quale partecipazione alle decisioni collettive. Incolpare chi non è abbastanza responsabile e mette a rischio gli altri con il suo comportamento, pur non violando formalmente alcuna disposizione, ci fa sentire membri di una comunità, sensibili ai suoi bisogni, compartecipi al suo destino. Proseguiamo così a pedalare, accusando e predicando, ma non ci accorgiamo che “il potere lo si subisce anche quando si crede di esercitarlo”.

Tale logica della colpevolizzazione stravolge la relazione tra istituzioni e cittadini, minando le basi stesse del patto sociale, ormai non più fondato sul principio della rappresentanza democratica e della partecipazione di tutti alla vita dello Stato bensì su un neopaternalismo bacchettone che predica la resilienza e innesta il senso di colpa nella coscienza collettiva. Quando ciascuno di noi si sente in colpa per aver commesso un errore o aver fatto un torto a qualcun altro tende ad assumere un atteggiamento remissivo, si dispiace, si scusa e promette di comportarsi bene. Cosa accade però se a sentirsi in colpa non sono più i singoli individui ma una società intera, se la colpa cioè ce la autoinfliggiamo come collettività per poi condannarci ad espiare il peccato? Accade che sentiamo il bisogno di rivolgerci a chi può indicare la via della rettitudine, anche se ciò significa rinunciare a un pezzo della nostra libertà. Meglio ancora se si riescono a toccare le corde della coscienza sociale tenuemente, senza imposizioni, grazie a leader capaci di ottenere l’adesione volontaria dei propri seguaci per mezzo dell’interiorizzazione del senso di colpa. La resilienza diventa così la strada per la redenzione di questa nuova religione politica, molto meno occidentale rispetto alle religioni politiche dei totalitarismi del Novecento e molto più orientale laddove predica il dominio di sé e delle proprie passioni, il disciplinamento sociale e il rispetto incondizionato dell’autorità.

L’ideologia della colpa, della pena (e quindi anche dei premi, degli incentivi), della disciplina per la salvezza di tutti non è un prodotto della pandemia, che l’ha solo resa più manifesta. Questa forma di soft power preesiste al Covid e attrae a sé tutti i settori del vivere civile: l’austerity e la clava del debito pubblico, il voto responsabile, la credibilità internazionale, la logica degli incentivi e il culto meritocratico che divide il mondo tra vincenti e perdenti, cosa sono se non manifestazioni di questo paradigma culturale che ci pone l’uno contro l’altro, indebolisce l’autonomia delle coscienze e ci espone alla sorveglianza e all’assoggettamento esterno? Smettiamo dunque di pedalare, fermiamoci e guardiamoci attorno. Solo così potremmo scoprire che non è vero che siamo circondati da gente inaffidabile, irresponsabile, incosciente, incurante di sé e del prossimo. Solo così potremmo curare la vera malattia del nostro tempo, quel senso di alienazione e di solitudine che fiacca la nostra volontà e ci impedisce di riscoprire la bellezza della vita associata, l’attitudine all’impegno comune nella libertà di ciascuno. Solo così potremmo comprendere che la società non si divide in colpevoli e incolpevoli, responsabili e irresponsabili, e che questa narrazione alla quale siamo assuefatti non è niente altro che un piccolo, insignificante piedistallo personale da cui conviene scendere al più presto, per potersi di nuovo vedere negli occhi, stringersi la mano ed abbracciarsi.