Abbonati alla rivista

Nazione Futura Rivista

Abbonati alla rivista

Tempo fa, scrissi, per Nazione Futura, un articolo intitolato “L’inquietudine dopo la tempesta COVID”, per sottolineare che, dopo mesi terribili pandemia, persisteva un profondo senso di amarezza, legato al desiderio di denunciare tutte le gravi responsabilità, le enormi leggerezze e i vizi sistemici sia del mondo politico-amministrativo che di quello sanitario; un’inquietudine non rancorosa né vendicativa ma severa, relativa alla triste ed oggettiva realtà che, nonostante il desiderio estivo di rinascita giustamente riapparso dopo l’emergenza, lasciava presagire qualcosa di negativo per l’immediato futuro. 

Questo pericolo imminente non era solo relativo alla possibilità concreta di una recrudescenza virale ma nasceva dalla constatazione che i numerosi problemi emersi durante l’emergenza (molti dei quali, invero, pre-esistenti ad essa) e per nulla risolti, attanaglia(va)no la nostra Nazione. Ecco allora che nel volgere di poche settimane, precisamente nel mese di ottobre, siamo ripiombati in un vorticoso e drammatico incubo legato all’aumento dei contagi che, con effetto domino, ha causato un’impennata dei ricoveri con conseguente saturazione dei posti letto. Non fui una cassandra jettatrice né un facile profeta ma, semplicemente osservatore di un sistema che non funziona(va).

Come ha recentemente rilevato Alessandro Campi, lo pseudo-lockdown natalizio non è servito a granché: musei saldamente chiusi e centri commerciali allegramente aperti, mentre i contagi sono rimasti alti; nuove restrizioni, come osserva Campi, “con la promessa implicita che a Pasqua, se ci comporteremo bene, ritroveremo certamente la libertà perduta. Forse”. E poi ancora, il rischio altamente probabile di completare con eccessivo ritardo la campagna vaccinale che, stando alle attuali dinamiche, terminerà non prima del febbraio 2022. Un fallimento analogo a quello dell’app immuni, “un altro pilastro autarchico della lotta al Covid di cui nessuno, per pudore e per decenza, parla più”.

L’esecutivo si è contraddistinto per aver emanato regole ferree sostenute da una molle logica, che si sono rivelate tanto inutili quanto dannose. E’ stato osservato giustamente che fino ad ora “abbiamo affrontato l’emergenza, non abbiamo gestito la pandemia”. Come già detto più volte, servirebbe cambiare l’organizzazione sanitaria (lavoro immane possibile solo nel medio-lungo termine), eppure alcune rettificazioni dell’attuale crisi potevano essere fatte subito, partendo dalla ristrutturazione energica della medicina territoriale, in particolare rivitalizzando la tanto bistrattata Medicina Generale che dovrebbe essere il perno di un Sistema Sanitario efficiente.

Invece abbiamo assistito ad un’impennata non solo dei contagi ma anche dei decessi (sulla cui conta ci sarebbe comunque da accertare la natura dei criteri utilizzati): dal febbraio al 31 maggio, i morti furono 33415, mentre a fine dicembre li abbiamo superati con 33731. 

Una delle criticità scandalosamente non risolte e nemmeno considerate da chi di dovere è stata la carenza di protocolli condivisi da poter utilizzare per l’assistenza domiciliare dei positivi al COVID, con il risultato che i nostri Medici di Famiglia, privi di indicazioni concrete, di una regia unica e di una rete di lavoro (che includesse anche personale infermieristico), sono stati  abbandonati al loro destino esattamente come a febbraio-marzo venivano inviati al fronte senza DPI (addirittura, come riferiva Mario Balzanelli, presidente della Società Italiana Sistema 118, mancava un’adeguata dotazione per lo stesso personale delle ambulanze).

Vogliamo parlare del “Decreto Rilancio”? Per prevenire un possibile collasso del sistema sanitario, era stato previsto un incremento di 3500 nuovi posti letto per le terapie intensive, da distribuire in modo omogeneo sul territorio nazionale; peccato però, che a fine ottobre, solo 1279 posti letto erano stati creati, oltretutto in maniera disomogenea. Ad ottobre, risultavano disponibili 6458 posti letto, 1963 in meno rispetto ad aprile! Solo a fine dicembre siamo giunti a quota 8651. In altre parole, abbiamo impiegato più di sessanta giorni per tornare dove eravamo al termine della prima ondata.

E poi ancora altre nefandezze che gridano vendetta e che gravano sull’attuale esecutivo come pesanti responsabilità. Lo Stato che compra 10 milioni di mascherine a un prezzo unitario di 55 centesimi, quando poche settimane dopo il commissario Arcuri imponeva ai farmacisti la vendita dei medesimi dispositivi a 50 centesimi. Quello stesso Arcuri che dobbiamo ricordare come responsabile della carenza di bombole d’ossigeno medicale (basti pensare che, essendo necessari almeno due mesi di anticipo per produrre stock di questi importanti presìdi, una delle due aziende italiane produttrici di bombole rivelava che dopo la prima ondata gli ordini si erano fermati ed erano ripresi solo a fine ottobre…).

Sapevamo a cosa saremmo andati incontro, un’estate intera per prepararci… Eppure…

A fine ottobre 2020 è stato pubblicato un j’accuse redatto da dieci professori universitari che evidenziavano come il governo Conte fosse responsabile della ricaduta della Nazione nella “fase rossa”, sottolineando 10 errori essenziali: 1) pochi tamponi, 2) scarsa sicurezza nelle scuole, 3) assenza di un database accessibile e comprensivo di tutti i dati sull’epidemia, 4) tracciamento inefficace (causa il flop della suddetta “App Immuni”…), 5) controlli inesistenti circa gli assembramenti nel periodo estivo, 6) mancato potenziamento tanto del personale sanitario quanto dei posti letto di terapia intensiva, 7) mancata sicurezza dei trasporti pubblici, 8) confusione e carenze in merito alla vaccinazione antinfluenzale, 9) scarsa attenzione alla medicina del territorio, 10) ritardo dei bandi per le convenzioni con i “COVID hotel”.

C’è poi la questione del nuovo piano pandemico. Il 14 gennaio scorso, grazie al direttore di Report Ranucci è deflagrata su facebook la notizia delle perquisizioni in tutta Italia attuate dalla Guardia di Finanza per conto della Procura di Bergamo: ad essere oggetto delle attenzioni investigative erano gli uffici dello stesso Ministero della Salute. Motivo dell’inchiesta: la mancata zona rossa in Lombardia ad inizio pandemia, ipotizzando i reati di falso ed epidemia colposa. In tale contesto, si inseriscono le acquisizioni di documenti e atti relativi al piano pandemico. 

Al di là delle poco edificanti vicende giudiziarie del governo Conte, quel documento redatto dall’OMS e pubblicato nel maggio 2020, in cui l’operato del nostro Sistema Sanitario Nazionale veniva definito “inappropriato, caotico…” (salvo poi ritirare e far sparire fuori tempo massimo lo stesso documento), poneva in relazione quel caos operativo e decisionale con il mancato aggiornamento del Piano Pandemico del 2006 e la sua mancata utilizzazione. Ora, sebbene non sia l’unica nazione europea, il fatto che l’Italia non abbia aggiornato negli ultimi anni il piano pandemico, è già uno scandalo. Ma ancor più grave è il fatto che, comunque sia, un piano già c’era ed è stato completamente disatteso proprio nelle prime (e critiche) fasi della pandemia. Il piano vigente, sebbene non aggiornato, prevedeva che dovessero essere compiute azioni preventive e adottate misure di mitigazione che, in caso di passaggio del virus all’uomo, consentissero di affrontare al meglio l’emergenza sanitaria: approvvigionamento adeguato in termini sia quantitativi che qualitativi, facendo scorte di dispositivi di protezione individuale, mascherine, camici, guanti, disinfettanti; censimento dei posti letto in isolamento sia a bassa che ad alta intensità ed approvvigionamento dei dispositivi meccanici per l’assistenza ai pazienti; protocolli di utilizzo dei DPI per i soggetti a rischio (operatori sanitari in primis); restrizione degli spostamenti e dei viaggi da e per quei paesi nei quali vi fossero cluster epidemici. 

Sin dalle prime notizie di diffusione del virus, avremmo dovuto mettere in atto misure di preparazione per affrontare l’eventuale emergenza ed avremmo dovuto fare tutto ciò ben prima della dichiarazione dello stato di emergenza del 31 gennaio 2020. Eppure, sino alla fine di febbraio, il piano pandemico vigente rimase disatteso (a parte il blocco dei voli dalla Cina che, paradossalmente, ha complicato il tracciamento dei contagi). In pratica, il mancato aggiornamento del Piano Pandemico è, certamente, una grave omissione che dovrebbe essere ascritta ai responsabili della Direzione Generale del Ministero, ma la mancata attuazione di quello vigente ha privato il Paese, gli operatori sanitari e i cittadini, delle minime dotazioni di difesa e dell’organizzazione di Comando e controllo necessaria a gestire ordinatamente l’emergenza. Di qui la protervia del governo che, non avendo adottato alcuna strategia, punta tutto sempre e solo sul distanziamento fisico (inappropriatamente definito “sociale”), ovvero sulla proiezione delle responsabilità sui cittadini. Che per decenni la sanità pubblica sia stata oggetto di tagli sconsiderati e che le risorse ad essa destinate siano state dirottate verso la sanità privata è ben noto, ma bisogna asserire che tutto questo non mitiga in alcun modo le responsabilità di una gestione inadeguata, titubante, improvvisata e caotica dell’emergenza COVID-19.

Ma veniamo alla bozza del nuovo piano pandemico: un testo provvisorio (per fortuna) e quindi emendabile, che se non altro, ha il pregio di andare, finalmente, a colmare la grave lacuna lasciata dal mancato aggiornamento del piano; un piano strategico che dovrebbe indicare le linee operative per  preparare l’Italia a fronteggiare nuove possibili pandemie.

Innanzitutto, merita attenzione l’aspetto etico relativo al passaggio in cui viene detto che quando “la scarsità rende le risorse insufficienti rispetto alle necessità”, potrà essere consentito “allocare risorse in modo da fornire trattamenti necessari preferibilmente a quei pazienti che hanno maggiori possibilità di trarne benefici”. Ora, questo principio, chi lavora nell’ambito medico, sa bene che nella stessa pratica clinica quotidiana, anche al di fuori dall’emergenza COVID, viene spesso messo in atto, valutando caso per caso in base a criteri clinici e in proporzione ai risultati attesi: dinanzi ad un paziente in condizioni cliniche molto gravi, di età avanzata e con prognosi invariabilmente infausta, un trattamento intensivo come l’intubazione endotracheale potrebbe costituire un rimedio inutile se non addirittura dannoso (in altre parole, un “accanimento terapeutico”). La stesso principio potrebbe essere applicato nel caso di dover scegliere tra un paziente con prognosi gravissima (e quindi con scarsissime probabilità di miglioramento se non di sopravvivenza) ed uno con un maggior margine di recupero. Diverso sarebbe, invece, il discorso di escludere dalle terapie intere categorie di persone, sfruttando la scusa di criteri arbitrari (per esempio l’età): ciò diventerebbe discriminatorio e quindi inaccettabile per qualunque medico voglia restare fedele al Giuramento d’Ippocrate.

Ci sono poi considerazioni di ordine strutturale e di contenuto che andrebbero rivolte alla bozza in oggetto. In modo molto enfatico è stata posta l’attenzione ai DPI, ai posti letto ed alle terapie intensive. Ben venga, considerando che nei primi mesi di marzo, come già detto, il personale sanitario lavorava praticamente senza materiale di protezione, in condizioni assurde ed i reparti erano totalmente congestionati per scelte scellerate che negli anni precedenti avevano decurtato drammaticamente il numero dei posti letto. Eppure tutto ciò non basta! 

Il testo non attribuisce la giusta importanza a parole chiave come “strategie di prevenzione”: dalle centinaia di pagine non traspare sufficientemente la necessità di combattere il virus nelle comunità, scuole, trasporti, luoghi di lavoro. Non vengono focalizzate quelle strategie virtuose di controllo della pandemia messe in atto da paesi come Taiwan, Singapore e Corea del Sud. Si continua ad ignorare un punto fondamentale della lotta al SARS-CoV-2: il virus va combattuto sul territorio e non negli ospedali quando ormai è troppo tardi. 

Come giustamente ha osservato Roberto Di Vogli, professore associato in salute globale e psicologia del potere dell’Università di Padova, il nuovo piano pandemico sembra esser più reattivo che preventivo, insegue il virus piuttosto che anticiparlo, non ha una prospettiva di salute pubblica e di popolazione. Si continua a non capire che nei mesi scorsi abbiamo messo in atto interventi non risolutivi ed è mancata un’azione territoriale, una rete capillare sul territorio che permetta di anticipare i contagi, facendo tamponi ai contagiati, inclusi gli asintomatici ed i loro contatti e realizzando tracciamenti attraverso tecnologie digitali.

L’Italia sarà sempre “serva” e “di dolore ostello”. Ma per quanto tempo ancora resterà “nave senza nocchiero in gran tempesta”?

Giovanni Flamma