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Al di là dei nomi, al di là del rancoroso, seppur parzialmente giustificato, scotto degli esclusi, al di di là di qualche volto un poco consunto da polemiche stucchevoli d’antan, al di là delle logiche correntizie – se di correnti si può parlare riferendoci ad un movimento anarchico e monarchico e quindi di ossimorica armonia, al di là quindi di una visione politologica molto superficiale, più attenta alle poltrone e un po’ meno alle visioni programmatiche, ecco che quella odierna potrebbe tradursi in un nuovo tentativo di ripartenza per Forza Italia. Il che non vuol dire provare a soppesare la reale forza del partito in virtù degli spazi ministeriali occupati, o meglio: non solo, ma implica anche stabilire quali priorità dare a talune scelte squisitamente politiche e finanche culturali.

Tornare al governo del Paese, se si vuol dare un senso alla storia valoriale e al vissuto storico del movimento berlusconiano, implica assumersi delle responsabilità, e sai che novità in questa affermazione, ma soprattutto implica affrancarsi definitivamente da una grammatica scialba e priva di contenuti sebbene eccessivamente in uso lungo le latitudini forziste. Una semantica ricca di vocaboli ma povera di sostanza concettuale. In pratica il cosiddetto “moderatismo”. Un’espressione vacua e inconsistente adoperata solo come elemento verbale di differenziazione rispetto alle smargiassate di chi, invece di accarezzare il buon senso conservatore, alimentava i parossismi logici di un sovranismo da cortocircuito. Forza Italia vide la propria epifania contaminata da sensibilità politiche al tempo, e non solo al tempo, considerate alla stregua di eresie. Parlo del liberalismo classico, del post-socialismo riformista e del popolarimo cattolico. L’operazione fu quella di mantecare – in una cornice fusionista – le molteplici articolazioni ideali appena menzionate, ovvero si tentò di dare vita ad un effetto sinergico tra queste correnti di pensiero.

E proprio da tale ambizione, o utopia che dir si voglia, che nacque la definizione di “partito liberale di massa”. Ovverosia lo strumento partitico tramite il quale riuscire a sdoganare il sano individualismo e la pratica delle libertà laddove fallì miseramente qualsiasi tentativo pregresso da parte di forze politiche eccessivamente elitarie. Leggasi PLI. Adesso la storia offre un’ulteriore chance, forse l’ultima, di modellare plasticamente quel corollario di idee, intuizioni e ispirazioni derivanti da un profilo identitario ben scolpito. E tale opportunità viene presentata mediante i ministeri assegnati alla compagine azzurra. Dicasteri di una certa rilevanza, specialmente in questa fase storica attraversata da pandemie e crisi economiche che, se da un lato portano criticità a non finire, dall’altro elargiscono non poche occasioni di cambiamento.

D’altronde parlare della Pubblica Amministrazione, parlare dei rapporti con le Regioni, parlare altresì dei fondi per la coesione europea destinati al sud Italia, se allarghiamo l’orizzonte dalle chiacchiere dell’ordinarietà alla prospettiva di un futuro forse più remoto che prossimo, ma comunque auspicabile, vuol dire innanzitutto parlare di un’eccellente occasione di dare forma a quanto è stato finora solo teorizzato. Vuol dire riprendere il discorso su quanto debba essere efficiente, e quindi altamente formata, totalmente digitalizzata e adeguatamente retribuita, una nuova classe di professionisti che operano nello Stato e per lo Stato, la cui autorevolezza, per l’appunto, non deve riflettersi in un ampliamento del suo perimetro d’azione ma dalla qualità del suo agire.
Vuol dire, sempre in un’ottica rivolta al domani, ottimizzare l’architettura istituzionale dello Stato e il suo rapporto con le istituzioni più vicine ai territori. Il che vuol significare una sussidiarietà verticale che, in primo luogo, non contempli ne compenetrazioni legislative e nemmeno vuoti normativi da un ente all’altro; una nuova rimodulazione delle aree gestite dalle singole amministrazioni; una rivisitazione del federalismo che dovrebbe spingere più per la competizione amministrativa e meno per l’assistenzialismo parassitario e quindi un nuovo equilibrio tra un governo centrale forte – presidenzialismo o semipresidenzialismo o premierato che sia, e un assetto periferico dello Stato che possa essere sempre più funzionale e flessibile e ancor di più prossimo al singolo individuo. La nuova stagione governativa, infine, vuol dire per Forza Italia contribuire a invertire il paradigma per cui il Mezzogiorno necessiti quasi esclusivamente di sussidi, finanziamenti a pioggia, occupazione previo allargamento della sfera pubblica. Il Sud Italia ha si bisogno di investimenti per infrastrutture, sia materiali che immateriali, ma, parimenti, deve essere innescato un meccanismo legato a logiche concorrenziali, di responsabilizzazione sociale, di cultura ad alto tasso di vocazione imprenditoriale, di consapevolezza delle grandi opportunità logistiche, naturalistiche, turistiche e commerciali che ha da offrire il nostro meridione. Insomma, la presenza forzista all’interno dell’esecutivo Draghi può contribuire nel concreto a ritagliare uno spazio in cui vi sia un po’ più di individuo e un po’ meno di Stato, un po’ più di libertà e un po’ meno di burocrazia, un po’ più di mercato e un po’ meno di statalismo selvaggio. Ecco, al di là di tutto, è questo ciò che dovrebbe premere maggiormente ad una forza di forte ispirazione riformatrice quale dovrebbe essere, e son sicuro che lo sia ancora, la mia, la nostra Forza Italia.