Abbonati alla rivista

Nazione Futura Rivista

Abbonati alla rivista

A differenza di quanto avveniva in precedenza, sta prendendo piede l’idea che Taiwan possa davvero diventare un casus belli tra Repubblica Popolare Cinese e Stati Uniti. Tutti sanno che gli Usa, pur non riconoscendo ufficialmente l’indipendenza dell’isola, sono tuttavia impegnati a difenderla qualora venisse attaccata dal potente vicino.

Va pure notato, tuttavia, che tale impegno si colloca a livello verbale e non è supportato da un trattato formale. E questa è la conseguenza della visita di Nixon e Kissinger a Pechino nel 1972, che condusse a stabilire rapporti diplomatici ufficiali tra le due potenze.

Mao Zedong e Zhou Enlai, però, chiarirono subito che la Cina è una sola. Andava quindi “sanata” la ferita inferta all’orgoglio nazionale, giacché Taiwan si definiva allora – proprio come adesso – “Repubblica di Cina”.

La leadership cinese non si è affatto accontentata di essere riuscita ad espellere Taiwan prima dall’Onu, e poi da tutte le organizzazioni internazionali. Vuole invece che venga considerata a tutti gli effetti una “provincia ribelle”, destinata a riunirsi, con le buone o con le cattive, alla “madre patria”.

L’opzione dell’annessione militare, a Pechino, non è mai tramontata. Se finora non si è realizzata è solo perché la Repubblica Popolare non si sentiva abbastanza forte da sfidare apertamente gli americani. Si dà tuttavia il caso che negli ultimi anni, e in particolare con la presidenza di Xi Jinping, la situazione sia parecchio cambiata. La potenza bellica cinese – inclusa quella missilistica e navale – è cresciuta a dismisura, con la costruzione nel Mar Cinese Meridionale di una catena di isole artificiali create a scopi puramente militari. E le costanti proteste Usa non hanno avuto alcun effetto concreto.

Né i cinesi si preoccupano del fatto che i taiwanesi abbiano dato alla leader indipendentista Tsai Ing-wen la maggioranza assoluta dei voti e dei seggi in parlamento. Dal loro punto di vista il parlamento di Taiwan è illegittimo, poiché tocca a Pechino decidere chi deve governare a Taipei.

Si è visto, del resto, quanta importanza Xi Jinping e il suo gruppo dirigente attribuissero alla vittoria elettorale democratica a Hong Kong. In pratica nessuna, e infatti la ex colonia britannica è stata “normalizzata” a dispetto di tutte le (inutili) proteste occidentali.

Non tutti sanno, però, che Taiwan è anche una vera e propria “isola del tesoro”. Avanzatissima dal punto di vista tecnologico, sul suo territorio si produce la grande maggioranza dei microprocessori (microchips) indispensabili per la costruzione degli apparecchi elettronici.

Per chiarire l’importanza di questo fattore, si deve solo ricordare che, da sole, le aziende taiwanesi sfornano il circa il 70% della fabbricazione mondiale  di circuiti integrati. I loro prodotti vengono quindi acquistati da tutte le fabbriche che nel mondo costruiscono dispositivi hardware. Ivi incluse quelle della Repubblica Popolare.

Con questo intendo dire che, dietro l’ostilità di Pechino nei confronti di Taiwan, non si cela soltanto lo slogan retorico “Una sola Cina”, ripetuto come un mantra da Xi Jinping e dai suoi dirigenti. C’è pure l’intento di impadronirsi di un patrimonio tecnologico di inestimabile valore.

Nel frattempo Taiwan ha aumentato del 5,2% la propria spesa militare, dotandosi di armamenti molto sofisticati. Mossa che però non è certo in grado di impensierire la Repubblica Popolare che, dal canto suo, sta procedendo a un grande potenziamento delle sue forze armate. La violazione dello spazio aereo taiwanese da parte degli aerei da guerra di Pechino è diventata pressoché quotidiana, e l’isola è facilmente raggiungibile dai missili balistici cinesi.

Potrebbe insomma arrivare il momento in cui la pressione della Repubblica Popolare su Taiwan diventerà concreta e insostenibile. Giacché l’isola, ovviamente, non è in grado di difendersi da sola. E il Global Times, il quotidiano in lingua inglese del Partito comunista cinese, non perde occasione per rammentare ai taiwanesi la disastrosa ritirata Usa dall’Afghanistan.

Si vedrà allora se Biden sarà disposto a correre dei rischi militari per difendere la libertà e l’autodeterminazione di un prezioso alleato. Oppure, considerato il precedente afghano, se ci toccherà una riedizione dell’interrogativo “Morire per Danzica?”, sostituendo il nome dell’isola asiatica a quello della città polacca.