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di Federica Pascale

Nato nel 1986 a Lovere, provincia di Bergamo. Leghista. Nel 2019 viene eletto presidente del gruppo europeo Identità e Democrazia. Lo abbiamo incontrato nel suo ufficio presso il Parlamento Europeo a Bruxelles per fargli qualche domanda a tu per tu. 

La nuova variante del Covid si chiama Omicron e arriva dal Sudafrica. Su indicazione del Ministro Speranza, è stato vietato l’ingresso in Italia a chi negli ultimi 14 giorni è stato in Sudafrica, Lesotho, Botswana, Zimbawe, Mozambico, Namibia, Swaziland e Malawi. Nonostante questo, nessuno impedisce agli scafisti di sbarcare sulle coste sicule. C’è speranza che il ministro Lamorgese faccia qualcosa?

La speranza è l’ultima a morire. Speriamo sempre. E lavoriamo nel Governo, tramite il sottosegretario al Ministero degli Interni Nicola Molteni, affinché finalmente la Lamorgese faccia quello che noi chiediamo da inizio pandemia, cioè quello che fa qualsiasi Stato civile. Se ci sono delle misure restrittive imposte ai cittadini, non è possibile che chi arriva illegalmente nel nostro Paese, cosa che tra l’altro non dovrebbe accadere, abbia anche un trattamento per così dire privilegiato. Non è concepibile sia da un punto di vista della legalità che della gestione sanitaria. Se viene richiesto un sacrificio in termini di restrizioni e abitudini di vita ai cittadini italiani, pensare che possano entrare delle persone all’acqua di rose è follia. 

Cosa propone di fare la Lega a questo proposito?

Noi della Lega abbiamo subito pressato sia sul controllo delle frontiere che sul blocco degli sbarchi, non appena iniziata la pandemia. Questa è la strategia adottata anche da altri Stati come il Giappone, l’Australia, gli Stati Uniti e lo stesso Regno Unito. Hanno applicato restrizioni enormi sugli ingressi nel Paese e irrobustito il controllo dei confini per combattere ancora di più gli ingressi irregolari, soprattutto in questa situazione d’emergenza sanitaria. Questo dovrebbe fare uno Stato civile, come l’Italia, e questo dovrebbe fare l’Unione Europea su tutti i suoi confini esterni. Chiaramente noi guardiamo l’Italia ma vivendo in un Unione dove le frontiere sono aperte e dove non ci sono controlli ai confini tra gli Stati, a parte poche eccezioni, è chiaro che il problema diventa europeo e non solo italiano. 

L’Unione Europea ha dichiarato di voler respingere le migliaia di migranti bloccati fra Bielorussia e Polonia, senza neanche esaminare le richieste di asilo. È un grande cambiamento rispetto all’approccio usato sin dal 2015, quando è scoppiata la crisi siriana e si è dovuto affrontare il problema dell’immigrazione in Europa. Si tratta forse di un punto di svolta?

Nelle ultime settimane vediamo, quanto meno nel linguaggio e nella predisposizione delle istituzioni europee verso questo problema, un cambiamento rispetto alla retorica e all’approccio usati fino a pochi mesi fa. Ad esempio, il capogruppo dei popolari europei Manfred Weber, della CSU bavarese e alleato della Merkel, ha detto che questa idea di costruire un muro tra Polonia e Bielorussia finanziato dall’Unione in fin dei conti non è poi così male. Anche il liberale Charles Michel, sempre stato campione di diritti umani e che ha criticato l’ex Presidente degli Stati Uniti Donald Trump per il muro al confine col Messico, qualche giorno fa è andato proprio al confine tra Polonia e Bielorussia e anche lui ha ammesso che finanziare un muro o delle barriere lì è una cosa buona e giusta. Non è più soltanto la Lega, che prima veniva presa per folle, a proporre queste soluzioni ma adesso queste stanno diventando mainstream.

L’immigrazione clandestina porta sistematicamente al verificarsi di tragedie. Infatti, oltre ai migranti che stanno congelando nei boschi al confine polacco-bielorusso, mercoledì scorso sono morte 27 persone che tentavano di attraversare il canale della Manica per raggiungere il Regno Unito. Come interrompere questo flusso migratorio scellerato?

Come insegna Ferguson, che non è un pericoloso populista ma uno storico di Harvard, pensare che l’Europa possa sostenere il peso di un’evoluzione demografica, che nei prossimi anni porterà decine di milioni di emigrati dall’Africa sul nostro territorio, è impensabile. È necessario che il focus si sposti dal tema redistribuzione, che è ormai una tema politicamente tossico. Non ha una minima maggioranza per poter essere anche solo discusso nel merito e anche tecnicamente è una “non soluzione”. Occorre concentrarsi, invece, sul tema dei confini esterni. Mi fa un po’ arrabbiare che oggi si parli di Polonia e Bielorussia e si dimentichi, invece, dell’Italia o quanto meno non se ne parli con la stessa enfasi. Siamo sempre trattati come europei di serie B. Ad ogni modo, bene che se ne parli e che la questione polacca abbia iniziato a smuovere un po’ il terreno su questo tema. Ad ogni modo, aspettiamo la Commissione perché sarà questa che dovrà fare delle proposte sull’eventuale utilizzo del budget dell’Unione.

Sembra che il vento stia cambiando nel Parlamento Europeo. Forse adesso che il problema non è più soltanto dell’Italia, ci si sta rendendo conto che occorre agire.

Esattamente. Qui non ci sono popolari, identitari o conservatori. Si sta creando, credo, un substrato di centro destra e di partiti politici che appartengono a gruppi e Paesi diversi, con priorità diverse ma che tuttavia collaborano sul tema. Vedere la Polonia, tanto vituperata, cooperare con i Paesi baltici, di tradizione più liberale, su un tema di difesa dei loro confini è sicuramente positivo. Anche vedere Weber o Michel che dicono la stessa cosa che noi diciamo da anni è una soddisfazione. Si sono svegliati, adesso aspettiamo che facciano azioni concrete perché la situazione è insostenibile. Gli ultimi numeri pubblicati la scorsa settimana da Frontex sono drammatici, soprattutto per quanto riguarda il Mediterraneo centrale ma anche il confine Spagna-Marocco. Qualcosa si smuove ma non è ancora abbastanza. Aspettiamo una proposta dalla Commissione.

Si parla molto di transizione ecologica ed energetica ma anche di un fortissimo rincaro delle bollette. Per questo, l’Unione Europea ha istituito un fondo sociale per l’azione per il clima che si propone di proteggere i cittadini vulnerabili dall’aumento dei prezzi. Secondo lei è uno strumento efficace? 

No, non credo sia efficace. Non mi sembra che questi soldi stiano andando a finanziare i più deboli e credo, invece, che questo tipo di strumenti andranno maggiormente a beneficio dei Paesi più dipendenti dal carbone in Europa: la Polonia, che ha un’economia molto sovvenzionata dai fondi europei e che spesso grazie a questo ci fa concorrenza, e la Germania, che non mi pare essere un’economia debole in UE. 

Pensare che le dinamiche di oggi siano slegate dalle scelte politiche che stiamo prendendo in tema di transizione ecologica significa non capire niente, a mio avviso. Queste dinamiche non sono dettate dalla crisi del COVID, e quindi temporanee, ma sono dinamiche in atto da tempo e influenzate dalle scelte politiche che l’Unione ha fatto. Con il Green Deal, che è uno dei pilastri che ha messo in campo la Von der Leyen dal 2019, cambieremo il modo in cui produciamo e viviamo. Pensare che questo non abbia un impatto sui prezzi o su come si evolve il nostro sistema industriale ed energetico è follia. 

Qual è dunque la strada per compiere la transizione senza pesare sulle tasche dei cittadini europei?

Purtroppo, gli errori commessi nel passato rendono l’Unione ricattabile e la transizione non è facile. Non possiamo proporre di passare al nucleare per essere indipendenti e scampare agli aumenti dei prezzi. Partendo oggi, sappiamo che per certe tecnologie e per certi investimenti ci vuole tempo. L’unica soluzione nel breve termine è che i Governi e l’Unione sovvenzionino le bollette. Le imprese non sanno se a gennaio dovranno chiudere o meno perché il costo delle bollette potrebbe aumentare diventando insostenibile, nonostante il grande lavoro di efficientamento energetico fatto in passato. 

Oggi dobbiamo decidere di passare da un approccio ideologico, che è distruttivo, ad un approccio pragmatico. Stiamo discutendo in questi giorni della cosiddetta tassonomia, cioè il booklet che ci dirà ciò che è verde, e quindi sarà incentivato e sovvenzionato, e ciò che non è verde e quindi sarà “punito” con tasse. Se il gas e il nucleare rientreranno in questa tassonomia, forse questa transizione sarà più lieve. Se non ci rientreranno, saranno problemi. Tra l’altro, c’è un’altra grande difficolta cioè quella di avere un approccio unico con 27 economie che hanno una situazione energetica differente. La Spagna e la Francia sono più dipendenti dal nucleare, l’Italia dal gas, la Germania e l’est Europa dal carbone. Trovare una soluzione per tutti non è facile. 

Quali sono gli errori commessi dall’Unione Europea che ostacolano la transizione energetica?

L’Unione rimane molto debole per sue scelte di modello di sviluppo. Ha scelto di essere dipendente, per materie prime e per approvvigionamento energetico, da partner stranieri e di solito da Governi non troppo democratici con i quali è difficile trattare. L’Unione è un po’ confusa, imporrà delle tasse verdi per alleviare in teoria i costi di questa transizione ma, in realtà, per l’utilizzo di questi soldi ci sono già fin troppi obiettivi. Da quando è nato il Recovery Fund, questi soldi non serviranno più solo per la transizione ecologica ma anche per ripagare l’enorme debito che l’Unione ha contratto di ben 750 miliardi di euro. 

In esclusiva abbiamo letto su ‘Il Giornale’ del documento ufficiale della Commissione Europea contenente le nuove linee guida per una “comunicazione inclusiva”. Ormai il documento è noto a tutti per le sue forzature linguistiche: un esempio è dire “periodo della vacanze” invece di “periodo natalizio” per non offendere chi non festeggia il Natale perché non cristiano. Insomma, un delirio politicamente corretto. Fortunatamente, la Commissione ha ritirato le suddette linee guida viste le proteste in merito. Qual è stata la reazione sua e del suo partito?

La Lega era pronta a dar battaglia perché sarebbe stato inaccettabile. Si tratta di una tendenza che vediamo da alcuni anni, soprattutto qui nelle istituzioni europee. Già lo scorso anno Sassuoli fu criticato perché mandò ai parlamentari gli auguri scrivendo ‘Buone Feste’ al posto di ‘Buon Natale’. Quando una civiltà nega e quasi si vergogna delle proprie radici e delle proprie tradizioni, tocca davvero il fondo. Oggi l’Europa è così, e questa è una delle nostre principali battaglie su cui stiamo sfidando il Partito Popolare Europeo, che una volta era il custode delle nostre radici, identità e cultura ma che oggi, invece, si è appiattito completamente a sinistra. Il nostro gruppo politico, Identità e Democrazia, parla chiaro: crediamo che senza il riconoscimento del valore delle proprie identità non ci possa essere democrazia sostanziale. Oggi vediamo questa follia applicata tutti i giorni anche ai provvedimenti legislativi, il che è ancora più grave. Speriamo si riesca un po’ a scardinare questa deriva, spinta soprattutto dalla sinistra ma accettata in maniera totalmente acritica anche da coloro che si definiscono cristianodemocratici e che sono nati dalla tradizione cattolica e cristiana. Infatti, nel PPE c’è un po’ di subbuglio contro la leadership attuale che ha portato tutto il gruppo su queste posizioni tipicamente di sinistra, cedendo a questo ricatto e accettando questa ideologia.