Abbonati alla rivista

Nazione Futura Rivista

Abbonati alla rivista

Con la nascita dell’euro ed il progressivo svilupparsi dell’integrazione europea, sembrava pacifico che l’inflazione, nelle sue forme più perverse, sarebbe stata relegata ai libri di storia economica.

Per gli addetti ai lavori, i primi segnali erano già ben evidenti a inizio 2021, con i primi rincari sulle materie prime già ravvisabili verso la fine del primo trimestre dell’anno, complice anche la robusta ripresa industriale cinese al termine della fase “critica” del COVID, nel 2020 (come più volte indicato da Gianclaudio Torlizzi, uno dei massimi esperti italiani ed europei di commodities).

Lo scenario attuale, tra le variabili di principale impatto a livello globale, è dipeso sia dall’accelerazione economica intercorsa a inizio 2021, sia dal progressivo diffondersi istanze legate alla decarbonizzazione senza se e senza ma, che implicano da un lato un rincaro (anche politico) delle fonti non rinnovabili (quote CO2 in primis) e dall’altro una tendenza generalmente rialzista dal lato delle materie prime.

Ma veniamo a noi. Il campanello d’allarme, almeno per il dibattito pubblico, arriva nell’ultimo trimestre 2021, con un rialzo dei prezzi del gas naturale di oltre il 40% in tutta Europa e la conferma del Ministro della transizione ecologica, Roberto Cingolani, di forti rincari nei costi dell’energia a partire dalla fine del 2021 e – potenzialmente – per buona parte dell’anno 2022.

Le politiche di contenimento della CO2 e di persecuzione della carbon neutrality stanno portando sempre più realtà industriali (inclusi i fornitori di energia) a ridurre le proprie emissioni, con eventuali ripercussioni sui consumatori.

Con sentenza del 26 maggio 2021, il Tribunale distrettuale dell’Aia (Paesi Bassi) ha imposto a Shell di ridurre le emissioni di CO2 del 45% rispetto ai livelli del 2019 entro il 2030. 

Il caso rappresenta un unicum, ma non per questo privo di effetti: una drastica riduzione in così poco tempo (la programmazione aziendale di Shell prevedeva una riduzione delle emissioni del 20% entro il 2030) ha portato l’azienda a vendere alcuni asset alla concorrente americana ConocoPhilips, alimentando una serie di conseguenti aspettative e dinamiche nel mercato. 

Una progressiva cessione di asset economici da parte delle aziende energetiche, almeno per quanto riguarda lo Spazio economico europeo (SEE), non può che implicare infatti una filiera produttiva sempre più in mano ai competitor stranieri (Russia in primis) e costi per l’energia sempre più elevati, stante la perdita di quegli asset legati proprio alle materie prime. 

Non è quindi improbabile uno scenario dove una forsennata e frettolosa ricerca dell’ambientalismo a tutti i costi comporterà una contrazione della capacità produttiva delle aziende europee a favore di attori stranieri, con la conseguenza non solo che materie prime ed energia costeranno sempre di più, ma che a fronte di una riduzione delle emissioni a livello UE, si possa assistere ad una tendenza inversa per quanto riguarda gli altri competitor principali; basti pensare a come il prezzo dell’alluminio sia costantemente salito sia per via del rimbalzo industriale cinese che dei tagli produttivi imposti da Pechino per ridurre le emissioni di CO2 (nel 2021 ha raggiunto il massimo storico del 2008, pari a circa 3.000 dollari a tonnellata). 

Il tema rincaro energetico, in Europa, trova ulteriori complicazioni anche per via del sistema per lo scambio delle quote di emissione UE (ETS), meccanismo che, in sintesi, istituisce un vero e proprio mercato per la compravendita di “quote” di CO2 emettibili con meccanismo Cap and Trade: viene fissato un tetto (cap) limite che definisce la quantità massima di CO2 che può essere emessa dagli impianti rientranti nel sistema ETS, entro tale limite, le imprese potranno acquistare o vendere quote in base alle proprie esigenze. 

Il sistema prevede una allocazione delle quote su base annua, in una data quantità che va poi a ridursi via via nel tempo, con la conseguenza che chi emette maggiori emissioni dovrà acquistare più quote. 

Il sistema ETS riguarda, tra le altre, le emissioni di CO2 derivanti da produzione di energia elettrica e di calore e settori industriali ad alta intensità energetica (raffinerie, acciaierie, produzioni chimiche, etc.).

In conseguenza dell’improvviso rimbalzo della produzione industriale europea e mondiale post-COVID, sono aumentati d’improvviso anche i volumi di produzione industriale in tutto il continente, con una conseguente e maggiore necessità di emissioni di CO2.

Inutile dire che in questo caso le speculazioni non si sono fatte attendere, con un prezzo di CO2 pari a 31 euro a tonnellata a inizio 2021 che è rapidamente schizzato a picchi di oltre 90 euro a tonnellata nel mese di dicembre 2021: secondo alcune stime di mercato, il prezzo è destinato ad aumentare a 100 euro per tonnellata di CO2 (nb. Per produrre 1 tonnellata di acciaio occorrono circa 2 tonnellate di CO2) anche in seguito delle riforme legate al pacchetto climatico UE “Fit for 55”. 

Occorre poi ricordare che l’Asia è stata la prima area economica a riavviare la propria industria dopo il primo stop iniziale dovuto alla pandemia da COVID-19, portando le navi gasiere e tutto il mondo della logistica energetica a fornire una prelazione di fatto per quelle aree, a scapito del continente europeo.

In Italia, il primo trimestre 2022 vedrà un aumento delle utenze elettriche del 55% e del gas del 41,8%, sia per le ragioni contingenti sin qui delineate (costo della materia prima più elevato e speculazione su quote ETS), sia per ragioni di tipo geopolitico.

In ordine, l’Italia è un importatore energetico e dipende in modo molto ampio dal mercato internazionale, la Francia, anche grazie al ricorso all’energia nucleare, ha potuto ridurre l’entità del rincaro energetico. 

Il tema geopolitico vede poi un ruolo inevitabilmente fondamentale da parte della Russia, la cui Gazprom (che controlla il 18% delle riserve mondiali di gas conosciute e fornisce più di un terzo del gas utilizzato nell’UE ndr). 

I rifornimenti di gas nell’Europa nordoccidentale da parte di Mosca hanno visto un calo dei volumi di circa il 17% nell’ultimo trimestre 2021, nonostante i prezzi elevatissimi e dunque elevate possibilità di profitto: l’assenza di ricorso a capacità di esportazione aggiuntiva (ma sempre nel rispetto delle clausole contrattuali) rientra in un chiaro disegno strategico da parte della Russia sia di reazione per le recenti tensioni e posizionamenti sviluppatisi sul confine ucraino, sia, in un’ottica di medio-lungo periodo di affermazione come principale fornitore di gas per l’Europa (ricorrendo a contratti di fornitura a lungo termine) anche tramite l’approvazione ed utilizzo del gasdotto Nord Stream 2.

Nord Stream 2 rappresenta l’espansione di Nord Stream, passante da Ust-Luga (Russia) fino a Greifswald (Germania), attraverso il Mar Baltico, con una fornitura diretta, senza passare da Paesi terzi (marginalizzando quindi l’Ucraina, che guadagna circa 1 miliardo e mezzo di euro annui per il transito di gas): la nuova infrastruttura dovrebbe raddoppiare la quantità di gas naturale esportato dalla Russia, è di fatto già stata costruita, ma finora non ha ricevuto l’autorizzazione a entrare in funzione dalle autorità tedesche ed europee, creando non poche tensioni a livello internazionale.

D’altronde un maggiore ricorso alla Russia come partner energetico ne incrementerebbe la sfera d’influenza negli affari europei, attirando le ire di Washington che, di converso, sta mettendo una pezza sulla crisi stimolando l’invio di forniture di gas naturale liquefatto (GNL) via mare. 

Sul tema la palla sta al nuovo cancelliere tedesco, il socialdemocratico Olaf Scholz, noto per non osteggiare il progetto; certo, poi, bisognerebbe spiegare alla Germania che spegnere le centrali nucleari senza alternativa può avere ripercussioni a cascata sull’intero sistema industriale europeo. 

A fronte poi del ruolo di enorme rilevanza ricoperto dalla Cina, la cui domanda interna è in grado di influenzare in modo non trascurabile l’andamento di mercato, la partita è tutta politica e tutta europea: in tal senso appaiono ideologiche ed incomprensibili le continue scelte europee di proseguire la via della decarbonizzazione senza il ricorso a forme energetiche transitorie ed alternative come nucleare e gas, tema che forse solo la Francia (la cui presidenza di turno è iniziata il 1° gennaio 2022) pare avere una piena contezza. 

Su questo, sicuramente uno scontro importante a livello politico è ricoperto dal tema della tassonomia verde UE, nella cui ultima versione sia nucleare che gas sono state considerate come fonti di energia potenzialmente compatibili, ma c’è anche tutto un tema geopolitico da discutere con Russia, Egitto e Libia: incrinare i rapporti con player così importanti a fronte di una transizione energetica che non dispone dei mezzi per sostituire le fonti energetiche tradizionali non può che indebolire il mercato interno ed incrementare le tensioni economiche per il mondo industriale.

La combinazione di queste tensioni, con ripercussioni su tutto il sistema produttivo (non solo industriale, ma anche terziario con relativa possibilità del collasso di attività economiche e distretti produttivi che ancora non hanno recuperato i ritmi pre-covid) e le spinte per un progressivo tapering della Banca Centrale Europea dovuto all’eccessiva inflazione rischiano di incendiare un 2022 complicato sotto tutti gli aspetti.

È evidente che in questo caso la soluzione non può che essere politica: interna dal punto di vista delle fonti energetiche a disposizione, ed in questo caso è doverosa la valutazione di un ricorso a fonti come l’energia nucleare, soprattutto in ottica di lungo periodo con le nuove tecnologie in via di sviluppo; esterna, europea e condivisa nel momento in cui è necessario correggere e contenere le storture del mercato e le derive speculative.

Il dazio ed il freno al libero mercato sono solo la naturale conseguenza di un sistema politico ed istituzionale incapace di affrontare con obiettività la realtà che lo circonda e di fornire modelli di sviluppo realmente sostenibili ed alternativi a quelli degli altri “blocchi” internazionali.