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di Alessio Moroni

Mercoledì 12 gennaio è stato approvato il testo di legge sulla Disciplina dell’attività di Relazioni Istituzionali per la rappresentanza di interessi, volto a regolamentare l’attività di lobbying, attività che nel corso degli anni sta diventando sempre più importante a livello legislativo, non solo in Italia ma anche – ed in particolar modo – all’interno degli organi dell’Unione Europea. 

Un testo unico nato dalle tre proposte presentate – nel corso degli ultimi due anni – da Silvia Fregolent (Italia Viva), Marianna Madia (PD) e Francesco Silvestri (M5S), su una tematica che sin dall’inizio ha fortemente diviso la maggioranza all’interno della Commissione Affari Costituzionali, portando a forti rallentamenti nell’iter normativo e ad un DDL compromissorio che ha lasciato molti deputati insoddisfatti. 

All’interno del testo spicca la decisione di istituire un Registro per la trasparenza dell’attività di rappresentanza di interessi presso l’Autorità garante della concorrenza e del mercato ma ciò che ha fatto discutere gli esperti del settore e gli esponenti dei partiti all’interno della Commissione è stato il cosiddetto cooling-off, ovvero il periodo nel quale ai decisori di politiche pubbliche – a mandato concluso – è fatto divieto di poter fare attività di lobbying, evitando che possa utilizzare il suo precedente passato politico per poter avere un vantaggio concorrenziale. 

Contrariamente alla volontà iniziale del Movimento 5 Stelle che chiedeva che questo divieto fosse della durata di tre anni e includente tutti i parlamentari, è stato posto in Commissione – con voti favorevoli degli stessi grillini, del PD e di Leu, ad un anno dalla cessazione dell’incarico istituzionale e solamente per gli esponenti di governo nazionale (sia nazionale che regionale). 

Sono stati inoltre esentati dalla Legge – in base all’Articolo 3, le organizzazioni sindacali ed imprenditoriali, decisione che ha portato l’Organizzazione No Profit “The Good Lobby” a richiedere una modifica al Senato per eliminare «gli “sconti per Confindustria, associazioni imprenditoriali, sindacati e confessioni religiose, per cui devono valere gli stessi obblighi di trasparenza che si applicano a tutti gli altri soggetti». 

Il malcontento politico che ha caratterizzato le discussioni – interne alla maggioranza – durante l’esame della proposta di legge in Commissione, ha cozzato con i voti con la quale la Pdl è stata approvata alla Camera: 339 voti a favore e nessun contrario, con Fratelli d’Italia unico gruppo parlamentare ad astenersi.

Ed è proprio all’interno di questo partito che sono stati denunciati i numerosi compromessi con i quali è stata approvata la Legge. 

Il deputato perugino Emanuele Prisco (Fdi) ha etichettato il testo finale come «frutto di compromessi al ribasso di una maggioranza in cui convivono garantisti e ipergiustizialisti […]. se l’intento è costruire tribunali del popolo o ulteriori legami burocratici ricordiamo che questo non è quello che serve all’Italia».  

Più tenui i commenti da parte dei membri della maggioranza governativa – probabilmente spinti dalla volontà di non alimentare ulteriori polemiche in un momento di forte tensione politica a causa dell’imminente elezione del Presidente della Repubblica e del futuro incerto di Draghi a Palazzo Chigi: Igor Iezzi, capogruppo Lega in Commissione Affari Costituzionali si è detto soddisfatto dell’approvazione alla Camera del provvedimento e si è augurato «tempi brevi al Senato per poter dare così al nostro ordinamento una regolamentazione chiara e trasparente, che disciplini il rapporto tra i protagonisti della nostra vita sociale, culturale, economica e i decisori pubblici. Ciò attraverso una visione liberale, che vede nei rappresentanti di interesse una ricchezza per la nostra democrazia».

Sulla stessa lunghezza d’onda i deputati Cinque Stelle Balduino e Silvestri, con la prima che ha sottolineato come il loro gruppo si sia «fortemente battuto» per la regolamentazione del lobbying mentre il secondo ha ribadito l’importanza del traguardo, «tempi brevi al Senato per poter dare così al nostro ordinamento una regolamentazione chiara e trasparente, che disciplini il rapporto tra i protagonisti della nostra vita sociale, culturale, economica e i decisori pubblici. Ciò attraverso una visione liberale, che vede nei rappresentanti di interesse una ricchezza per la nostra democrazia».