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Il futuro del centrodestra sarà deciso nella partita per il Quirinale, ed è questo l’unico elemento in una fase ancora – come è normale che sia – estremamente tattica, e interlocutoria. La tensione è alta proprio perché tutti i protagonisti sono ben consapevoli dell’importanza politica che l’elezione del primo Presidente di centro destra  dalla nascita della c.d.  seconda repubblica  ha sul futuro della colazione e sopratutto sulle ambizioni future in direzione Palazzo Chigi.  Una partita che deve essere inevitabilmente giocata senza commettere errori e con un chiaro obiettivo portare al Colle un candidato marcatamente di centrodestra, non vicino al centrodestra, ma di  centrodestra, una sfumatura non da poco. 

La candidatura di Silvio Berlusconi, la più marcata e la più identitaria  potrebbe essere tanto una soluzione, quanto un problema. L’ex Premeir sa bene che questa sarà l’ultima partita politica, quella del riscatto e della vendetta sulle risatine, sui suoi avversari nostrani, e il coronamento di una carriera politica  vissuta ai vertici della repubblica negli ultimi ventisette anni. Ma per quanto ci si sforzi ad oggi i numeri non tornano, perché sulla candidatura del Cavaliere convergono esclusivamente i partiti di centro destra ( FdI – Lega – FI – CI  – Noi con l’Italia ) che seppur in possesso di una maggioranza ampia non raggiungono la quota necessaria, quei famosi 504 che dalla quarta votazione bastano per assicurare la riuscita dell’operazione ( sono 671 nelle prime tre votazioni). 

Un rischio che non si può correre senza la certezza seppur labile di una possibile riuscita e quindi di un allargamento del centrodestra al centro ( Renzi e Calenda), altrimenti in nome come quello di Berlusconi non può scendere in campo con il rischio di rimanere bloccato, causando un effetto boomerang su tutto il centrodestra. 

Il partito democratico aspetta, utilizza gli ambasciatori, ma spera nel naufragio di una candidatura unitaria e in un possibile ritorno in campo dopo la quarta votazione, ma è proprio questo il secondo rischio da scongiurare, impedire ad Enrico Letta di mettere piede nella scelta del Capo dello Stato significherebbe perdere l’ulteriore occasione di mantenere il Pd fuori dai giochi, un colpo,micidiale per un partito asserragliato al Quirinale dal un ventennio e più, e che fa del suo attivismo e protagonismo, della sua piragnesca presa sui posti chiave un marchio di fabbrica della ditta sita al Nazareno.

Ulteriore ragione di riflessione per Giorgia Meloni e Matteo Salvini, ma anche per Berlusconi e Gianni Letta viene dalle parole di Renzi, Calenda e Spadafora, perché tanto i centristi quanto i grillini si sono detti disponibili a votare un candidato di centrodestra, dunque anche se ci fossero defezioni una cosi ampia adesione, passando per la paludi  del misto.  Un occasione storica e un colpo mortale per il Partito Democratico nel suo complesso e in particolare per la segreteria di Enrico Letta. 

Qualsiasi sarà il futuro del centro destra verrà segnato indelebilmente da questo passaggio cruciale, per dimostrare la maturità politica, il cinismo tattico e la propensione alla vittoria – che spesso latita nel centrodestra – che faranno la differenza tanto nella percezione, quanto nella consapevolezza stessa dei protagonisti e della future ambizioni elettorali e post-elettorali del centrodestra unito e allargato. 

Non è questo né il tempo né la stagione politica dei picchetti, delle pozioni fanatiche sorde, e prevenute, dei posizionamenti estremi, ma è piuttosto l’ora delle scelte, dei compromessi – nel loro senso politico più alto – perché dopo l’elezione del Presidente della Repubblica si dovrà ragionare su come ricostruire la repubblica ponendo in essere la basi solide di una stagione riformatrice e scevra da protagonisti destabilizzanti.  

Tutte queste speranze, ambizioni oggi sono nelle mani del centrodestra, e dipendono dalla scelte che ipso facto seguiranno nelle prossime settimane.