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  • Il titolo di quest’opera sembra avere un retrogusto di accusa eppure, leggendo le pagine di “Novecento Assassino”, si nota sempre una propensione alla libertà non solo di espressione e di parola, ma anche di essere. Per essere liberi e costruire nel futuro, serve per forza demolire il passato?

Nonostante tutto sono, resto e resterò fino alla fine, un moderno e la modernità comincia con la rivendicazione della libertà dell’uomo e nell’uomo. L’uomo è libero in quanto capace di mettere in discussione e di dubitare di tutto, solo così costruisce un “Io” più o meno affidabile. Io non direi “demolire” il passato, bensì cercare un’idea e io di idee non ne trovo più. Forse aveva ragione chi pensava che il “mondo” o le civiltà fossero a scadenza. Ed è una verità tristissima che sposta il nostro interesse dal traguardo al percorso. Sono state avanzate decine di ipotesi, era tuttavia il caso di dar retta a chi scriveva della realistica “fine di un ciclo”.          

  • Nietzsche, Mishima, Freud, Allen e molti altri sono gli “imputati “scelti per quest’opera. Come immagina l’uomo moderno senza queste menti?

Non lo immagino. Senza Nietzsche e Freud, supponendo che nessuno potesse “rubare” il loro mestiere e in tempi ragionevoli, saremmo in un altro mondo o dimensione. Freud ha capito, per primo o tra i primi, che dentro la nostra personalità convivono più entità e dobbiamo cercare un equilibrio; in altro modo anche Nietzsche, da filologo, aveva detto la stessa cosa. E se non riusciamo a trovarlo quest’equilibrio? Intendo dire secondo regole etiche che ben conosciamo? Nessuno ci ha detto che era possibile, anzi. Ecco a questo punto Mishima, cioè il gesto estremo. La bellezza non puoi non viverla, non è un documento, non è un certificato, se senti che tutto è perduto, intendo la bellezza come processo, perfino come azione, se ne devono trarre le conseguenze. La bellezza è uno dei tanti casi. Pensate d’altro canto e per altro verso a Carlo Michelstaedter…          

  • “Novecento Assassino” fa perno sul pensiero del passato e per aprirsi a qualcosa di nuovo. Ritiene che questa medesima operazione sia stata operata anche prima del Novecento, secolo preso in analisi?

Il Novecento è un secolo unico. Assolutamente unico. È quasi la negazione di ciò che era stato detto e pensato fino a quel momento. All’inizio dell’Ottocento il “Corso maledetto” ha cambiato l’Occidente limitando i privilegi di tradizione, nel Novecento è arrivata la società di massa e abbiamo perso la nostra identità, siamo adesso nel Terzo millennio e dobbiamo prepararci a un radicale cambiamento. Pensate d’altra parte alle “apparenze”, alle novità in campo estetico prodotte dalle immagini e dalle diverse concezioni dell’arte. Fino all’Ottocento l’idea di progresso era molto diffusa, non che oggi non lo sia, ma oggi non si vede cosa ci possa essere “oltre”, in questo senso manca proprio una filosofia. Voi ricordate qual era l’idea di uomo nuovo nel futurismo marinettiano? Una macchina, un mostro alato partorito da un uomo, senza l’intervento di una donna. Solo tecnica e sacrificio. Un mostro dal nome incomprensibile, ecco: occorre riflettere ancora.     

  • Le menti analizzate all’interno di “Novecento Assassino” sono prismatiche: provengono da luoghi e situazioni sociali diverse, si oppongono e distruggono temi solidi come la religione, la democrazia e la politica (e lo fanno anche autodistruggendosi, se pensiamo a Mishima Yukio). Perché è importante conoscere l’effetto “distruttivo del moderno” operato da questi uomini?

La domanda è interessantissima. Leggendo, rileggendo, analizzando, riflettendo, mi sono accorto che queste menti ed anche per certi versi gli ambienti che circondavano queste grandi personalità hanno lasciato il vuoto attorno a loro. Forse conoscere ci aiuta a problematizzare e a capire meglio, se non altro per non farci eccessive illusioni. È già qualcosa. Peraltro l’impressione che ho, ma è una mia impressione, è che il sapere sia lontano anni luce dal reale; certamente non è la prima volta ma ciò non può non causare ulteriori inganni. Ci si aspetta qualcosa da qualcuno che magari non si presenterà mai.    

  • Nell’intero testo viene citato ma non analizzato in profondità il movimento dadaista, reputato rivoluzionario per il reiterato e lapidario “no” a qualsiasi cosa. A cosa è dovuta la scelta di non approfondire questo argomento esplicitamente “distruttivo”? 

Parlo di altre avanguardie probabilmente più conosciute e che hanno lasciato maggior traccia se non altro disintegrando la leggerezza. C’è come un senso di angoscia in certa arte, un sentimento di sgomento. Analizzando le opere di certi artisti mi viene in mente la frase che Musil ripeteva rivolgendosi agli scrittori. Cito a memoria: essere scrittore vuol dire vivere una condizione; la fuga dell’arte dai luoghi chiusi significa anche questo.

  • Una fine fisicamente atroce, quella di Mishima che dopo aver occupato l’ufficio del generale dell’esercito di autodifesa, si suicida praticando il Seppuku. Come reputa questo estremo gesto di “uccidersi per la patria”?

Provo una sorta di sentimento di ambivalenza nei confronti di taluni gesti. Da un lato trovo grandioso che il sentimento di rispetto e devozione per un’idea o ideale provochi reazioni dalle cui conseguenze non si potrà tornare indietro. Quanto di più lontano dal quieto vivere borghese, in questo caso credo si tratti di una sorta di ribellione dell’energia vitale che chiede ciò che la “semplice” vita non può dare; dall’altro però temo che un tale gesto si risolva in un’esaltazione scriteriata di una grandezza che non si possiede. Chandler diceva che c’è sempre chi vuol difendere una dignità che in realtà non ha mai posseduto. “Per fortuna sono Jung” ironizzava il noto psicologo e filosofo, “e non uno junghiano”. Quanti sono i mishimiani? Mishimiani appunto con la pellaccia altrui…     

  • Un argomento che accomuna le vite di questi uomini si fonda sulla tragicità di vivere. Una contemporanea pensatrice, nonché compagna di Sartre, Simone de Beauvoir parlava del periodo della guerra in cui ogni essere umano era inerme e poteva solo “veder morire la pace” (come scritto nel romanzo L’invitata). Ritiene che in questo periodo si stia vivendo lo stesso sentimento? E se sì, come si potrebbe uscirne?

Non se ne uscirà, semplice. Stiamo sperimentando un nuovo tipo di “convivenza” che porterà a nuovi modelli. Attraverso il diritto anzi il super-diritto alla salute o a certo benessere, ci impediranno di vivere con pienezza. Un giorno non troppo lontano qualcuno dirà (o semplicemente comanderà): vuoi vivere centocinquant’anni? Perfetto: non fare questo, non andare lì, non mangiare questa roba, chiuditi in casa, eccetera. A chi giova? Pasolini avrebbe detto è il potere, interroghiamolo… Il Novecento è nato nelle piazze il Terzo millennio nelle case con tutto o quasi a portata di mano. Quanto alla de Beauvoir la trovo interessantissima, potrebbe essere un nuovo inizio per ri-amare intellettualmente le donne; per il momento vedo solo guardiane armate dello statu quo, scolte del capitalismo. Furbe e fanatiche non picconatrici. Marinetti le voleva “moderne”, siamo all’inizio? Chissà.     

  • Woody Allen dissacra la psicologia moderna e la religione e, al contempo, cita grandi pensatori del passato. In “Effetti Collaterali” (edito da Bompiani), si ritrova a vestire i panni di un Socrate che dimostra “un sacco di cose”, tra “qualche osservazioncella” e un “aforisma spiritoso”.  Secondo lei, cosa spinge un artista a minimizzare i grandi temi e i grandi pensatori del passato?

Woody è un distruttore. Uno che a furia di metterci in guardia, dicendo che le certezze possono in realtà essere grandi imbrogli e che le cose serie sono in realtà delle burle contraffatte, apre a un universo di significati. E lui lo fa col cinema quindi è abbastanza seguito; peccato non lo sia dalla cosiddetta destra, la quale si berlusconizza alla bisogna, poi si de-berlusconizza, è cattolica a giorni alterni, protagonista e vittima allo stesso tempo, a volte liberale a volte no (anzi: il più delle volte), ma certe questioni riguardanti il nichilismo non le ha ancora pienamente affrontate. L’impronta tradizionale del guerriero rimane lì ben visibile, e forse è giusto così…  

  • Se dovesse trattare la medesima materia di “Novecento Assassino”, ma incentrandola al presente, quali sarebbero le menti che analizzerebbe?

Difficile dire. Carmelo Bene forse (ma è morto anche lui), Ceronetti (idem); a me piace molto Nanni Moretti, altro personaggio poco apprezzato in certi ambienti, ma film dopo film ha affossato qualunque istituto o fenomeno. Famiglia, donna, religione… Forse è in attesa di una rinascita. Vedremo. Clint Eastwood è la bandiera di certa destra, ne scriveva anche Capezzone, uno che non si fa illusioni che vive di un’etica personale, lui è già “avanti”. Alla fin fine è un ottimista, crede che un senso questo nostro mondo seppur un senso come di lotta individuale ce l’abbia. Beato.  

  • Per quale motivo ha scelto di parlare di “Novecento Assassino” in questo periodo?

Non so se c’è un motivo, se c’è magari è dettato dal mio inconscio. Vedo un senso di morte dinanzi a noi, e qui ho pochi dubbi: attraversiamo in pieno la crisi del Dio è morto; sia chiaro: un Dio qualunque, perfino junghiano, che ci dia un senso, che ci indichi non una comune direzione ma semplicemente ci faccia “compagnia”. Compagnia nel tragitto tra la vita e la morte. In questo periodo pandemico, nel quale gli scienziati si sono coperti di ridicolo, nel quale la politica è tornata a mobilitare come cento anni fa, nel quale si è come palesato un senso di spiazzamento, nel quale il “pensiero” viene mortificato giorno dopo giorno, manca un attore fondamentale. Manca Dio. Lo hanno già ucciso, tutto il resto è una conseguenza. Lo dico da ateo, lui era forma suprema, adesso siamo in mano a dei cialtroni che ci dicono cosa fare non sapendo, essi stessi, cosa fare. La scienza è una nuova religione (in peggio). Dio ci avrebbe suggerito, invece, che dopo, nella morte, qualcosa sarebbe pur accaduto, che non tutto era paura, panico, disperazione. Ci avrebbe accompagnato verso un appuntamento anche tragico. Ma ne risponderanno, è solo questione di tempo, a meno che non ci vengano a raccontare che qualsiasi cosa faremo o diremo non potrà più agire sul futuro. E ci siamo davvero…