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di Alessio Moroni

Per poter comprendere a fondo i possibili futuri scenari riguardanti l’elezione del Presidente della Repubblica è necessario fare un passo indietro al Febbraio 2021. Con la conclusione del secondo esecutivo guidato da Giuseppe Conte – e dopo un fallimentare mandato esplorativo del Presidente Fico – Mattarella, allargando fino alla massima estensione la “fisarmonica” dei suoi poteri, conferì a Mario Draghi l’incarico di trovare una nuova maggioranza. 

Andò a formarsi – col sostegno di tutti i partiti, eccetto Fratelli d’Italia che decise di porsi come opposizione responsabile – il cosiddetto “governo dei migliori”, deputato a superare l’emergenza covid e a garantire un rilancio economico della penisola. 

Un anno dopo ci ritroviamo con una nuova emergenza: non socio-economica ma istituzionale. Terminato il settennato di Sergio Mattarella i partiti si sono dimostrati incapaci di trovare nella classe politica un nome che potesse essere garanzia di istituzionalità e che potesse essere votato da un’ampia maggioranza. 

Durante le settimane antecedenti al primo scrutinio si sono letti tanti – forse troppi – nomi ma ognuno di questi non è riuscito a far diradare i dubbi prima dell’inizio delle votazioni. Per tale ragione c’è chi ha richiesto il bis dell’attuale Presidente della Repubblica, unico nome che potrebbe mantenere Draghi a Palazzo Chigi e garantire una conclusione della legislatura con l’attuale governo e con la speranza di poter adempiere – in tal modo – agli obblighi previsti dall’Unione Europea per poter avere accesso ai fondi del Pnrr. 

Dall’altra chi – invece – auspicava che fosse proprio l’ex Presidente della BCE a trasferirsi al Colle, col formarsi di un governo guidato da un tecnico (Franco o Colao presumibilmente) che avrebbe fatto semplicemente da ombra di Draghi, dando il là ad un semi-presidenzialismo de facto. L’ultimo scenario appare ancor più probabile dopo gli incontri tenutisi fra i vari leader di partito, nei quali Draghi sembra apparire come l’unico profilo adatto per evitare che la nomina quirinalizia possa avere effetti catastrofici per l’attuale stabilità governativa. 

Lecito? Assolutamente. Era la strada da percorrere? Non credo. 

Il profilo di Draghi è indubbiamente di alto profilo ed il suo ruolo di Capo dello Stato per sette anni garantirebbe all’Italia la possibilità di essere vista con occhi diversi dagli altri Stati europei, potendo avere un credito che nel corso degli ultimi anni è notevolmente mancato (e che molto spesso ci è costato molto). 

Tuttavia non si può non considerare drammatico questo scenario per la nostra politica: incapace di affrontare – autonomamente – le sfide dell’emergenza pandemica ci si è dovuti affidare ad un personaggio esterno, con quasi tutti i partiti che si sono ancorati alla figura di Draghi. 

Un sistema dei partiti che – incapace di nuotare nonostante anni di formazione – cerca una scialuppa di salvataggio mentre la nave Italia sta per affondare, consci del fatto che da solo sarebbero affogati e affondati insieme ad essa. 

Non possiamo permetterci che succeda di nuovo: i nostri politici devono maturare e comprendere che non si può delegare ai tecnici il compito di adempiere a determinati obiettivi e di ricoprire delle cariche politiche. 

L’emergenza – per la quale può essere giustificato l’intervento di un tecnico – non può diventare la normalità, e porre un tecnico per SETTE ANNI al Quirinale, rappresenterebbe la sconfitta di chi per anni ha chiesto ai cittadini fiducia nella capacità della maggioranza politica di poter condurre l’Italia ad una situazione economica, sociale e politica migliore di quella precedente. 

Uno sviluppo di tal tipo non sarebbe uno schiaffo solo ai membri del nostro Parlamento ma anche per i cittadini, che si troverebbero al Quirinale un cittadino su cui non hanno mai potuto dire la propria, né condannando né approvando il suo operato. La differenza fra il tecnico ed il politico passa proprio per il consenso popolare, prerogativa che dovrebbe essere rispettata – a livello statale – non solo per l’elezione di Camera e Senato ma anche per quella del nostro Primo Cittadino, che dovrebbe essere emanazione della Volontà del Popolo. 

L’elezione di Draghi rappresenterebbe una sconfitta per tutti, specialmente per chi ama la Politica e vorrebbe da essa un atteggiamento maturo e cosciente del proprio ruolo e delle proprie funzioni.  

Se non si riuscisse ad evitare ciò sarebbe necessario un mea culpa e la consapevolezza che dalla prossima volta sarebbe il caso di lasciar nominare – in forma diretta – agli italiani il proprio Capo dello Stato, potendo così sindacare su chi – per ora – non si è mai potuto mettere in discussione.