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Di Umberto Marsilio

Vittorio Criscuolo è stato professore di Storia moderna e Storia dell’età dell’Illuminismo e delle rivoluzioni nell’Università Statale di Milano. Tra i suoi libri segnalo «Il giacobino Pietro Custodi» (Istituto storico italiano per l’età moderna e contemporanea, 1987), «Albori di democrazia nell’Italia in rivoluzione (1792-1802)» (Angeli, 2006) e, per il Mulino, «Napoleone» (2009), «Il Congresso di Vienna» (2015), «Ei fu. La morte di Napoleone» (2021). 

Prof. Criscuolo, c’è un precedente nella storia simile al Congresso viennese o quest’ultimo fu un evento del tutto nuovo? 
No, è un evento senza precedenti per le sue caratteristiche sostanziali e formali. Importanti eventi storici dell’età moderna furono i trattati definiti come pace di Vestfalia del 1648 che misero fine alla guerra dei trent’anni e diedero un equilibrio confessionale al continente, così come i vari trattati che misero fine alle guerre di successione, in particolar modo quella spagnola con il trattato di Utrecht del 1713 e i trattati di Rastatt e Baden del 1714. A Vienna non si lavorò per un trattato di pace: quest’ultimo era già stata firmato a Parigi il 30 maggio 1814 dalla Francia, il paese sconfitto, e dalle quattro potenze vincitrici, ovvero la Russia, l’Inghilterra, l’Austria, la Prussia, alle quali in seguito si aggiunsero anche Spagna, Portogallo e Svezia. L’elemento caratteristico e innovativo del grande evento viennese fu l’obiettivo che i congressisti si posero, ovvero la creazione di una stabilità e di un equilibrio complessivo dell’assetto politico del continente europeo, condizione necessaria per una pace duratura fra gli stati, onde prevenire un rinnovarsi dell’espansionismo francese.                                                                                                                                                                    
Che cosa comportò per la Francia la pace del 1814 e quando e perché si decise, e come, di aprire il Congresso a Vienna? 
La pace di Parigi riportò la Francia ai confini del 1 gennaio 1792, prima quindi dell’inizio delle guerre rivoluzionarie e napoleoniche che scombussolarono la mappa politica europea. Non le furono tolti territori, anzi, il trattato inaugurò un nuovo tipo di confine per l’affermarsi del moderno concetto di nazione, frutto dell’età rivoluzionaria e napoleonica. Le enclave dell’ex Sacro Romano Impero Germanico, nonché le note enclave pontificie di Avignone e del Contado Venassino, passarono sotto la sovranità francese.  Il confine quindi segnava non più la sovranità reale per diritto dinastico dell’Ancien Régime bensì la sovranità nazionale dello stato moderno, con la funzione di separare dei gruppi nazionali ben identificati. L’articolo 32 del trattato di pace di Parigi stabilì che entro due mesi tutti gli stati coinvolti nella guerra, la guerra della sesta coalizione antifrancese, si sarebbero dovuti riunire, tramite i propri plenipotenziari, per “stabilire in un congresso generale gli accordi che devono completare le disposizioni del presente trattato.” Tale completamento avrebbe dovuto essere la risistemazione politica di tutti i territori che furono soggetti, direttamente o indirettamente, al dominio imperiale francese, quindi di Napoleone, e tali accordi di completamento avrebbero dovuto essere conformi alla stabilità e all’equilibrio che i futuri congressisti si prefissarono di instaurare.  L’articolo del trattato consentì quindi la partecipazione anche della Francia, pur come nazione sconfitta, però la partecipazione del paese fu significativa per comprendere gli obiettivi che il Congresso si pose.                                                                                                                          Metternich in particolare fu consapevole già prima della caduta di Napoleone che la Francia sarebbe stata indispensabile per tenere a freno, in futuro, le ambizioni politiche e militari di Russia e Prussia.                                                                                                                            Il Congresso cominciò solo ad autunno inoltrato poiché dopo la firma della pace, su invito della corte inglese, i protagonisti della vittoria si recarono a Londra, dove proseguirono le cerimonie e i festeggiamenti in preparazione dei lavori, e lo zar fece ritorno a San Pietroburgo prima di arrivare, a fine settembre, a Vienna. La capitale austriaca, per la centralità geografica, fu scelta per l’evento unanimemente. 

Noti sono i ricevimenti, i balli, i banchetti, in sostanza i momenti mondani e informali che vi furono.                                                                                                                                       Che importanza e influenza ebbero questi momenti nell’esito dei lavori? 
Il Congresso non si riunì mai in sessione plenaria, la maggior parte delle discussioni avvenne in sessioni informali tra i plenipotenziari. Nel Palazzo di Ballhausplatz, sede del Principe di Metternich, così come nel Castello di Schönbrunn, si tennero molte di queste sessioni, in forma di ricevimenti, balli e festeggiamenti; principalmente in tali momenti i lavori si svolsero e si presero le decisioni, anche le più importanti. Un’eredità poco nota lasciata dal Congresso è stata la formulazione di una sorta di gerarchia delle diplomazie, dal punto di vista dell’ordine nel quale i rappresentanti dei vari stati dovevano esser ricevuti o firmare un trattato o sedersi a un ricevimento. 
 
Se la Francia era tornata ai suoi confini prebellici, quali furono le questioni territoriali che il Congresso risolse e quali furono le più complesse?
Negli accordi segreti della pace di Parigi si erano già decise la principale destinazione e risistemazione dei territori, ovvero a chi spettasse la sovranità, in particolar modo in Italia, Belgio e Germania.                                                                                                                          Rimanevano, per l’appunto, nodi importanti da sciogliere: la questione polacca e la questione sassone, questioni che tra la fine del 1814 e l’inizio del 1815 misero in serio stallo i lavori del congresso.                                                                                                                                   Lo zar di Russia Alessandro I occupava con le sue truppe la Polonia già dall’inizio del 1813 e non intendeva certo farle sloggiare: egli era inoltre segretamente d’accordo con il re di Prussia Federico Guglielmo III, che voleva l’annessione della Sassonia alla Prussia. Solo tra gennaio e febbraio, quando Castlereagh, Metternich e Talleyrand (che si inserì abilmente nella diatriba) si accordarono segretamente per fermare l’asse russo-prussiano, il nodo fu risolto.                                                                                                                                Il re di Prussia cedette, dovendosi accontentare solo di una parte della Sassonia, mentre lo zar, che in qualche modo fiutò la nuova e inedita alleanza anglo-franco-austriaca, ottenne una sorta di quarta spartizione polacca, ottenendo comunque in gran parte ciò che voleva.                                                                                                                                                                                                                         

Come reagirono i congressisti alla notizia del ritorno di Napoleone in Francia?
Nel marzo del 1815 giunse a Vienna la notizia della fuga di Napoleone dall’Elba. In un primo momento vi fu una generale sorpresa, tuttavia il destino di Napoleone era già segnato, nonostante i suoi propositi pacifisti e la sua volontà di voler regnare come un monarca costituzionale.                                                                                                                              Napoleone venne dichiarato fuori legge dai congressisti, e si formò la settima coalizione antifrancese.                                                                                                                                La delegazione francese e Talleyrand in particolare nella prima fase del congresso avevano sostenuto con un certo successo la tesi secondo cui la guerra era stata condotta contro Napoleone ma non contro la Francia, rappresentata ormai dal re legittimo Luigi XVIII, ma dopo la fuga di Napoleone dall’isola d’Elba si trovarono in una condizione molto difficile, anche dal punto di vista finanziario; il castello diplomatico costruito da Talleyrand crollò di colpo e fra gli alleati si diffusero molti dubbi circa la dinastia borbonica.                                                              Quando si combatté la famosa ed epica battaglia di Waterloo, il 18 giugno, il Congresso si era già chiuso da 9 giorni. Luigi XVIII fu mantenuto sul trono per una precisa scelta dell’Inghilterra, e fu anche confermato al governo Talleyrand insieme con l’altro regicida Fouché, ma poco dopo, nel settembre 1815, il re alla prima occasione li licenziò e nominò un nuovo esecutivo.                                                                                                                                  
 
Perché nacque la Confederazione germanica e perché l’Impero turco ottomano non fu invitato al consesso?
Nel 1806 scomparve il Sacro Romano Impero della Nazione Germanica e certamente non poté esser resuscitato, però fu necessaria la creazione di una sorta di organizzazione politica che ne rimpiazzasse il ruolo. Tanti piccoli stati tedeschi, ecclesiastici e non, scomparvero e allo stesso tempo alcuni di loro si ingrandirono, come la Baviera, il Württemberg, l’Hannover e, ovviamente, la Prussia.La Confederazione nacque per equilibrare e garantire la pace fra gli stati tedeschi, l’Austria ne assunse la presidenza e la costituzione della Confederazione fu inserita nell’Atto finale del Congresso, che fu firmato il 9 giugno 1815. L’equilibrio tedesco era l’equilibrio europeo. Molti patrioti tedeschi, in particolar modo giovani studenti, che speravano che a Vienna potesse nascere finalmente uno stato tedesco unitario, furono delusi da tale scelta.L’assenza dell’Impero ottomano a Vienna fu dovuta alla volontà di Castlereagh di garantirne l’integrità territoriale, condizione fondamentale per la sicurezza del commercio britannico nei suoi territori. Il capo della diplomazia inglese fu ben consapevole delle mire espansionistiche dello zar sui Balcani, e, d’accordo con Metternich, che condivise tale consapevolezza, fece sì che l’assenza turca evitasse la presenza di altrettanti nodi complicati da risolvere.                                                           

Sappiamo che i protagonisti principali dell’evento furono Metternich, per l’Austria, Lord Castlereagh per l’Inghilterra, Talleyrand per la Francia, lo zar Alessandro I per la Russia unico monarca a prendere parte attiva ai lavori, il ministro degli esteri prussiano von Hardenberg.                                                                                                                                  A suo avviso, aldilà del luogo comune che vede in Metternich il dominus assoluto del consesso viennese, chi fu il vero protagonista e chi di loro diede maggiori vantaggi al proprio paese con la sua azione? 
Credo che il regista occulto del Congresso sia stato in realtà Castlereagh. Egli risolse le questioni principali per l’Inghilterra già prima dell’inizio dei lavori viennesi, le questioni coloniali in primis, importanti per garantire all’Inghilterra il commercio di cui aveva bisogno.                                                                                                                                          Il principio di sicurezza generale fu garantito e la Francia non sarebbe più stata un pericolo per la pace in Europa, con la creazione di Stati cuscinetto ai suoi confini, ad esempio il Regno Unito dei Paesi Bassi che comprese il Belgio, o il consolidamento di alcuni, ad esempio l’annessione di Genova e della costa ligure da parte del Regno sabaudo. Fu lui inoltre il vero ideatore del cosiddetto “sistema dei congressi” (1818-1822).   I diplomatici di Vienna garantirono all’Austria la supremazia in Italia con la creazione del Regno Lombardo-Veneto e crearono una debole Confederazione tedesca fondata sull’equilibrio fra le due potenze antagoniste, la Prussia e l’Austria. Metternich ottenne che venissero del tutto ignorate le istanze liberali e nazionali che mettevano a rischio l’integrità dell’Impero asburgico, mosaico di popoli diversi.                                                                                                Talleyrand riuscì a far diventare la Francia una protagonista del congresso, sfruttando le divisioni più o meno striscianti fra gli alleati, e a far valere il principio di legittimità, uno dei principi cardine del Congresso, importante per la Francia dei Borboni, in quanto il re Luigi XVIII era stretto da legami di parentela con i sovrani di Spagna, Napoli, Sassonia.                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                           
 
 
Perché il sistema dei congressi inaugurato a Vienna ebbe vita breve? 
Per vari motivi, non riconducibili alle responsabilità di un solo paese. Castlereagh fin dai moti tedeschi del 1819 si accorse che l’Inghilterra non poteva seguire la politica reazionaria dell’Austria di Metternich, decisa a sfruttare la Santa alleanza voluta da Alessandro I per reprimere ogni tentativo di affermare in Europa i principi liberali e nazionali. Egli perciò prese progressivamente le distanze da Metternich, intuendo che l’opinione pubblica non vedeva di buon occhio il legame con le monarchie assolute. Egli del resto doveva anche tener conto delle tendenze isolazioniste che si erano affermate in Inghilterra. Questa linea si affermò poi chiaramente nell’ultimo dei congressi, quello di Verona del 1822, svoltosi poco dopo il suo suicidio. La sua convinzione che fosse interesse preminente dell’Inghilterra garantire la stabilità e l’equilibrio del continente, e quindi la pace, gli costò aspre critiche, che proseguirono anche dopo la sua tragica fine. Tuttavia, anche se ebbero fine le riunioni periodiche fra le grandi potenze concepite da Castlereagh, rimase il principio della responsabilità delle grandi potenze nel farsi garanti dell’ordine mondiale. Con l’accettazione della Francia al congresso di Aquisgrana del 1818, nacque il concerto delle 5 grandi potenze che avrebbe di fatto guidato la politica europea (e mondiale) fino al 1914.                                    Il 1848, con la primavera dei popoli, causò la fine politica di Metternich, ma rimase in piedi l’idea del concerto delle grandi potenze, che ispirò la pace di Parigi al termine della guerra di Crimea. Fu la rottura dell’equilibrio tedesco, così accuratamente costruito a Vienna, a creare le premesse per il superamento dell’equilibrio europeo. La formazione della potenza prussiana e l’umiliazione inferta alla Francia nel 1870 aprirono la strada ad una nuova età, dominata dagli opposti nazionalismi, premessa della prima guerra mondiale. 

Quale fu quindi il lascito più importante del Congresso viennese? 
La storiografia ha ampiamente dibattuto sulla sua eredità, in particolar modo durante il periodo fra le due guerre mondiali, ma anche sulle sue manchevolezze, sui suoi meriti e demeriti. Certamente ha posto le condizioni per la nascita della moderna diplomazia e del concetto di grande potenza, ha garantito una pace duratura poiché l’Ottocento fu un secolo di pace rispetto ai precedenti e al successivo. L’aspetto più importante è nel fatto che il Congresso di Vienna inaugurò per la prima volta nella storia, aldilà del fallimento della breve stagione dei congressi, un nuovo modo di intendere la politica internazionale, ovvero il coinvolgimento delle grandi potenze nella comune responsabilità di discutere e decidere le questioni di interesse collettivo ai fini della creazione di un ordine e di una stabilità politica complessiva per il mantenimento della pace. Questa idea, sostenuta in particolare da Castlereagh, principale artefice del cosiddetto sistema dei congressi, fu alla base prima della Società delle Nazioni e successivamente dell’Organizzazione delle Nazioni Unite.  È appena il caso di dire quanto essa sia attuale in un momento drammatico in cui vige una completa anarchia nelle relazioni internazionali.