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Quando vi nacque Immanuel Kant il 22 aprile del 1724 Königsberg era la città capoluogo della Prussia Orientale, l’estrema propaggine del Regno di Prussia, e dunque l’estrema provincia, lontana dal clamore vitale, dalla frenesia storica e dall’ incalzare degli eventi dell’epoca come  Berlino,  o Parigi, una tranquilla città universitaria affacciata sul Mar Baltico. 

Ed in questa città che operò per tutta la vita uno dei più grandi filosofi, la voce più autentica e razionale dell’ illuminismo, ma anche il simbolo più eminente della visione iconografica del genio di provincia, lontano dall’immagine dei vari Voltaire, Rosseau, geni globali e sempre in movimento, amati, lodati, desiderati, ma anche odiati. Mentre lui Immanuel Kant no, non fu nulla di tutto ciò, lui la vita la visse tutta internamente in quella striscia di terra, nei viali freddi di quella città portuale, all’ombra di quell’istituzione universitaria  di cui proprio Kant fu il figlio prediletto, la punta di diamante e l’orgoglio locale. 

Per tutti Königsberg è la città di Immanuel Kant,  un posto tranquillo, in cui tutto ruota attorno a quel genio  solitario, alle sue passeggiate ordinarie, metodiche, tanto che secondo la leggenda i vicini di casa regolassero le lancette in base al passaggio del buon professor Kant. Ma Königsberg non esiste più,  non quella di Kant, non quella estrema propaggine della vecchia Prussia, non ci sono neppure più i prussiani in quella striscia di terra,  non è più neanche Germania dal 1945, e dal 1946 il suo nome è Kaliningrad

Ciò che resta di Königsberg è solo Immanuel Kant, il figlio glorioso di quella terra, di quella che fu la roccaforte dei cavalieri teutonici, la patria degli Hohenzollern, la grande città universitaria,  non resta che un piccolo segno, anzi due; la tomba e il monumento ad Immanuel Kant, ma restano ad imperitura memoria le parole del suo epitaffio, scritte originariamente nella Critica della Ragion Pratica,Due cose riempiono l’animo di ammirazione e venerazione sempre nuova e crescente, quanto più spesso e più a lungo la riflessione si occupa di esse: il cielo stellato sopra di me, e la legge morale dentro di me”

Tutto il resto lo hanno ricostruito i sovietici, perché Königsberg o meglio lo scheletro di essa fu l’unica pretesa territoriale di Stalin, la chiese agli alleati e la ottenne. Di Königsberg non restavano che macerie, i combattimenti feroci fra russi  e tedeschi tra il febbraio e il marzo del 1945 non lasciarono che uno scheletro e il resto lo fecero le bombe della RAF, non resta nulla di quella tranquilla e silenziosa città baltica, in cui si è scritta la storia della filosofia. 

Oggi è un avamposto russo nel cuore dell’Occidente, uno sbocco sul mar baltico per la Russia post sovietica. Alla caduta dell’URSS nessuno pretese la restituzione  di Kaliningrad, persino Helmut Kohl non volle saperne di rivendicare quella parte integrante della vecchia Prussia. 

Nel cambio del nome da Königsberg a Kaliningrad vi è l’emblema di una città che è stata pienamente russificata dall’Unione Sovietica, se nel 1939 gli abitanti erano 400,000 suddivisi fra tedeschi, polacchi, lituani e popolazione ebraica,oggi sono sempre 400.000 ma tutti russi. 

Dopo il crollo dell’Unione Sovietica i roboanti nomi delle grandi città russe abbandonarono i gloriosi nomi del comunismo, così Leningrado tornò ad essere San Pietroburgo, Stalingrado in Volgograd, ma Kaliningrad rimase tale, con quel nome che rievoca una delle figure più radicali della rivoluzione russa, Michail Ivanovic Kalinin. Il giudizio negativo di Nikita Chruščëv ha segnato inevitabilmente là memoria di questo oscuro muzik “Non so bene quale lavoro pratico svolgesse Kalinin sotto Lenin. Ma sotto Stalin egli era il prestanome per la firma di tutti i decreti, anche se in realtà raramente prendeva parte agli affari di Stato”. 

Di lui possediamo un attento ritratto redatto dal giornalista statunitense W.H. Chamberlain autore della  “Storia della Rivoluzione russa”, che ne apprezzò la grande capacità oratoria con la quale riusciva a convincere le folle e scrive “sapeva trascinare la grande massa della popolazione russa più povera e ignorante contro la minoranza benestante e istruita”. Chamberlain riporta un discorso del 1919 in cui Kalinin riuscì a trasmettere alla folla l’essenza stessa della rivoluzione:  “ Una volta – disse – sedeva al governo l’eletto dal Signore. Ora è a capo del governo Kalinin. Il grigio e rozzo muzik è salito coi suoi piedi sporchi sul trono dell’eletto”. 

Il nome di Kalinin è ancora li, e reclama la gloria sovietica dinanzi al mondo occidentale, e quello che Stalin definì nel chiederlo “un porto che non geli d’inverno sul Mar Baltico” è divenuto l’avamposto nel cuore dell’Europa, nel cuore della Nato.  Quel nome riecheggia oggi più forte di prima, perché oggi l’animale ferito si è rialzato ed è tornato a minacciare l’Europa. Kalinin oggi è una base moderna, attrezzata e allestita con missili  balistici Iskander-M e Triumph e battaglioni pronti a muovere. Tutto ciò sotto gli occhi attenti dei vicini preoccupati, quei paesi come Finlandia e paesi Baltici e Polonia che sentono ancora sul collo il fiato sovietico. 

Spesso quelle paure noi non le abbiamo capite, o abbiamo preferito ignorarle, ritenendole un retaggio del passato, ormai distante dalla nuova società moderna globalizzata costruita dopo la vittoria del capitalismo su quello che fu definito “l’impero del male”.  Oggi il sonno della modernità è finito è la storia in tutta la sua imponenza è tornata. 

Così quello che era un ricordo bagnato dal Mar Baltico, un miraggio di due secoli, Königsberg ovvero Kaliningrad è di nuovo il centro del mondo, perché se la guerra si combatte in Crimea, o lungo il confine fra la Russia e l’Ucraina, il grande timore è li, in quel corridoio che separa Kaliningrad e quindi la Russia dalla Bielorussia che passa attraverso la Lituania o la Polonia e quindi la Nato. 

Uno strano destino per la terra di Kant, l’autore de “Per la Pace Perpetua”  nel 1795, un progetto filosofico che gettava le basi di una rinnovata visione anche qui in pieno spirito illuministico del rapporto fra gli Stati.  Ma la grandezza di Kant  ha resistito alle bombe, alle invasioni e alla pulizia etnica russa a Kaliningrad e se per i Russi Kant è un attrazione locale, un simbolo di un passato che non è il loro, forse la lezione di Kant alla fine saprà superare le barriere del tempo e i limit degli uomini. Kant  nel 1798 in uno dei suoi saggi intitolato “Riproposizione della domanda se il genere umano sia in costante progresso verso il meglio” scrisse: “Nel genere umano, la caduta nel peggio non può proseguire ininterrottamente; ad un certo suo grado, infatti il genere umano distruggerebbe se stesso”.