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Di Paolo Becchi

Qualche anno fa, Kissinger ha detto che “per capire Putin, si deve leggere Dostoevskij”. Dev’esser proprio vero, se in questi giorni il Rettore della Bicocca ha deciso di sospendere un corso universitario che uno scrittore italiano avrebbe dovuto tenere su Dostoevskij con la motivazione che potrebbe “creare polemiche”. La cosa, che pare sia poi rientrata, ha dell’incredibile, ma è accaduta, e forse, per precauzione, sarà bene, se li avete in casa, nascondere le vostre copie dei Karamazov o dei Demoni, che presto potrebbero diventare libri “proibiti”, propaganda sovversiva. Ma torniamo a Kissinger.

La sua non era una semplice battuta. Mirava, tra l’altro, a farci intendere che “per la Russia l’Ucraina non può mai essere solo un paese straniero e che l’Occidente ha quindi bisogno di una politica che miri alla riconciliazione… L’Ucraina non dovrebbe aderire alla Nato”.  Era il 2014 quando Kissinger scriveva quelle parole e tutti sappiamo cosa successe quell’anno in Ucraina. Il giudizio di Kissinger era molto più preciso e adeguato di quello che oggi va per la maggiore e che ritrae Putin come una specie di “nazista”, di un criminale di guerra, di un nuovo Hitler. La politica estera di Putin, in realtà, è una politica interamente inscritta nella cultura russa, nella sua tentazione “slavofila” che ha sempre fatto da contrappunto a quella “occidentalista”. Ed è una tradizione che – non solo da oggi – si è retta sulla religione cristiano-ortodossa, sul senso di una “missione” salvifica, sull’idea che, come i panslavisti russi dicevano, la Russia, la Santa Madre Russia “non è il paese della Legge ma della verità”, in contrasto con un’Occidente profano e senz’anima. Bisogna davvero allora leggere Dostoevskij, partendo da quella critica alla “civilizzazione” europea che trova espressione nelle Note invernali su impressione estive, ma, aggiungo, bisogna leggere anche Solženicyn –  i cui  discorsi del  Ritorno in Russia sono oggi  più attuali che mai – per capire il modo in cui la Russia di Putin ha affrontato il problema della modernità e del suo difficile rapporto con l’Europa d’Occidente. 

“Europa d’Occidente”, perché ci sono in fondo “due Europe”, lo ricorda Joseph Ratzinger in una conferenza tenuta a Berlino nel novembre del 2020, che andrebbe oggi riletta.  L’Europa di cui facciamo parte noi, erede dell’Impero Romano d’Occidente, rinato con Carlo Magno, attraverso il Sacro romano impero, e che intendeva fondere in esso l’elemento cristiano-cattolico, quello romano e quello germanico. Ma c’è anche un’altra Europa, quella dell’Impero Romano d’Oriente che continua a Bisanzio sino a che i turchi per sempre pongono fine all’Impero. Per circa un millennio Bisanzio considera sé stessa come la vera Roma, la seconda Roma, e questo Impero estendendosi al Nord finisce nel mondo slavo. Qui ora sopravvive la cultura greco-cristiana, europea. Da questa eredità bizantina nasce dunque la terza Roma: Mosca.  E “due Rome sono cadute, ma la terza resiste e non ve ne sarà una quarta” (così secondo lo starec Filofej di Pskov). Con Mosca quale terza Roma nasce una propria forma di Europa e la questione da allora in poi sarà la convivenza tra queste “due Europee”, diverse ma accomunate da un retaggio comune.   

Ciò che accomuna le “due Europe” è il cristianesimo. Ciò che oggi le divide è il “nichilismo” occidentale con la sua perdita di valori, rispetto al quale la Russia si presenta per la verità, oggi come ieri, come l’unica “forza frenante”, catencontica, che difende la tradizione contro la perdita di valori diffusa in Occidente. Tutta la storia dell’Occidente è heideggerianamente caratterizzata dall’”oblio dell’essere”, tutto Dostoevskij si spiega filosoficamente come la risposta russa al nichilismo dell’uomo occidentale, che ha sacrificato all’esasperazione del “principio individuale, personale”, l’idea di una comunità, quella comunità politica  a cui ha fatto implicito riferimento Putin nel suo più recente discorso, quando si è rivolto ai russi del Donbass sottoposti da anni a violenze  da parte del regime centrale ucraino. 

C’è una differenza abissale tra questa visione del mondo e quella del nostro Presidente del Consiglio, che di fronte ad un Paese in guerra chiede riforme lacrime e sangue per il suo ingresso nella Unione europea, dimostrando così il suo vero volto di banchiere. Putin, “slavofilo”, non riconosce il valore della democrazia liberale, noi, “occidentalisti”, a differenza dei liberali dell’Ottocento (Hegel in primis) non ci rendiamo più conto del senso di una comunità politica. Un incontro tra slavofili e occidentalisti sarebbe stato oggi  fruttuoso per entrambi e invece questa guerra è destinata a scavare un solco profondo tra le due Europe.  

Certo, il tutto è molto più complesso, ma questo cenno valga oggi almeno per ricordare come esista una geopolitica russa, un problema storico dei rapporti della Russia con lo spazio europeo e persino un peculiare “spirito russo”.  

Paolo Becchi