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Esiste un tema che spesso viene utilizzato per legittimare – si fa per dire – l’invasione dell’Ucraina da parte della Russia, un tema del tutto estraneo alla geopolitica strategica, e più idoneo ad una concezione di neo teologia politica in chiave ortodossa. 

Da tempo la deriva materialista e ateista che l’Europa occidentale ha intrapreso con gli effetti devastanti che tutti tristemente denotiamo, dalla iconoclastia, al politicamente corretto, dai c.d. “ diritti civili”, alle dottrine gender, hanno provocato nell’anima tradizionale e conservatrice dell’Europa un moto di sdegno e anche di resistenza ad oltranza, e spesso l’atteggiamento del cattolicesimo latino è stato interpretato soprattutto negli ultimi anni come remissivo e rinunciatario, con un Pontefice come Francesco distante da un Papa “Magno” come Giovanni Paolo II e un Dottore della Chiesa come Benedetto XVI. Attori  protagonisti nelle dinamiche non solo spirituali, ma anche politiche. 

La crisi della cristianità occidentale, lo scollamento della società, l’avanzata islamica e il proliferare di chiese “fai da te” e sette d’ogni tipo hanno impattato radicalmente sulla società europea. 

In questo caos generale si è fatta largo la convinzione che la “primavera spirituale” fosse quella proveniente da est, dalla Russia, che archiviato il vangelo marxista si è riscoperta fedele guardiana dell’ortodossia spirituale della Chiesa Ortodossa come non lo era dai tempi degli Zar e della chiara commistione fra potere politico e religioso. 

Molti hanno guardato a est in cerca di risposte, di certezze, di  strumenti per affrontare la lotta contro il relativismo, hanno guardato alla “terza Roma “ sperando in essa. L’opposizione all’Isis, la durezza interna verso la deriva culturale della società post-moderna, in una nazione che aveva subito l’ateismo di Stato e l’imposizione ideologica del vangelo rosso, hanno indotto molti, troppi a credere che Mosca fosse il baluardo la barriera contro il male.  Partendo dall’idea  che l’antidoto per i mali dell’Occidente vadano ricercati altrove, e non all’interno di quel conflitto etico e culturale che si combatte quotidianamente nel cuore stesso della cristianità latina. 

La crisi della società occidentale è un tema che ruota intorno alla disgregazione dei valori cristiani e alla perdita di quel senso di appartenenza, di civiltà che la cultura Cristina ha saputo trasmettere e incarnare nella sua capacità di farsi erede e portatrice di quella capacità latina – in senso romano – di fondersi con la cultura classica greca e romana, e quella ebraica, una fusione operata già da San Paolo, Agostino e Tommaso, fondendo una religione orientale  monoteista come il cristianesimo con la civiltà classica e la sua millenaria tradizione. 

Questa civiltà ha visto nei secoli numerose minacce, subodorato enormi pericoli, ma ha retto e resistito, e ha pensato erroneamente di aver trionfato con la morte del comunismo, cioè l’incarnazione stessa della negazione di Dio, mentre la pugnalata è sopraggiunta dalle degenerazioni stesse della nostra civiltà, dallo scollamento spirituale, dalla post modernità e dalla dittatura della tecnica sull’uomo. Una crisi che la filosofia colse con molto, largo anticipo, ma fu come sempre Cassandra inascoltata, nel roboante frastuono della società contemporanea, troppo protesa al materialismo scientifico per cogliere i campanelli d’allarme, gli avvisi teoretici. Un po’ come il popolo ebraico quando ignorava i richiami dei Profeti, subendone poi le drammatiche conseguenze. 

Una società frastornata è debole e ancora più deboli sono le anime tormentate da una società nella quale stentano a riconoscersi, non solo perché ne vedono imperante lo vocazione autodistruttiva, ma anche e sopratutto poiché in essa non trovano oasi o barricata entro o dietro la quale asserragliarsi per resistere al passaggio della tempesta. 

La tempesta è in piena, sibillina come la lingua del serpente e la paura domina una società vuota. 

Ma la riposta a tutto ciò non è la costruzione di una società fondata sull’’autoritarismo e sul principio primitivo che la ragione è del più forte.  Per questo il lamentoso motivetto secondo cui la Russia è la salvatrice dell’Occidente non può che risultare sterile e privo di fondamento. La Russia è Europa si, la sua cultura e la sua storia fanno parte a buon diritto della storia europea, cosi come fino al 1917 non si può intendere Europa senza Russia, ma non è occidente.  Non è certo la primavera spirituale russa la ricetta salvifica per l’Europa. Piaccia o no non è soffocando che si costruisce una barriera, non è mietendo la libertà che si combatte il  relativismo, non è con i cannoni – e chi scrive non è certo un pacifista – che si combatte questa battaglia. L’alibi non regge. 

La Russia si è convinta da tempo di essere la nuova Roma, e Putin e i suoi ideologi non hanno fatto altro che riprendere non un personaggio qualunque della storia Russa,ma  Ivan IV detto  il Terribile  che disse “ Due Rome sono cadute, ma la terza Mosca sta ed una quarta non ci sarà”.  L’idea alla base di quel rinascimento della cristianità ortodossa e di qui la nuova teologia politica russa per fare breccia nei cuori dei delusi, di coloro che non si riconoscono nella società secolarizzata nella sua forma attuale quella più rigida e radicale.  Una visione che finisce per cozzare con l’immagine reale di un paese in profonda trasformazione interna e che vive una realtà propria che non può essere né equiparata né omologata alla condizione dell’Europa occidentale,  di una cristianità diversa, di un rapporto di equilibri della società profondamente diversi. 

L’evoluzione della società politica, la fenomenologia stessa dei principi che stanno alla base della nostra contrattualistica sociale si pongono in un rapporto estremamente antitetico a quello sviluppato alla condizione storica della Russia, la quale vive un percorso storico-politico diverso da quello dell’Europa occidentale. Cercare omologazioni conduce inevitabilmente in un vicolo cieco, ma sopratutto non porta alcun giovamento alla condizione occidentale e alla sua ora più buia. Si rischia al contrario di cadere in quel gioco propagandistico di giustificare le mire espansionistiche “politiche” della Russia su basi teologico-politiche che non hanno ragion d’essere in chiave occidentale, ma al contrario  se le hanno a Mosca sono esclusivamente di Natura slavofila, e dunque estranee alle logiche interne alla società cattolica latina, o “protestante” nella sua declinazione luterana o calvinista che sia.  Il cattolicesimo ha forse  in sé le forze per affrontare la tempesta, per tentare di resistere, ma quelle forze devono saldarsi sulla propria tradizione storica e culturale, che non è soltanto religiosa, ma politica e culturale e identitaria. 

L’identità occidentale non si difende rinunciando alla propria essenza, ma la si salvaguardia custodendone l’identità ed il regime di libertà che in essa è nato e si è sviluppato costruendo quella società libera in cui ogni opinione è lecita. Non è una società perfetta, ha le sue storture, i suoi tumori, i suoi limiti, tutto frutto di un lungo percorso storico e culturale.  Non dimentichiamo – cosa che ultimamente si fa – che il cattolicesimo romano è stato il protagonista della sconfitta del comunismo e dell’URSS,  con l’azione di un Pontefice come Giovanni Paolo II che dall’interno ha minato le fondamenta stesse del potere – logoro –  dell’Impero sovietico, non la Chiesa Ortodossa rimasta raggomitolata su se stessa nella migliore tradizione russa per resistere alla tempestata ateistica del socialismo reale, fungendo nel momento del bisogno come strumento di Stalin “patriotticamente” durante l’invasione  tedesca e italiana nel 1941. 

La libertà è l’essenza stessa dell’Occidente e non è rinunciando ad essa che la nostra società affronterà i suoi fantasmi, le sue paure, ma guardando in se stessa, trovando la forza di  custodire la propria identità, i propria valori  e guardando ad una modernità che non si ponga sul senso della distruzione, della rinuncia.  Ma per quanto impervia possa essere la lotta  nulla giustifica l’accettazione di una rinuncia alla libertà, alla scelta che è elemento indissolubile della vita occidentale, tanto politica, quanto religiosa.