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Di Alarico Lazzaro

Éric Zemmour ha modellato mesi e mesi di campagna elettorale su “l’union des droites”.  Lo aveva annunciato fra gli obiettivi di Villepinte, quando già l’ex numero due dei Repubblicani Guillaume Peltier aveva già scelto di sostenerlo.

Obiettivo centrato, considerata la sintesi tra le diverse anime della destra francese che ha portato alla corte dell’intellettuale in corsa all’Eliseo numerosi degli alfieri di Marine Le Pen: Stéphane Ravier, Nicolas Bay, Maxette Pirbakas, Jean Messiha e per ultima Marion Maréchal che ha voltato le spalle alla zia affermando la propria libertà politica svincolata dal giogo familiare. Marion ha riportato entusiasmo nella campagna di Éric Zemmour e ha paragonato la sua ascesa a quella di Giorgia Meloni in Italia, modellata su coerenza e lealtà verso gli ideali che guidano la riconquista culturale della Francia.

Tutti gli ex lepenisti sono accomunati dalla voglia di essere promotori di un cambiamento politico e culturale, laddove Marine sembrava tentennare, o quantomeno essersi pacata a seguito del decennio che ha normalizzato l’ex Front National che nel 2002 spaventò l’establishment, giungendo al secondo turno contro Chirac con Jean-Marie Le Pen.

Nonostante il calo nei sondaggi, che vedono una clamorosa risalita di Marine Le Pen e un Mélenchon sempre più “elettoralmente ingombrante” (su di lui sembra condensarsi il voto degli ex socialisti ormai rassegnati al ruolo di comparsa con Anne Hidalgo intorno all’1.5% delle intenzioni di voto) Zemmour mira ancora al secondo turno, rinvigorito dalle 100.000 presenze festanti al Trocadéro, nel tempio del progressismo parigino e francese.

Zemmour non ha l’obbligo di vincere, ha un progetto che lo proietterebbe fra cinque anni ad essere uno degli unici reduci di questa tornata (Le Pen lascerà anche in caso di vittoria, Macron non sarà ricandidabile in caso di un secondo mandato).

Per il polemista la necessità è sempre stata quella di sorprendere, svegliare le menti sopite di un elettorato in balia del malgoverno e che vede Macron impegnato su più fronti: i venti di guerra e le illusioni diplomatiche che anni fa costarono l’elezione a Valery Giscard, e i mugugni interni a seguito dello scandalo McKinsey per cui Macron starebbe letteralmente “privatizzando l’Eliseo”.

La stampa francese (e ancor di più quella internazionale) hanno sorvolato sull’argomento, ma le campagne social degli avversari hanno rincarato la dose. 

In un quadro benigno per Marine Le Pen, cominciano le prove di disgelo per un fronte comune e unito. 

Se c’è una concatenazione di eventi da scongiurare è proprio quella di vedere la destra francese parcellizzata, frammentata e sconfitta da un fronte progressista che nei secondi turni si ostina a votare sempre “contro” e mai “a favore” di un determinato candidato. Gli spettri del 2002 e del 2017 confermano che la strada sondata dal duo Zemmour-Le Pen sembra essere una soluzione ottimale per il futuro.

Nella convergenza ideale e politica non mancherebbero le visioni contrapposte (basti pensare alle istanze da Frexit di Marine Le Pen e, al contrario, la volontà di rendere forte la Francia cambiando l’Europa di Zemmour) ma il profondo sincretismo ideologico del duo per la volontà di risanare le fratture sociali tra ceti popolari e borghesi, il rilancio della piccola-media impresa, l’intolleranza nei confronti di criminali e delinquenti con il conseguente rilancio di un apparato di sicurezza nazionale solido e la riconquista della cultura universale e della fierezza francese sembrerebbero avere la meglio.

In caso di secondo turno di uno dei due, tenere unito l’elettorato e sperare che una buona parte dei repubblicani (a trazione gollista e guidati da Éric Ciotti, che si è già detto pronto a votare Zemmour al secondo turno) si unisca al fronte conservatore e sovranista potrebbe far da contraltare alle mosse di Valérie Pécresse, ormai in caduta libera e più vicina alle posizioni liberali di Macron che a quelle del duo Le Pen-Zemmour.

In un secondo turno, con un fronte unito della destra francese, la vittoria potrebbe essere sospinta dai ceti popolari, borghesia conservatrice a trazione fillonista, cattolici, intellettuali, lepenisti e gli industriali che, dopo Macron, vedono in Zemmour il candidato preferito.

A pochi giorni dal primo turno le prove di disgelo tra Zemmour e Le Pen sono ufficialmente cominciate. La destra francese comincia a mettere da parte i dissapori per un fronte comune, che sia capace finalmente di riscrivere la storia della corsa all’Eliseo.

Una vittoria di Zemmour sarebbe clamorosa e rivoluzionaria, quella di Le Pen il raggiungimento di una chimera a lungo inseguita in un’eventuale riedizione dello scontro ideologico e politico del 2017, contro Emmanuel Macron.

Mentre i venti di guerra spirano sull’Europa, la “pax” sembra aver fatto passi avanti in quel fronte conservatore, identitario e sovranista che mira a rivendicare la gloria della Francia.