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La storia italiana si è  lungamente incrociata  nel corso dei secoli che seguirono la caduta dell’Impero romano con quella della Francia, un legame spesso tragico e foriero di non pochi risentimenti tra italiani e francesi. Risentimenti e passioni che hanno visto alti e bassi nel corso della nostra storia nazionale, dalle invasioni Napoleoniche, al decisivo e  fondamentale intervento dell’altro Napoleone ( Luigi Napoleone alla storia Napoleone III) nella costituzione delle premesse che condussero all’Unità Nazionale e alla vittoria militare sugli austriaci. Ma il rapporto ambiguo  tra Italia e Francia non è stato inaugurato dall’incoronazione di Carlo Magno  re dei franchi ad Imperatore del Sacro Romano impero, a Roma la notte di Natale dell’ A. D. 800, ma bensì dalle grandi calate in Italia, di cui il Bonaparte fu solo l’ultimo di una lunga serie di sovrani d’oltralpe. 

Le calate di Carlo d’Angiò e poi di Carlo VIII e Luigi XII furono discese in armi in un Italia  cento- settentrionale divisa al suo interno in piccoli stati e in un grande regno meridionale da sempre ambito dalla Francia per il controllo dei traffici mediterranei. Spesso la chiamata al soccorso proveniva dall’interno, dal papa o da altri attori nel teatro politico italiano, che del passato greco-romano ha ereditato l’aspetto più tragico e radicale della perenne stasi politica.

In Italia anche lo svolgimento del più elementare dei paradigmi democratici assume le fattezze di una guerra civile fredda, dove le armi delle “partes” della “factiones” hanno lasciato il campo alle campagne elettorali, alle accuse reciproche al mancato riconoscimento dell’altro. In fondo noi siamo ancora divisi, in guelfi e ghibellini, in guelfi neri o bianchi, in giacobini e sanfedisti, in rossi e blu. Cambiano i nomi, mutano le ragioni del conflitto, ma non il pathos, l’ardore e la tragedia che incombe infausta sulle spoglie di un paese perennemente dilaniato. La politica è nella storia, e ad essa nulla tange la pretesa “modernista”, ma segue ragioni proprie e autonome. 

Così come è in noi lo spirito delle “fazioni” allo stesso tempo noi abbiamo applicato alla lettera quel concetto espresso lucidamente in un’altra città dilaniata dalla perenne guerra civile, a volte fredda a volte guerreggiata, Atene dall’Anonimo Oligarca ( con molta probabilità Crizia medesimo) in cui l’autore ammette con sincero e lucido cinismo che fortunatamente Atene non è un isola, cosi è facile aprire le porte al nemico -alleato di una fazione- , cosi noi anteponiamo l’interesse della parte  a quello della nazione, con buona pace della nostra Italia, che come disse saggiamente Dante “ Ahi serva Italia, di dolore ostello, nave sanza nocchiere in gran tempesta, non donna di province, ma bordello”!.  

Questa fredda e lucida verità si è resa ancora più cristallina in una certa sudditanza psicologica allo straniero, e in tempi di crisi politica e morale del nostro pese, questo stato d’animo si è tradotto con facilità in un’esterofilia politica dai risvolti paradossali.  

Una certa miopia politica che ci ha impedito di entrare nel dibattito politico europeo con lungimiranza, lasciando il campo all’utopistica approssimazione. Oggi assistiamo alla vittoria di Macron ( scontata) nel secondo turno delle Presidenziali in cui il Presidente della Repubblica francese viene presentato come il  difensore dell’Europa contro il sovranismo, l’uomo della provvidenza, ma di quale provvidenza parliamo?  La politica di Macron, le sue idee, le sue parole, i suoi proposti politici partono al più tradizionale degli assunti politici in Francia quello della “grandeur”, e la differenza fra Macron e Madame Le Pen si articola nella definizione del nazionalismo francese: se per madame Le Pen il nazionalismo è la difesa della Francia autoctona che deve rigenerarsi e riunificassi nella tradizione come Repubblica-Stato, quello di Emanuel Macron è un nazionalismo imperiale, inteso nel dualismo Repubblica-impero, a vocazione bonapartista, dove l’europeismo che alcuni leader italiani non solo di sinistra scambiano puerilmente per autentico europeismo all’italiana, altro non è che l’idea di un’Europa guidata dalla Francia, potenza egemone.  Nulla di utopistico, ma pienamente in linea con lo spirito patriottico della Francia

Macron ha saputo interpretare le ambizioni della Francia, politiche ed economiche, di un paese che non tollera avere rivalli e che oggi venuta meno la Germania della Merkel si è trovata una prateria politica, visto anche che dalle nostre parti la leadership di Draghi è autorevole, ma non è politica, non è basata sul consenso e non ha visioni di lungo periodo, ma è solo un’amministrazione controllata per il l’emergenza pandemica, il PNRR e lo spauracchio elettorale di molti oscuri e morenti naviganti della nostra politica. 

Macron è riuscito persino ad ampliare le sue fila nel nostro paese, se prima solo Renzi si definiva un macroniano della prima ora ed in effetti lo è stato, gli altri dal partito democratico ai neomacroniani di Forza Italia si sono aggiunti ora, nella speranza che il successo francese e il favore della Francia possa riflettersi sulle loro fortune politiche.  

L’operazione politica, la nuova “calata” ideologica si fonda sulla costruzione di una propaganda indirizzata a screditare come anti-europeisti, tutte quelle forze politiche che non abbracciano l’idea d’Europa condivisa dalla visione liberal-democratica e globalista incarnata dalla sinistra in Italia e dal camaleontismo di Macron in Francia.  Non è necessario un seminario per cogliere questa nuova propaganda, basta leggere i vari post di congratulazioni che parte del mondo politico italiano ha inviato al Presidente francese. L’idea è quella di rinnovare un fronte europeista da contrapporre alla sedicente destra antieuropeista, che tale non è, ma rea di opporsi alla disgregazione dell’interesse nazionale, che al contrario la Francia applica e maschera come europeismo.  

Non è un caso che nell’interpretazione giornalistica la destra conservatrice che non è parte del PPE, alleato in Europa dei socialisti e dell’ALDE ( il gruppo dei liberali di Macron) venga etichettata come estrema destra, quando l’ECR raccoglie i partiti conservatori dell’Europa e nasce da una scissione in seno al PPE operata dai conservatori inglesi. Nulla che vedere con il gruppo di Marine Le Pen “identità e democrazia” di cui è parte in Italia solo la Lega. Ma tale distinzione se fosse operata provocherebbe troppe increspature alla narrazione ufficiale. Del resto perché complicare le cose quando è così semplice indicare quali sono i buoni e additare i cattivi? La paura dell’ignoto è sempre stato un comodo strumento politico di convincimento. 

L’interesse nazionale italiano è stato sempre sacrificato alla vocazione esterofila di una parte non irrilevante della nostra classe dirigente, che degna erede di un’ampia schiera nella nostra lunga e tormentata storia, ama l’Italia vassalla, semplice accomodante comparsa sulla scena del teatro politico europeo. Si crogiolano costoro nella loro visione, convinti assertori di un’Italia “piccola”, un salotto in cui far accomodare tutti, e se possibile da mettere in vendita al miglior offerente purché sia di convinte vedute progressiste. 

L’Europeismo della Francia di Macron è di tutt’altro avviso ed riassumibile nella parafrasi di un motto in voga nella politica inglese agli albori dell’Impero: “ fare di tutta Europa la Francia” , attraverso una politica economica aggressiva, il rafforzamento militare ( vedi Patto del Quirinale e Trattato di Aquisgrana), l’appoggio di governi ideologicamente affini e la creazione del mostro “ a destra” da combattere.  

Il paradiso per una certa politica nostrana che al governare predilige il gestire, al guidare il tirare a campare, alle aspirazioni le cautele, alle speranze la disperazione. Convinti come sono che il chinare il capo sia la politica più saggia. 

Aveva capito tutto Indro Montanelli  che disse : “quando si farà l’ Europa unita; i francesi ci entreranno da francesi, i tedeschi da tedeschi e gli italiani da europei” questa purtroppo è l’amara verità, peggiorata dalla comparsa di un novello Luigi Napoleone che vorrebbe essere un De Gaulle ma non lo è, ma che si considera ormai il padrone d’Europa, per abilità certo, ma perlopiù per mancanza di avversari.