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La narrazione ufficiale, quella dei grandi media, degli opinionisti, degli intellettualoidi tuttologi di sinistra ha da tempo etichettato nel dibattito politico italiano Vox come un partito “franchista”, basta scorrere un po’ la bibliografia giornalistica presente in rete o i riferimenti nelle analisi politiche per denotare quanto ormai sia questa la versione accreditata. Purtroppo talvolta questa vulgata trova posto persino sui media non allineati,  creando non poca confusione verso la comprensione di un fenomeno politico che rappresenta elettoralmente la terza forza politica di Spagna ( dati delle ultime elezioni legislative) e la seconda, alla luce degli ultimi rilevamenti sulle intenzioni di voto. 

Non è un caso raro che la Spagna venga raccontata attraverso le lenti interpretative  sempre ideologicamente appannate della sinistra, e del resto non è il caso della sola Spagna, è insita ormai nella sinistra la sindrome del “fascismo invisibile” e noi ne sappiamo qualcosa. Ma sulla Spagna negli ultimi anni  si è manifestato un vero e proprio cortocircuito interpretativo, nel raccontare le trasformazioni di un sistema politico soggetto ad un radicale mutamento dopo gli anni della crisi economica e dei sacrifici euroindotti. 

Il vizio è quello di appiattire tutte le forze considerate antisistema in unico grande calderone, falle apparire come pericolose ed impreparate e soprattutto usarle per colpire gli alleati interni, applicando quel vecchio adagio di “prendere due piccioni con una fava”.  In fondo è quello stesso filone interpretativo che omologa la Le Pen a  Fratelli d’Italia, quando in verità il partito guidato da Giorgia Meloni non è alleato della Le Pen, ma appartiene al gruppo dei Conservatori Europei, fondato dai conservatori  inglesi quando lasciarono il PPE, insomma tutta un’altra storia. 

Così avviene in quella terra magica, densa di tradizioni, ricca di pietas, resistente alla forza distruttiva della secolarizzazione imposta a tappe forzate dal governo socialista di quel Zapatero che  si era prefissato l’obiettivo di completare  democraticamente l’ opera di quegli anarchici famosi per le loro efferatezze alla vigilia della “guerra civile”, e parliamo dello stesso Presidente del governo che approvò la famosa legge sulla memoria storica,vera vergogna culturale, e primo atto europeo  di quella cancel culture che ha invaso la società occidentale. 

Così da quando i numeri e i risultati del partito guidato da Santiago Abascal hanno catturato l’attenzione mediatica, il solito grande narratore progressista ha colpito con una interpretazione al quanto dubbia. Spesso si tende a generalizzare capziosamente, non è la prima volta, non sarà l’ultima, ma il nostro dovere è quello di smontare le bufale  della solita propaganda progressista, della sinistra nostrana che fa da megafono a quella iberica che certo non difetta quanto a fanatismo ideologico, ma al contrario dei nostri, da quelle parti  i socialisti sanno essere nazionalisti quando serve. 

Il partito Vox non nasce da qualche folle nostalgico del regime del Caudillo, non è una ricostruzione del Movimiento Nacinal, e tantomeno della Falange, nasce da una semplice per quanto traumatica scissione dal Partido Popular, quelli della destra “presentabile”, ed espressione di molti e ottimi governi del dopo Franco. 

La scissione nel Pp si consuma ai tempi dell’esecutivo di Mariano Rajoy, siamo nel 2013 e la Spagna affronta la devastante implosione dei “PIIGS” – come l’Italia  – ma al contrario  del nostro paese non si optò per la sospensione della vita democratica, non si invocò l’arrivo di un burocrate, ma la politica si assunse le proprie responsabilità. Una democrazia giovane non ha piacere nel approvare la propria auto- sospensione. Allora il governo di Rajoy applica un atteggiamento politico troppo compassato, e sul piano culturale è già iniziata una degenerazione del partito popolare che pian piano abbandona le proprie battaglie culturali, e sopratutto non fa muro nella difesa di quella “Tradizione” senza la quale la Spagna non sarebbe più la stessa. Per dirla con un’immagine allegorica, invece di sostenere il modello Siviglia, hanno lasciato il campo al modello della babilonia catalana.  Una resa inaccettabile per l’anima conservatrice e tradizionalista del partito che guardava con preoccupazione l’offensiva degli estremisti comunisti di Podemos, arlecchineschi come i nostri grillini, ma ideologicamente un tantino più pericolosi. 

Da qui l’inevitabile scissione, la rottura netta con una tradizione quella del Partido Popular che aveva visto la destra spagnola uscire dal franchismo e accompagnare la Spagna alla nuova stagione democratica. 

Il primo appuntamento con le urne fu quello delle elezioni europee del 2014, e il neonato partito non riuscì ad ottenere un seggio per una manciata di voti. Le elezioni legislative  del 2014  e del 2015 vedono Vox schiantarsi sotto l’1%. Ma è il 2014 l’anno della svolta, Santiago Abascal è nominato Presidente del partito, e la sua guida rivoluzionerà l’immagine della giovane forza politica, e il suo carisma risulterà decisivo per consentire al partito la scalata al potere, iniziando dalle Cortés di Madrid. Insieme ad Abascal, si consolida una nuova classe dirigente, giovane, determinata e ambiziosa. Spicca fra tutti il Segretario Generale del Partito Ivan Espinosa de los Monteros  e della sua consorte Rocio Monestario. 

A invertire il vento e aprire la breccia in cui il nuovo partito si è inserito è stata la combinazione di diversi fattori, primi fra tutti la crisi economica e l’indipendenza catalana, oltre alla offensiva condotta dalle sinistre contro le più profonde tradizioni della Spagna.  Davanti al rischio di una deriva distruttiva, Vox ha iniziato a macinare consensi nella Spagna profonda, nel sud e in quella parte di Catalogna contraria all’indipendenza. Il primo grande colpo arriva alle elezioni amministrative del 2018, in Andalusia, terra di sole, storia e tradizioni, dove risiede quell’idea di Spagna dove letteratura e storia si fondono nel ritmo di un Flamenco.  Vox ottiene 12 scranni in forza dell’11% di voti , e permise la formazione di un governo regionale di centrodestra. Nel 2019 la Spagna è chiamata due volte alle urne per la mancanza di solide maggioranze – da quelle parti non amano i governi tecnici – alla prima tornata Vox ottenne 24 scranni, l’ingresso nelle Cortes e quindi nella politica nazionale da protagonista.

Ma l’esplosione di Vox arriva alla seconda chiamata alle urne del popolo spagnolo dove il partito guidato da Santiago Abascal ottenne 50 seggi divenendo la terza forza del parlamento e il terzo partito di Spagna, tallonando il partito popolare sotto la debole guida di Pablo Casado, e disintegrando il partito centrista Ciudadanos appiattitosi alle posizioni dei popolari sempre più moderati e sempre meno di destra.  Un partito irriconoscibile per il proprio elettorato ancora legato alla guida solida e avvincente di Aznar. 

L’armada di Abascal  ha conquistato i cuori della Spagna restia a scarificare la propria anima in nome di un secolarismo imposto a colpi di decreti, e ai tentativi di cancellare le tradizioni culturali e antropologiche del popolo spagnolo. Le polemiche sulla corrida sono l’esempio massimo di una follia animalista invocata da una parte della sinistra, senza arrivare a capire che non solo è parte integrante della cultura spagnola ( oltre ad essere uno spettacolo meraviglioso, dal profondo senso tragico) ma un mercato che rappresenta l’1% del PIL.  La Spagna dopo i difficili anni della crisi, dopo i governi di Zapatero, e quelli poco incisivi di Rajoy e la politica sbiadita del Pp di Casado ha scelto di credere e di affidarsi ad un partito conservatore, identitario e fortemente tradizionalista. 

La crisi catalana è stata senza dubbio il suicidio dei partiti di centro destra, del Pp e di ciudadanos che non hanno saputo rassicurare una Spagna tramortita. 

Due Spagne si sono poste a confronto: da una parte la Spagna della corona, una e una sola , della tradizione, delle Cattedrali, della tauromachia, di Avila e di Santiago de Compostela, dall’altra la  Spagna della babilonia catalana, dei semafori colorati, delle zapaterate, che hanno finito per nauseare i sudditi di Re Filippo. 

Vox interpreta quella Spagna, né ha raccolto le speranze, le ambizioni, le memorie, né ha fatta propria la voglia di vivere da Spagnoli. Vox non è solo un partito, non è una semplice comunità di uomini e donne che credono in un codice, che si battono per uno Nazione sovrana, libera e forte, Vox è la voce, il megafono di una storia, l’Araldo di un popolo che ha scelto di non chinarsi alla distruzione della società occidentale, e di conseguenza di quella Spagna che tutti abbiamo amato e che abbiamo sognato. La Spagna è un paese in cui  tutto raggiunge l’estremo, in cui ogni divisone si trasforma in una rottura manichea, in cui nulla è scontato, ma tutto si muove ad un ritmo tanto frenetico da accelerare persino la storia. Il popolo Spagnolo è un popolo latino, un popolo tragico, un crogiolo di culture che hanno formato un unico credo sotto il binomio trono e altare. La Spagna è controrivoluzione, resistenza alle minacce, fede incrollabile, quasi la propria storia fosse segnata dagli squilli delle trombe che segnano gli istanti, i momenti stessi di un’eterna e immortale tauromachia. 

Il 2021 è stato l’anno che ha inciso un cambiamento nella politica spagnola, e nell’alveo di tutto il centrodestra spagnolo. Le posizioni anche all’interno del Pp iniziano a segnare una certa insofferenza verso la linea ultra moderata di Casado, e la stella nascente di Isabel Ayuso Diaz con le sue posizioni decisamente conservatrici iniziano a scaldare il dibattito interno. Nelle elezioni regionali la Ayuso Diaz stravinse, forte del consenso ottenuto durante la pandemia, ma forte fu anche il risultato ottenuto da Rocio Monestario di Vox, con il quale si inaugurò un appoggio esterno all’operato della Ayuso Diaz. 

Se il 2021 ha segnato la svolta, il 2022 ha portato Vox al governo della Castiglia y Léon,dove Juan Gallardo candidato Presidente per Vox ha ottenuto il 17,6 % e 13 seggi, tallonando il Pp che con 31 seggi frutto del 31,4 % non raggiunse la maggioranza necessaria. Da qui il primo vero tavolo Pp-Vox per la formazione del governo regionale conclusasi con successo e prefigurando l’esito probabile delle elezioni legislative che verranno. Il cambio di politica del Pp è stato anche il frutto del crollo di Casado e della nuova stagione avviata dalla nuova dirigenza, con una preannunciata virata a destra.  

Vox intanto continua la sua crescita, delimita e amplia i suoi confini, combatte sul fronte europeo nella famiglia dei conservatori e prepara la sua classe dirigente alla sfida del governo che con molta probabilità arriverà sempre in compagnia del nuovo Pp, targato forse proprio dalla stella nascente, ma già ampiamente sorta di Isabel Ayuso Diaz. L’attuale Presidente Alberto Nunez Feijòo ha tracciato la nuova strada, ma è presto per vederne gli effetti. Per ora è certo che questa è la stagione di Vox della sua classe dirigente giovane e ambiziosa, del suo leader, e delle sue donne rampanti, della sua voce europea Jor Buxadé , volto europeo del partito e noto al pubblico della destra italiana per la sua partecipazione ad Atreju. 

Adesso la nuova sfida vede Vox provare la conquista della terra dove tutto ebbe inizio l’Andalusia, dove Macarena Olona portavoce di Vox e deputata al congresso prova la scalata alla presidenza che dopo il risultato di Gallardo non sembra tanto impossibile, sopratutto in una terra densa di tradizioni, in cui la Spagna riscopre il suo essere più puro. 

La narrazione che di Vox si fa in Italia, complice anche una certa nostra stampa è quella di un partito nostalgico, espressione di una destra estrema, pericolosa e minacciosa, ma la verità è un’altra, i fatti sono altri,  e Vox non è nulla di tutto ciò, ma un partito conservatore, cattolico e tradizionalista, espressione  di una destra che ha reagito, non si è appiattita, ma si è messa ala guida della riscossa, della rinascita di un popolo fiero come quello Spagnolo.