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Ricorre oggi il 76esimo anniversario del referendum istituzionale che segnò il passaggio dalla Monarchia alla Repubblica. Vinse la Repubblica con uno scarto di circa due milioni di voti, grazie ad una maggioranza schiacciante al centro-nord nonostante il Mezzogiorno si fosse espresso chiaramente in favore della conservazionedell’istitutomonarchico. Alla Repubblica bastò la maggioranza, che alla Monarchia non sarebbe bastata perché, come ebbe a spiegare più tardi lo stesso Umberto II di Savoia, la Repubblica può reggersi con il 51% dei voti, la Monarchia no perché non è un partito bensì un “istituto mistico, irrazionale, capace di suscitare negli uomini incredibile volontà di sacrificio”. 

La Corona infatti è munita di una legittimazione radicalmente alternativa rispetto a tutte le altre istituzioni: il potere monarchico non si fonda sulla volontà popolare e sul principio di rappresentanza democratica ma su un’origine del tutto diversa ossia la discendenza di sangue, la tradizione, la volontà divina. 

Ciò fa di essa appunto un istituto mistico e irrazionale, il cui prestigio è intrinsecamente più fragile e legato ad una corda molto sottile nel contesto di uno Stato democratico. Lo scandalo che colpisce un Presidente della Repubblica intacca solamente colui che temporaneamente ricopre quella carica, non già l’istituzione in sé. Per la Corona il discorso è diverso e come tutti gli organi che non si fondano sulla volontà popolare si regge su una legittimazione debole e precaria. Nel caso dei Savoia il compromesso con il fascismo prima e la fuga da Roma poi, lasciata nelle mani dell’occupante tedesco, privò la Monarchia di quel consenso ampio necessario per mantenersi in vita e non crollare sotto la spinta delle nuove forze di rinnovamento politico e democratico. Le colpe dei padri ricaddero sui figli e Umberto II pagò lo scotto di scelte paterne, tra l’altro spesso non condivise.

La Repubblica non corre lo stesso rischio, è un istituto razionale, in armonia con lo spirito del tempo, la cui autorità si presenta come interna, non già esterna al sistema, indissolubilmente connessa a quel principio democratico che fonda e regge l’intero ordinamento. Il sospetto golpe autoritario architettato da Segni, lo scandalo Lockheed che travolse Leone, diffamandolo ingiustamente, le picconate di Cossiga contro il sistema politico, così inusuali e sopra le righe, non delegittimarono mai la Presidenza della Repubblica come istituzione perché, concluso il settennato, al di là di ogni giudizio positivo o negativo, calano le quinte. Altro giro, altra corsa. 

Il Presidente si spoglia delle sue prerogative e torna ad essere un cittadino con i medesimi diritti e doveri di tutti gli altri. Si racconta dei tormenti di Cossiga, ormai ex Presidente, sul suo status, poiché non accettava di essere considerato alla stregua di un semplice senatore a vita. Soltanto dopo anni di sue insistenze fu istituito il titolo di “Presidente emerito” per gli ex Presidenti della Repubblica ancora in vita. Un Re non cessa mai di essere Re, un Presidente invece sì ma laddove non arriva la sostanza subentra la forma, o meglio la formula.

La Monarchia, dunque, corrisponde ad una fase più primordiale della vita, irrazionale, fanciullesca, mitica nella sua potenza evocativa simbolica, paternalisticamente bisognosa di una guida dal corpo mistico; la Repubblica al contrario si descrive meglio ricorrendo alle categorie dell’adultità,età in cui ci si scrolla di dosso la dolcezza e le illusioni dell’età più lieta, si diviene responsabili e si impara

dai propri errori per correggersi e ricercare nuove vie. C’è però anche qualcosa che lega Monarchia e Repubblica nella storia d’Italia, un filo conduttore che non è mai stato reciso e che ha permesso al nascente Stato repubblicano di non rompere completamente con il passato monarchico (e con quello corporativo), come risulta da una Costituzione che presenta una doppia anima, rivoluzionaria e al contempo conservatrice, riuscendo ad innovare in profondità proprio grazie alla sua capacità di non rinnegare radicalmente il passato ma farne rivivere gli aspetti più lucenti nell’epoca nuova che andava preparandosi.

Quando nel ‘46 in Italia vinse la Repubblica, al Sud aveva vinto però la Monarchia; le forze politiche del nuovo Stato repubblicano scelsero allora come primo Presidente della nuova Repubblica (ndr Capo provvisorio dello Stato) un napoletano monarchico come Enrico De Nicola. 

A Napoli più che una vittoria, la Corona aveva ottenuto un plebiscito (80% dei voti), così dopo la proclamazione dei risultati favorevoli alla Repubblica vi furono una serie di scontri con le forze dell’ordine che quasi sfociaronoinunarepressioneantimonarchica.Neigiornitra il9 el’11giugnomorirono decine di militanti monarchici, oltre a un centinaio di feriti, e le tensioni culminarono nella strage di via Medina. Anche i partiti delle sinistre che più di tutti si erano battuti per la Repubblica tesero una mano al Mezzogiorno e contribuirono all’elezione di un Presidente monarchico e meridionale. 

Negli stessi giorni nacque il Partito Nazionale Monarchico, che non si porrà mai direttamente lo scopo di restaurare le antiche istituzioni regie – in conflitto, del resto, con l’unico limite esplicito alla revisione costituzionale ossia la forma repubblicana dello Stato (art. 139 Cost.) – ma che agirà dentro l’agone politico come un “partito d’affetti”, allo scopo di integrare nella nuova Italia quegli oltre dieci milioni di cittadini ancora legati alla Corona e di traghettare nello Stato repubblicano valori, tradizioni, sentimenti, prassi e consuetudini del passato monarchico. Una di queste sarà riproposta proprio dal primo Presidente monarchico De Nicola il quale, recuperando la prassi del Re, non appena eletto avviò le consultazioni per la formazione del nuovo governo della nuova Repubblica. Quelle consultazioni che oggi oramai rappresentano una granitica e vincolante consuetudine costituzionale.