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C’era una volta il partito che si era con tanto di acclamazioni da parte di folle oceaniche, urla spagnolesche e strepiti da “taverna” prefissato l’obiettivo di distruggere il sistema politico, sono passati poco più di dieci anni, e quanto di esso resta sta per estinguersi. Non è stata una rivoluzione seria, non poteva esserlo, non solo perché il fondatore altro non era che un guitto, un comico scadente, un giullare senza più argomenti,  ma ancor di più perché ogni rivoluzione che si rispetti – pur non conducendo lo spirito rivoluzionario – mira a distruggere l’esistente, abbattere lo status quo per edificare qualcosa di nuovo. Ed in quella attesa, in quella novità vi dovrebbe essere la visione di un paese, ma i grillini in tutta la loro esistenza non hanno mai dato ad intendere di possederne una, ed infatti non la possedevano. 

Hanno costruito il loro successo cavalcando la rabbia di un paese ferito, incupito e disarticolato dai mille problemi storici che lo attanagliano, si sono fatti largo nella crisi profonda di una politica priva di identità e autoreferenziale che non ha mai espresso la volontà ferma di risolvere le drammatiche questioni sociali che come un macigno pesano sul paese. Quella della c.d. seconda repubblica è stata la stagione della questioni irrisolte,  in cui alle continue e infinte domande non si è mai fornita alcuna risposta.  Ed in quel vuoto il grillismo si è fatto largo, anticipato dalla campagna distruttiva contro la “ casta” e i suoi infinti scandali, taluni veri, altri invece costituti da certa stampa e certa magistratura e finiti in nulla di fatto. 

Il grillismo ha vinto, e andato al governo, ha occupato le posizioni chiave nella politica del paese, ha portato nel tempio della democrazia italiana una fauna indiscriminata di soggetti inadeguati, e scialbi, di nullafacenti e nullatenenti che hanno trovato nella vita agiata il loro unico fine, sostituirsi alla casta e diventare essi stessi la nuova e peggiore casta. Distribuendo dapprima illusioni come “l’abolizione della povertà” e la facile soluzione del “ reddito di cittadinanza “ assetando un colpo letale al sistema produttivo del nostro paese, procedendo ad una diseducazione generale, e facendo di un ammortizzatore sociale, uno strumento clientelare che ha finto per produrre una massa parassitaria totalmente diseducata al lavoro. 

Oggi il leader – non si capisce quanto però – di questo movimento ha inaugurato l’ennesima crisi di governo, l’ennesima in questa maggioranza, frutto della sequela infinita di governi prodotti all’ombra del Quirinale, allo scopo di portate a termine una legislatura che è morta sul nascere e che non rispecchia più le volontà del paese. Conte dalla sua vanta la permanenza – quasi paradossale – a Palazzo Chigi, frutto anch’essa della mirabilia della rivoluzione grillina, la quintessenza degli stereotipi. Lui, il Conte ormai dimezzato, orbato della macchina propagandistica di Palazzo Chigi e delle dirette a reti unificate della stagione del covid, si trova spiazzato e vede il suon partito e le sue speranze di giocare ancora un ruolo politico, naufragata ogni possibilità di entrare in parlamento, svanire, cosi come ciò che resta del suo partito. 

I governisti, sono fuggiti sul carro di Draghi e dopo forse in quello del Pd o del centro ( Calenda e Renzi) di cui hanno detto peste e corna per un decennio. L’ultima carta era quella della crisi, di provare ad incidere, finendo però per trasformare il tutto in un’ ennesima carnevalata senza senso, a parte quello di riportare in auge quel mirabile aforisma di Ennio Flaiano secondo cui “ la situazione politica in Italia è grave ma non è seria”  ( ripresa anche dal quotidiano iberico El Pais) figurarsi dunque nel movimento cinque stelle che ne sono la più banale e stereotipata parodia