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Di Nicola Bosco

Le elezioni dello scorso 25 settembre sono destinate ad entrare nella storia della nostra Nazione, in particolare in quella della destra politica italiana. Tanti traguardi, infatti, la destra è riuscita a tagliare in seguito a queste elezioni: per la prima volta è la Destra a guidare la coalizione di centrodestra verso la vittoria, per la prima volta ottiene un risultato così importante (il 26% dei voti, il massimo del MSI fu il 9% nel 1972 e il massimo di AN fu il 16% nel 1996), per la prima volta esprime il Presidente del Senato, la seconda carica dello stato, eleggendo alla prima votazione Ignazio La Russa, e per la prima volta ha la possibilità di esprimere il Presidente del Consiglio nel prossimo governo di centrodestra con Giorgia Meloni che diventerebbe così la prima donna nella storia d’Italia a guidare un governo.

Sono questi traguardi storici che fanno ripensare alla storia della destra italiana dal secondo dopoguerra ad oggi, dall’isolamento totale alla guida del governo, passando per i tentativi di inserimento e la nascita della destra di governo, e al progetto politico del “Partito degli Italiani”, espressione coniata da Giorgio Almirante. Il Partito degli Italiani avrebbe dovuto essere e ora potrà essere, un soggetto politico di destra a vocazione maggioritaria, cioè capace di rappresentare la maggioranza silenziosa degli italiani, culturalmente conservatrice e politicamente alternativa alla sinistra.

Nel Movimento Sociale, infatti, fin dalla sua fondazione era opinione comune a tutti i dirigenti del partito che la destra dovesse allargare i suoi confini, inserirsi nel circuito politico italiano e identificarsi nelle istituzioni e nei valori repubblicani. Furono i segretari Augusto De Masanich e Arturo Michelini, alla guida della destra negli anni 50 e 60, ad inaugurare la “politica dell’inserimento” nel sistema nato alla fine della guerra, volta al superamento dell’isolamento politico; in quegli anni il MSI sostenne convintamente il Patto Atlantico e si collocò pienamente nell’area della destra conservatrice, cattolica e nazionale, disposta a dialogare con la Democrazia Cristiana in chiave anticomunista. Sull’onda dei successi elettorali degli anni 50, dovuti anche all’alleanza organica con i monarchici, Michelini arrivò a pensare di superare definitivamente il fascismo e portare il MSI nell’alveo della destra classica occidentale, pienamente legittimata a governare. Fu così che, il 30 giugno del 1960, convocò un congresso del partito per confermare la nuova linea da adottare, ma questo non potè avere luogo a causa delle violenze e degli scontri che la sinistra organizzò nel capoluogo ligure. In seguito ai fatti di Genova, la DC mise fine alla collaborazione con il MSI e aprì all’alleanza di governo con il PSI, dando vita al centro-sinistra e isolando la destra.

Negli anni 70, Giorgio Almirante riuscì a rilanciare il progetto dei suoi predecessori, aprendo i confini storici del partito. Nel 1972, in seguito alla fusione con i monarchici di Alfredo Covelli e Achille Lauro, al nome del partito sarà aggiunta la dicitura “Destra Nazionale”, sintesi di un progetto politico avente come obiettivo la creazione di una formazione di destra abbastanza forte da rompere l’isolamento politico e, di conseguenza, impedire eccessivi scivolamenti della DC verso sinistra. Le elezioni dello stesso anno premiarono l’intuizione di Almirante. Nel gennaio del 1975, come continuazione della Destra Nazionale, venne lanciata la “Costituente di Destra per la Libertà”, a cui aderirono in chiave anticomunista anche esponenti dell’antifascismo quali i democristiani Agostino Greggi ed Enzo Giacchero (quest’ultimo fu comandante partigiano durante la guerra), ma anche ufficiali delle forze armate quali Vito Miceli, Gino Birindelli e Giulio Cesare Graziani. Un progetto, anche in questo caso, rimasto incompiuto a causa della mancata disponibilità di democristiani e liberali, ma allo stesso tempo determinante per tracciare la giusta rotta.

L’ingresso nel sistema è avvenuto soltanto nel 1994, in seguito all’ingresso in politica di Silvio Berlusconi e all’adesione del MSI e di importanti componenti della destra democristiana e liberale ad Alleanza Nazionale, primo partito di destra ad andare al governo. Figura cardine del primo governo Berlusconi è stato Pinuccio Tatarella, primo vicepresidente del consiglio di destra nella storia repubblicana, artefice e sostenitore della naturale vocazione maggioritaria della destra. Secondo Tatarella, la maggioranza degli italiani non è di sinistra e quindi il centrodestra ha il diritto e il dovere di dare una rappresentanza e una casa politica alla maggioranza silenziosa del paese. Il grande partito della destra italiana, il Partito degli Italiani, sembrava nato nel 2008 in seguito alla fusione di Forza Italia e Alleanza Nazionale nel Popolo della Libertà, guidato da Silvio Berlusconi, ma questo avrà vita breve e dopo un lento logoramento finirà per sciogliersi definitivamente nel 2013, quando si tornò allo schema “classico” della coalizione, con il filone liberale e popolare rappresentato dalla rifondata Forza Italia e quello nazionale e conservatore da Fratelli d’Italia, nuovo progetto politico nato nel solco di AN e della destra parlamentare.

Giorgia Meloni, in questi anni, ha avuto il merito storico di ricostruire la tradizione politica della destra, facendola crescere, dandole nuovo ossigeno e la possibilità di superare, ancora di più, quei limiti e quegli steccati che gli altri avevano imposto. La coerente adesione di Fratelli d’Italia ai principi conservatori, l’allargamento del partito al mondo liberale e cattolico e, infine, la capacità di saper coniugare la protesta dell’opposizione con la proposta di governo, sono state le cause che hanno portato oggi a rendere realizzabile il progetto del Partito degli Italiani.