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La sinistra ha perso malamente le ultime elezioni, fornendo alla destra l’occasione di governare con un’ampia maggioranza nei prossimi anni. Per questo desta un certo stupore la sua reazione al voto e la carenza di riflessione su quanto è accaduto.

A stupire, innanzitutto, sono alcune polemiche di pretto sapore nominalistico. Si pensi alle critiche feroci rivolte a Giorgia Meloni poiché preferisce farsi chiamare “Il presidente del Consiglio” e non “La presidente del Consiglio”. O, addirittura, “La presidenta del Consiglio”, una definizione che piace soltanto ad alcune filosofe femministe vicine al PD e alla sinistra radicale.

Sono questioni che, alla gente comune, interessano poco o niente. I cittadini vogliono conoscere le proposte di governo della sinistra, e come intende risolvere i tanti problemi che ora il Paese deve affrontare.

Meloni ha il pieno diritto di preferire “Il presidente”, e criticarla per questo significa soltanto pestare l’acqua nel mortaio. Il femminismo estremo è diffuso solo in ristretti circoli intellettuali, non certo tra le masse e tra i cittadini che devono risolvere i problemi derivanti dall’inflazione, dal conflitto ucraino e dalle bollette che non riescono a pagare.

Stupisce ancora di più che Enrico Letta, il vero perdente delle elezioni, abbia scelto tempi lunghissimi per la convocazione del congresso, restando nel frattempo ben salso al suo posto.

Sarebbe invece necessario un cambiamento rapido, magari scegliendo quale nuovo segretario figure come Stefano Bonaccini, il governatore dell’Emilia-Romagna che si è già fatto notare per il suo grande pragmatismo e per il rifiuto di demonizzare Matteo Renzi, che egli giudica ancora utile per un eventuale ricompattamento del suo schieramento.

Il problema, come sempre, è che in Italia le posizioni socialdemocratiche vengono comunque rifiutate a priori, poco curandosi di dar vita a maggioranze stabili in cui vi sia una dialettica feconda tra concezioni diverse della stessa sinistra.

E’ evidente, a questo punto, che se continua tale andazzo Giorgia Meloni può dormire sonni tranquilli, anche se la sua stessa coalizione è talora percorsa da fibrillazioni.

L’abbandono del nominalismo fine a se stesso, tuttavia, è una condizione necessaria per il rinnovamento dell’attuale opposizione. In caso contrario si rischia, ancora una volta, di aprire praterie sconfinate al movimento grillino.