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Il XX congresso del Partito comunista cinese ha, da un lato, sancito la fine della gestione collettiva e, dall’altro, attribuito pieni poteri a un leader unico, il nuovo imperatore Xi Jinping. Ha pure stabilito con chiarezza che il marxsmo-leninismo ritorna al centro della scena non più teoricamente, bensì come dottrina ufficiale che va studiata dalle nuove generazioni e imposta a tutti i recalcitratni.

Si tratta di un cambiamento di grande portata che, del resto, Xi aveva già annunciato. Tutto questo segna la fine dell’ambigua formula “socialismo di mercato”, lanciata da Deng Xiaoping nell’ormai lontano 1978. Formula che ha consentito l’impetuoso sviluppo economico del colosso asiatico, facendolo diventare in tempi abbastanza brevi la seconda potenza mondiale.

Al ruolo dominante (e unico) del Partito Deng non aveva mai rinunciato. Quando gli studenti osarono contestare i pilastri del sistema, il segretario nominalmente riformista ordinò subito all’esercito di intervenire, e il massacro di piazza Tienanmen ne fu il risultato più evidente.

Xi Jinping ha però deciso che l’epoca di Deng deve finire, e che è giunto il momento di rivalutare il pensiero del fondatore della Repubblica Popolare, Mao Zedong. Non a caso il nuovo leader ha promosso il culto della propria personalità adottando spesso lo stesso abbigliamento del “Grande Timoniere”. 

Xi ha deciso di attuare la summenzionata svolta perché vuole cambiare volto al Paese. Non ammette l’accumulo di grandi ricchezze e sta progressivamente emarginando i tycoons figli delle riforme di Deng. Ritiene che il marxismo-leninismo, soprattutto nella sua versione maoista, sia tuttora la dottrina piò adatta alla Cina. Quindi procede a tutta forza verso il classico statalismo comunista, diminuendo l’importanza dell’iniziativa privata e frenando la presenza di aziende straniere nella Repubblica Popolare.

Durante il suo discorso al XX congresso, ha citato molto spesso il marxismo e la lotta di classe che, a suo avviso, resta una questione centrale non solo in Cina, ma nell’intero mondo contemporaneo. Ha detto inoltre che “il socialismo cinese è il nuovo marxismo del Ventunesimo secolo”. Può darsi che la svolta chiarisca, una volta per tutte, che la Repubblica Popolare è una nazione comunista a ogni effetto, per nulla intenzionata ad avvicinarsi alle democrazie liberali dell’Occidente. 

Nel frattempo, però, nel Paese ufficialmente marxista-leninista scoppiano gravi rivolte operaie. E’ accaduto nella grande fabbrica della Foxconn a Zhengzhou, dove vengono assemblati gli iPhone 14. Qui gli operai si sono ribellati a causa delle condizioni in cui sono costretti a lavorare. Proseguendo la politica del “Covid Zero”, che sta causando danni enormi all’economia cinese, le autorità hanno decretato nello stabilimento della Foxconn l’ennesimo lockdown, obbligando i lavoratori a restare in sede giorno e notte, senza la benché minima possibilità di uscire.

Di qui la rivolta con l’intervento molto duro della polizia in assetto anti-sommossa. Gli scontri sono stati violenti, come testimoniano alcuni filmati sfuggiti alla rigida censura del regime. Molti operai sono comunque riusciti a fuggire a piedi dall’azienda, e sono prevedibili le punizioni quando la polizia riuscirà a catturarli. Per un Paese ufficialmente marxista-leninista non è davvero male.

In ogni caso si tratta di un segnale di disagio sociale assai importante, e non si sa ancora come il Partito comunista (che gli operai dovrebbe proteggerli) reagirà. Che la situazione sia grave è testimoniato anche dal fatto che la Apple ha annunciato una forte diminuzione delle spedizioni di iPhone 14 a causa della rivolta di Zhengzhou.