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Oggi è il 25 novembre, una data simbolo, scelta per ricordare il coraggio dimostrato da 3 donne latino americane, nell’opporsi alla dittatura, lottando in prima persona per i diritti delle donne. Sarò sincera, personalmente non sono una grande fan delle giornate commemorative, mi appaiono talvolta, come un’attenzione un pò ipocrita e limitata ad una data sul calendario; tuttavia però lo posso diventare, se le parole che useremo oggi possono divenire trasformative per i restanti 364 giorni dell’anno o almeno contribuire a sensibilizzare sul tema. 

La dichiarazione sull’eliminazione della violenza contro le donne nel 1993, adottata dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite, dimostra il riconoscimento e la comprensione internazionale che la violenza di genere è una violazione dei diritti umani e una forma di discriminazione nei confronti delle donne. Attraverso questa dichiarazione la violenza di genere è stata equiparata a qualsiasi altra forma di violenza, sia essa di natura fisica, sessuale o psicologica.

Essa dichiara e sottolinea inoltre, che gli stati devono condannare la violenza contro le donne indipendentemente dalle usanze, tradizioni o considerazioni religiose e che queste non possono essere invocate per evitare la responsabilità per atti di violenza. Mentre scrivo le righe finali della dichiarazione, non posso non pensare alla tragica storia della giovane pachistana Saman Abbas: alla voglia di vivere la vita che aveva immaginato a sua misura e non quella che i suoi familiari volevano imporle. Quanto le è costato provare a vivere la sua vita? La riflessione è stata automatica, ma nelle questioni bisogna essere puntuali e quindi ritengo sia importante ricordare, che la violenza si manifesta indipendentemente dalle classi sociali, dai livelli di istruzione e dalle manifestazioni culturali, ce lo rivelano costantemente i dati.

Di mestiere mi occupo di salute mentale e non posso quindi ovviare ad alcune considerazioni rispetto agli esiti del comportamento violento. Il comportamento violento continuo induce le donne, sia in campo fisico che psichico, ad un deterioramento dannoso per la loro salute. Secondo il Women’s Health Report, da un punto di vista comportamentale, si manifesta una vera sottomissione ai desideri e agli ordini dell’aggressore, che controlla e domina la vittima in modo sempre più inflessibile, con un ciclo di intensità crescente.

Questo, provoca gravi danni fisici e disturbi emotivi profondi e duraturi, che l’Asturian Women’s Institute classifica come : fatali, riferendosi appunto alla morte, per omicidio o suicidio; danni relativi alla salute fisica, infortuni di varia natura come contusioni, lesioni, ustioni e altri danni che possono causare disabilità; conseguenze croniche, come dolore cronico o disturbi somatici; danni nella sfera della salute sessuale e riproduttiva; danni nella salute psichica, sono frequenti disturbi quali depressione, ansia, sonno, disturbo post traumatico da stress, disturbi alimentari, tentativi di suicidio, abuso di alcol e droghe; danni nella sfera sociale, isolamento sociale, perdita di lavoro, assenteismo, diminuzione del numero di giorni di vita in buona salute; non ultimo, danni alla salute dei figli e delle figlie, che sono a loro volta vittime di possibile alterazione dello sviluppo, sentimenti di minaccia, difficoltà di apprendimento e di socializzazione, nonché all’adozione di comportamenti di sottomissione o di violenza con i futuri partner. L’essere vittime di violenza assistita aumenta la tolleranza alle situazioni di violenza.

La scelta di elencare questi danni tutti di seguito e senza grossi giri di parole, nasce dalla volontà di proporre una dimensione faticosa in un modo faticoso. E’ faticoso leggere così tante questioni dolorose tutte di seguito, immaginatevi viverle. In questo excursus nel tema della violenza, credo si possa percepire quanto questa possa essere dannosa, dolorosa, invalidante e quanto il vissuto di chi è vittima necessiti di presa in carico e cura.

Quando parlo di presa in carico, non mi riferisco solo all’ambito clinico, perché per essere davvero supportate, le donne che hanno bisogno d’aiuto, necessitano di un intervento multidisciplinare. Per allontanarsi dall’aggressore hanno bisogno di un posto sicuro, hanno necessità di conoscere la propria posizione e le possibili strade da intraprendere attraverso una consulenza legale, hanno bisogno dello Stato, di un sostegno economico che permetta loro di vivere – sopravvivere. Sono stati fatti molti passi avanti negli ultimi anni, ma tornando sempre alla storia di Saman, la ragazza si era rivolta ai Servizi sociali per un aiuto e questi prontamente erano intervenuti, disponendo il suo trasferimento in un centro protetto.

Ma Saman lascia volontariamente il centro protetto e si reca a casa per recuperare i suoi documenti. Undici giorni dopo torna dai carabinieri per sporgere denuncia (la seconda): nel corso della sua visita a casa, i genitori l’avrebbero rimproverata per il suo comportamento e trattenuto i documenti. Tornata nuovamente a casa, nessuno vedrà più Saman, perché l’amore implicito per la sua famiglia, non le ha permesso di credere quanto tornare a casa sarebbe stato pericoloso, quanto anche quello di una madre e un padre violenti, può non essere Amore.