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Un’asse portante del nostro welfare è, insieme alla previdenza, senza dubbio l’assistenza sanitaria. Promuovere, migliorare e curarsi della salute dei cittadini per mezzo di iniziative di educazione, prevenzione, diagnosi, cura e riabilitazione è uno degli obiettivi dei sistemi sanitari nazionali. Da oltre un decennio però, in Italia e nell’Unione europea, il sistema sanitario è sottoposto a riforme che hanno come obiettivo la razionalizzazione delle risorse e il contenimento della spesa.

Nel 2019, la spesa sanitaria pubblica corrente dell’Italia ammonta a 115 miliardi di euro, pari al 6,4% del Pil e a 1.925 euro annui per abitante. Nel 2020, le famiglie italiane hanno contribuito con risorse proprie alla spesa sanitaria complessiva (pubblica e privata) per una quota pari a 23,7%, con una diminuzione di 0,04 punti percentuali rispetto al 2004. La spesa sanitaria delle famiglie rappresenta il 2,3% del Pil nazionale. Sempre nel 2020, l’emergenza sanitaria determinata dalla pandemia da COVID-19, ha aumentato la pressione sul sistema ospedaliero, riducendone al tempo stesso l’accessibilità per i pazienti non-COVID.

Nel 2020, i ricoveri ospedalieri per 100.000 abitanti, in regime ordinario, per le malattie del sistema circolatorio, sono diminuiti del -20,9% rispetto all’anno precedente (da 1.810 nel 2019 a 1.432 nel 2020); quelli per tumori del -13,0% (da 1.102 a 959).

La riduzione è stata ancora più consistente per le donne, tra le quali, i ricoveri ospedalieri per 100.000 abitanti, sono diminuiti: per le malattie del sistema circolatorio del -21,9% (da 1.452 nel 2019 a 1.134 nel 2020); per i tumori del -13,3% (da 1.099 a 953). L’offerta ospedaliera continua a ridursi nel tempo con un conseguente risparmio di risorse economiche; tuttavia osservando gli indicatori sanitari questi misurano e ci mostrano una realtà che non risulta particolarmente rassicurante. In un offerta territoriale, caratterizzata già da profonde differenze, le Regioni vedono da anni un fenomeno di migrazione ospedaliera (diminuito negli ultimi due anni a causa dell’evento pandemico), la possibilità di accesso alle cure risulta sempre più ostativa e con tempi di attesa lunghissimi; che costringono “chi può”, ma anche chi “non può”, a rivolgersi alle struttura private.

Alla luce di questi dati abbiamo chiesto al Deputato Luciano Ciocchetti, Vice Presidente della XII Commissione Affari Sociali da sempre impegnato nel settore socio sanitario, anche con dei diretti sopralluoghi presso gli ospedali romani per dar voce alle legittime aspettative di tanti cittadini che reclamano servizi adeguati in campo sanitario, cosa ne pensa dell’attuale situazione del nostro SSN e quali sono gli interventi che potrebbero migliorare la situazione attuale: 

Onorevole perché esiste una doppia percezione contraddittoria” del SSN? Mi spiego: la prima è che il nostro sistema sanitario sia di qualità e tra i migliori al mondo, la seconda percezione è che le liste dattesa rendano questo servizio scarsamente accessibile. È così? Le liste dattesa sono un problema di percezione o reale? 

“Il nostro sistema sanitario è sicuramente un’eccellenza, sia perché è “universale” e sia per la qualità degli operatori. Quello che non funziona è il fatto di avere 20 sanità diverse ( una per ogni regione ) e per il fatto che l’organizzazione e gli ambienti non sono adeguati alla domanda degli utenti. Le liste d’attesa sono la cosa più evidente insieme agli accessi di Pronto Soccorso, sempre più ingolfati.”

Gli investimenti previsti nelle prime fasi della manovra economica di ogni anno allocano risorse alla sanità che poi vengono sistematicamente decurtate alla firma finale della Legge di Bilancio. Cosa cambierà, cosa è cambiato, nella manovra di governo del centro destra?

“Noi non decurteremo nulla . Nella manovra di bilancio 2023, 2024, 2025 ci sono 2miliardi e 100 in più, di risorse per la sanità nel 2022 , 2 miliardi e 300 per il 2024 e 2 miliardi e 600 milioni per 2025.  Ci vorrebbe sicuramente di più ma il segnale di aumento degli stanziamenti sono evidenti.”

Ritiene che lo spostamento delle competenze dal livello nazionale a quello regionale avuto con la riforma del titolo V della costituzione (art.117 L.3/2001) sia stato un bene per la fruibilità del servizio? Oppure in una situazione post pandemica ci si sta rendendo conto che gli investimenti massivi necessari in ambito sanitario devono essere centralizzati in modo da non creare diseguaglianze tra regioni?

“Quello che non funziona sono le materie concorrenti tra cui anche la sanità. Io non credo che la totale centralizzazione sia la soluzione, ma occorre definire meglio le competenze tra Stato e Regioni. E sicuramente lo Stato dovrebbe avere poteri sostitutivi e di coordinamento più forti.”

In tutta la sua carriera politica il tema socio sanitario lha caratterizzata, per impegno e dedizione: qual’è la sua visione a lungo termine per un servizio sanitario che possa rispondere alle esigenze di tutti i cittadini? 

“C’è da fare molto. Come prima cosa risolvere il problema dei pronto soccorso, potenziare le nostre strutture sanitarie e poi organizzare una vera assistenza domiciliare; un Paese nel quale aumenta la popolazione anziana, deve necessariamente organizzare una presenza domiciliare forte e significativa anche attraverso un nuovo rapporto tra pubblico, privato, terzo settore e cooperazione. Altra priorità è quella di riuscire a pagare di più il personale sanitario. Soprattutto chi lavora in alcuni settori. Serve una legislatura per costruire questo , ma cercheremo di farlo.”