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Abbiamo intervistato Luca Zaia, storico esponente della Lega e presidente della regione Veneto. Nel suo dialogo con Nazione Futura spiega l’importanza ed i vantaggi del federalismo, oltre ai punti cardine del suo nuovo libro “I pessimisti non fanno fortuna”.

Quali sono i punti cardine del suo nuovo libro “I pessimisti non fanno fortuna”? 

Con una pandemia non ancora sconfitta definitivamente e una guerra alle porte d’Europa, ci stiamo misurando con una situazione pressoché unica nella storia, dominata da due cigni neri. Così, infatti, il matematico libanese Nassim Nicholas Taleb chiama, con una celebre metafora, gli eventi imprevisti destinati a impattare sulla storia dell’umanità. È un momento storico in cui è effettivamente difficile parlare di ottimismo ai cittadini, alle famiglie, a chi si sta misurando con la crisi e i prezzi delle bollette, con una difficoltà oggettiva a guardare il futuro. Ma due cigni neri non solo il blackout dell’umanità, come non lo sono stati in passato guerre, crisi planetarie, epidemie devastanti. Nel nostro bagaglio di comunità c’è la consapevolezza che da simili eventi si può uscire e trovare la forza come società per raggiungere nuovi traguardi. Dopo anche la peggiore pioggia, torna sempre il sereno. 

Quali sarebbero i vantaggi derivanti dall’approvazione del federalismo? 

Lo ripeto sempre: l’autonomia è per ognuno assunzione di responsabilità. Una riforma basata sulle autonomie delle regioni consente ad ognuna di queste di essere artefice del proprio progresso. Non è vero che è una minaccia per l’unità e la solidarietà del Paese. Se guardiamo la compattezza di paesi importanti come la Germania, gli Stati Uniti, l’Australia, la stessa Gran Bretagna non possiamo non rilevare che sono stati federalisti. È la conferma che il centralismo è centrifugo mentre l’autonomismo è centripeto. Il regionalismo differenziato è una adeguata soluzione per l’Italia in quanto restituirebbe, finalmente, un quadro coerente con la realtà. Il regionalismo italiano è sempre stato impostato, infatti, secondo una logica di uniformità che ha prodotto effetti devastanti, causando un gap tra Regioni del Nord e Regioni del Sud che non ha eguali in altri paesi. L’autonomia “meritocratica” permette, invece, di ottimizzare risorse che, se venissero lasciate nei territori si moltiplicherebbero con beneficio per tutto il tessuto nazionale. Il regionalismo differenziato produrrà un enorme efficientemente nell’erogazione delle risorse. Si passerà da un sistema che elargisce risorse a pioggia a uno che eroga risorse mirate, permettendo di valorizzare le realtà che già funzionano e di aiutare a risollevarsi realmente quelle che hanno più bisogno. È l’ultima occasione per un nuovo Rinascimento.

Perché questa riforma è importante per il paese? 

Un grande Padre costituente che fu anche Presidente della Repubblica, Luigi Einaudi, già nel 1948 disse, con la nuova Costituzione fresca di stampa, che si sarebbe dovuto garantire a ognuno l’autonomia che gli spetta. Un grande uomo del Sud, il siciliano don Luigi Sturzo, si disse unitario ma federalista impenitente. Sono affermazioni che dicono quanto siano profonde nella storia del Paese le radici dell’autonomia. Sono la base di una grande riforma culturale prima ancora che di un passaggio indispensabile come modello di gestione della cosa pubblica. Chiedere l’Autonomia significa chiedere l’applicazione della Costituzione, dei principi previsti dalla nostra carta fondamentale. La Costituzione, infatti, nasce squisitamente autonomista e lo riconferma con la riforma del 2001. Ma se oggi ci sono realtà segnate da differenze economiche abissali o se cittadini di alcune regioni devono fare le valige per andare a curarsi altrove non lo si può imputare all’autonomia perché non è mai stata ancora applicata.

Che tempi crede siano necessari nella politica nazionale per approvare una simile riforma? 

Siamo comunque in ritardo perché si è perso molto tempo in passato; sia per una sorta di immobilismo, sia per fronteggiare chi ancora si ostina a considerare l’autonomia differenziata una specie di secessione dei ricchi anziché quella grande opportunità che può far transitare il Paese nel futuro. La pandemia, poi, ha dato un ulteriore rallentamento. Prendo atto con soddisfazione dell’accelerazione data al percorso dal momento in cui si è insediato il nuovo Governo. In particolare   vedo nel ministro per gli Affari regionali e le Autonomie, Roberto Calderoli, una volontà di unire tutte le energie utili per arrivare rapidamente al traguardo. Pertanto confido nei tempi che lui istesso ha auspicato annunciando che il testo della legge potrebbe essere approvato entro il 2023. Di qui in poi i tempi spettano al parlamento, ma sarà il percorso sarà segnato.

C’è il rischio che il dibattito interno al Parlamento ed alla maggioranza possa partorire una riforma sminuita, priva dei suoi connotati politici più importanti e dunque insoddisfacente? 

 L’autonomia non può essere un concetto sminuito. La Costituzione della Repubblica la indica e la prevede in maniera precisa e in questa maniera dovrà essere realizzata. Se viene compresa la sua portata culturale e storica per il futuro della vita del Paese questo timore non c’è. Chi in questo momento richiede l’autonomia, e per essa lavora, difende la Costituzione.

Quali sono gli obiettivi del suo mandato, oltre al federalismo? 

Definisco sempre l’Autonomia come la madre di tutte battaglie. È quindi un impegno importantissimo della mia attività ma non è certo l’unico. Sono presidente di una Regione che chiede di essere governata al meglio e in questa direzione so di dover mettere tutto l’impegno possibile come tutti i membri della Giunta e tutti i collaboratori. Siamo una delle realtà trainanti dell’economia nazionale, abbiamo uno dei più avanzati modelli sanitari. Il Veneto ha una realtà territoriale, culturale, paesaggistica e storica che richiede impegno per una costante valorizzazione; non a caso è la prima regione in Italia dal punto di vista turistico con 70 milioni di presenze annue. Anche in questa direzione siamo consapevoli dell’impegno che ci è richiesto come terra che ospiterà le Olimpiadi Invernali di Milano Cortina nel 2026. Il lavoro è tanto.

Come immagina il futuro del suo partito? Che linea dovrebbe assumere per provare a risalire la china sul piano elettorale?

Da oltre trent’anni mi considero un amministratore. Il mio impegno fino ad oggi è sempre stato nell’amministrazione come assessore, presidente di Provincia, assessore e vicepresidente regionale, ministro e, oggi da più mandati sono chiamato a governare il Veneto. Ho il massimo rispetto dei ruoli e la linea politica del movimento è competenza del segretario.