Abbonati alla rivista

Nazione Futura Rivista

Abbonati alla rivista

Il nostro è un paese strano, con molte, troppe venature di ipocrisia. Siamo costretti a ripetercelo troppe volte, quasi fosse l’unico sistema di anestetizzare la realtà e trovare una spiegazione accettabile, plausibile ad un ritornello ciclicamente in essere. Non è una questione di oggi, basta andare a ritroso, scavando nella vita civile, politica e giudiziaria d’Italia per vedere in opera la stessa musica, la stessa pusillanime coreografia. 

Questo è un paese che ama erigere epitaffi, pronunciare commemorazioni, costruire complesse macchinazioni anch’esse postume per scandagliare il passato, ma è sempre costantemente distaccato dal presente. Ciò che accade oggi viene sempre marginalizzato, ridimensionato, con la stessa retorica buonista con la quale in passato si è consentito spesso, troppo spesso un ritardo pagato a caro prezzo nell’azione di prevenzione, contrasto e repressione tanto del fenomeno mafioso, quanto di quello terroristico. Ma questo è anche il paese in cui tutti sono esperti di tutto, in cui arruffati hippy dismessi vogliono spiegarci che “ la droga” non  è “ droga”, e che legalizzarla in parte significa togliere un business alla criminalità organizzata, affermazione che Paolo Borsellino definì senza mezzi termini da “dilettanti”.

Questo è il paese in cui quattro  grandi organizzazioni criminali controllano gran parte del nostro territorio, e due di esse rappresentano per usare una sagace ed efficace definizione di Giovanni Falcone “ uno Stato parallelo” ( Ndrangheta e Cosa Nostra) eppure una campagna di stampa diffamatoria è riuscita a minare nell’opinione pubblica la cattura dell’ultimo capo di “ prima grandezza” di Cosa Nostra, tanto per dare spago alla grande passione nostrana per il complottiamo, per l’impossibilità di raggiungere secondo criteri “legali” e ordinari persino la cattura di un super latitante. 

Questo è il paese in cui i “capi” restano capi e comandano pure dal carcere, e in cui l’unico strumento che li isola dall’organizzazione di cui sono il vertice,  cioè il regime carcerario duro, il 41 bis viene da anni ritenuto inumano e messo in discussione, come se la guerra al male si potesse combattere coi guanti bianchi, con delicatezza e cortesia. 

Questo è anche il paese in cui l’élite culturale ( di sinistra) avviò la campagna stampa  di delegittimazione e ostracismo pubblico di un servitore dello Stato, poi barbaramente assassinato dai terroristi, e i mandanti oggi,  pontificano dalle colonne dei quotidiani, con tanto di docufilm sulla tv di Stato. 

Questo è il paese in cui un terrorista anarchico, che ha gambizzato l’amministratore delegato di una grande azienda e poi organizzato e attuato un attentato alla Scuola Carabinieri di Fossano, fortunatamente senza causare vittime, e posto poi per la sua pericolosità in regime di 41 bis, inscena uno sciopero della fame per ottenere l’alleggerimento del regime carcerario, con una copiosa sfilza di giornalisti, blogger e politicanti a sostenerne il gioco. 

Questo è il paese in cui si è arrivati  a scrivere  che il non aver causato vittime, quasi fosse colpa degli allievi carabinieri il non essersi fatti massacrare,  rende eccessiva una misura come il 41 bis, quando i fatti accertati hanno dimostrato che dal regime detentivo ordinario, il terrorista Cospito seguitava a tenere i contatti con i suoi sodali e complici. Nonostante ciò invece di levare unanime sdegno davanti alla puerile sceneggiata dello sciopero della fame, si è preferito aprile un dibattito. Si preferisce parlare dell’ anarchico Cospito, invece che del terrorista di matrice anarchica, quasi fosse normale giustificare e legittimare l’essere anarchici, senza osservare in quei pochi ( adesso) il germe di un pericolo che se non debellato con tutta la durezza  necessaria di cui lo Stato può e deve farsi artefice, rischia di implodere, come la storia del terrorismo italiano ha già ampiamente e tragicamente dimostrato. 

Nulla è più pericoloso dei fenomeni sottovalutati, fu cosi anche per le BR, nonostante i moniti del Generale Dalla Chiesa. 

La verità è che in Italia ancora oggi una parte non marginale del retroterra culturale della sinistra seguita a giustificare queste forme estreme di approccio alla politica, come in forme diverse opera in difesa di luoghi di violenza come i “centri sociali” veri e propri focolai di illegalità diffusa e palestre di un agire politico violento e incostituzionale. Siamo sempre li a quel “ album di famiglia” denunciato con coraggio dalle colonne de Il Manifesto da Rossana Rossanda il 28 marzo 1978. 

Perché squarciando il velo della mistificazione, troppi spettri bussano alla porta della sinistra, e troppe verità aleggiano ancora nascoste nei sotterranei del libro nero del comunismo nostrano. Almeno “ i comunisti” quelli di una volta per varie ragioni scelsero la fermezza, consci che uno Stato debole è uno Stato morto, ed uno Stato che consente lo sviluppo e la crescita di fenomeni alternativi ad esso è uno Stato che sta organizzando il proprio funerale. Lo Stato non può cedere mai, non può concedersi la clemenza e non può farlo sopratutto quando essa viene estorta  con il ricatto morale e la minaccia di atti violenti e sovversivi.