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Si è tenuto giovedì 2 febbraio, presso la Camera dei deputati, il dibattito “La sfida delle riforme costituzionali”, moderato da Giacomo Canale (Responsabile “Osservatorio indipendente per le riforme istituzionali” Nazione Futura), in cui sono intervenuti docenti e figure della scienza giuspubblicistica. L’oggetto dell’evento, organizzato da Nazione Futura, in collaborazione con Rete Liberale Fondazione Tatarella, e che ha visto la presenza di Francesco Paolo Perchinunno, Presidente Aiga e Riccardo Lucarelli, (Presidente Rete liberale), si è incentrato sulla tematica delle riforme, oggetto del programma politico delle forze di maggioranza (il presidenzialismo e l’autonomia differenziata). 

L’introduzione di Francesco Giubilei ha sottolineato l’importanza della figura di Pinuccio Tatarella, “antesignano nel sottolineare la centralità di una tematica come quella del presidenzialismo” ricordando che nel testo La destra verso il futuro è presente una testimonianza, risalente agli anni Novanta, in cui Tatarella stesso evidenzia il valore del presidenzialismo per la stabilità democratica. È seguita poi la lettura del messaggio lasciato dal Presidente della Camera Lorenzo Fontana che non ha potuto essere presente all’evento. In questo, Fontana ricorda il discorso di Piero Calamandrei, nel quale sottolineava che 

la Costituzione non è una macchina che una volta messa in moto va avanti da sé. […] bisogna ogni giorno rimetterci dentro il combustibile; bisogna metterci dentro l’impegno, lo spirito, la volontà di mantenere queste promesse, la propria responsabilità.

Il messaggio del Presidente si conclude con l’evidenziare l’importanza di eventi come quello in questione, nati dalla società civile e finalizzati alla condivisione di idee e proposte.

È con le parole di Pasquale Ferraro, direttore editoriale di “Nazione Futura”, che si sottolinea l’urgenza di affrontare dibattiti come quello proposto ne “La sfida delle riforme costituzionali”. Ferraro sostiene che c’è bisogno di una distinzione tra “riforme necessarie e riforme necessarie e urgenti. Per noi, una riforma costituzionale è una riforma necessaria e urgente. perché è la madre di tutte le riforme e perché sappiamo bene che tutte le forme di governo sono soggette a degenerazione e occorre incanalarle. […] Calamandrei ha posto quelli che ancora oggi sono i punti critici della nostra forma istituzionale e nella nostra forma di governo”. 

Un pensiero, quello di Ferraro, volto a far riflettere sull’urgenza di comunicare.

Il primo intervento, di Francesco Clementi, docente presso l’Università “La Sapienza” di Roma, affronta la tematica delle riforme inquadrandola in due livelli: uno metodologico e l’altro di merito. “Credo che abbiamo trovato tutte le forme per cercare di dare a questo Parlamento, nelle sue stagioni e legislature, risposte ordinate e concrete” così si esprime nella logica riguardante il metodo Clementi. “Non ci sono altre strade, bisogna ripartire da quello che è il luogo della democrazia: il Parlamento”. Ed è proprio su questo che fa perno il punto focale del suo intervento: una soluzione possibile risiederebbe in una commissione bicamerale (bicameralismo definito “dedicato”) che possa consentire al Parlamento di operare in serenità”. La scelta di un modello conflittuale come quello classico di stampo statunitense, in una società divisa, complessa e affaticata come quella italiana attuale, rischia di aumentare quei conflitti che il sistema naturaliter comporta. Il tema di una forma di governo presidenziale è utile a comprendere i limiti della democrazia del mondo e ci comunica che “io traduco la parola presidenzialismo, e diciamoci anche il consenso degli italiani sembrano testimoniare, e difendo e proteggo la legge 81 del ’93 e l’elezione diretta anche del presidente della Regione, un modello nel quale il cittadino sia arbitro della decisione politica”. Il dibattito è proseguito con l’intervento di Giovanni Guzzetta (l’Università di Roma “Tor Vergata”, secondo cui “il metodo delle riforme in Italia ha un pattern, un meccanismo che si ripete”. Il tempo delle riforme si dilata a lungo nel tempo, perché le convenienze dei partiti che partecipino non cambino. Ciò che si verifica è l’innesco di un meccanismo secondo il quale le convenienze [politiche] fanno divergere le stesse forze politiche, “e quando si arriva al referendum, questo diventa una campagna elettorale, non diventa un dibattito sul merito della riforma”. Da qui, tutto muterebbe in una discussione in cui due leader si confrontano: “abbiamo un enorme problema di metodo”. La questione si sposta sul problema di merito che non vede altre soluzioni se non una, che proviene dalla Storia del nostro Paese: selezionare la strada fondamentale delle riforme prima, e non dopo, del processo che dura circa due anni e mezzo. “L’unico modo possibile è di fare la scelta prima, di chiedere ai cittadini prima qual è il modello che vogliono”. Il precedente storico c’è, ed è quello del Referendum Monarchia-Repubblica. 

Francesco Saverio Marini (Università di Roma “Tor Vergata”) pone il quesito “Per quale motivo le riforme falliscono?”. I tempi delle riforme costituzionali sono troppo lunghi, il che imporrebbe di cambiare l’art. 138, approccio che non funzionerebbe. Questa strada, tuttavia, quando è stata intrapresa in passato non ha portato a dei risvolti. “Le convenienze dei partiti politici cambiano durante la legislatura e quindi gli accodi che si fanno vengono di volta in volta rivisti. Quello che è sicuro  è che le riforme costituzionali che sono passate, alcune anche utili (vd. riduzione del numero dei parlamentari), sono puntuali e circoscritte”. Ciò deriva dal fatto che i cittadini “non devono essere spaventati” e l’unica possibilità è quella di “fare una riforma che sia facilmente spiegabile”. Un obiettivo che non sempre si è riuscito a raggiungere. Altro focus di Marini è quello della “personalizzazione della riforma”: se la riforma viene intestata esclusivamente alla maggioranza, questa riforma finisce con l’essere “personalizzata”, dunque un referendum pro-contro chi è in quel momento il Presidente del Consiglio in Camera. Il suggerimento che, infine, propone Marini (sul piano del “metodo” è quello del “dialogo con l’opposizione”.

Segue il focus della docente dell’Università degli Studi di Catania Ida Nicotra.

La questione delle riforme istituzionali è ab origine un tema molto affrontato (“già in Assemblea costituente vi era la consapevolezza che la forma di governo parlamentare creata in quella sede era una forma di governo debole”). Nicotra ricorda che sono stati molteplici i tentativi di riforma, con diverse metodologie (“abbiamo inventato formule diversissime per raggiungere l’obiettivo della modifica o dell’aggiustamento della forma di governo e questo non è mai avvenuto”). Le riforme costituzionali sono state fatte e sono state efficaci. “L’unico tassello della Costituzione che non ha mai subito cambiamenti è quello sulla forma di governo” riflette la docente. “Se cerchiamo di ragionare da questo aspetto ci rendiamo conto che dovremmo abituarci a evitare la trasposizione di forme di governo, che provengono da fuori, nel nostro Paese”. L’invito è quello di riflettere su ciò che è stato fatto fino a oggi nel nostro Paese e sul metodo. 

A concludere il dibattito è Edoardo Raffiotta, docente presso l’Università di Milano-Bicocca.

“Mi metto dal lato dell’ottimismo perché credo nella fortuna delle coincidenze e questo è uno di quei momenti perché abbiamo una maggioranza abbastanza forte, dalla parte delle opposizioni penso soltanto al Terzo Polo c’è comunque l’intenzione di andare verso la modifica della forma di governo”.

Il metodo da guardare e gli errori del passato da non commettere non vertono tanto su ipotesi di bicamerali, commessioni… etc., ma “dobbiamo procedere con il metodo tradizionale previsto dal 138 e chiarire quali sono gli obiettivi”. Questi convergono nella stabilità di governo. La riforma costituzionale ha dei precedenti, nel 2006 e nel 2016, che non hanno superato il referendum poiché poco facili da spiegare e far comprendere al corpo elettorale. Un punto focale dell’intervento di Raffiotta si concentra, inoltre, sull’eventualità di “ragionare con chi sostiene che la nostra costituzione sia la più bella del mondo”. La riforma costituzionale deve essere semplice, fatta di pochi interventi per evitare che ci sia un’alzata di scudi e la vittoria facile, al referendum, degli assemblearisti che vedono nel Parlamento la soluzione di tutti i mali. “C’è bisogno di fare degli interventi puntuali e concentrarsi sulla forma di governo. Quale forma di governo? Eviterei di andare a guardare la forma di governo di Malta, dell’India… guarderei davvero a casa nostra, perché abbiamo la nostra Storia, le nostre peculiarità”. La certezza è una in questo contesto: è importante la comunicazione con l’elettorato.

Il dibattito si è concluso con le parole di Davide Gabriele che ha descritto lo spirito dell’Osservatorio, mirato a “offrire uno spazio di confronto, dove la politica urlante resti alla porta in maniera tale da far discutere professionisti che possa dar vita a un dibattito serio” e l’invito a ulteriori forme di comunicazione analoghe.