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Abbiamo intervistato Viviana Mazza, esperta di politica estera e giornalista del Corriere della Sera. Nel suo dialogo con Nazione Futura spiega le prospettive politiche dei maggiori partiti americani e l’intenzione degli Stati Uniti di impedire che Teheran possa dotarsi in futuro dell’arma atomica.

Può esprimerci le sue considerazioni in merito all’attuale status dei due maggiori partiti americani?È probabile che Joe Biden corra per un secondo mandato? Tra i repubblicani, Ron De Santis o quale altra figura potrebbe battere Donald Trump alle primarie?

Joe Biden ha intenzione di correre per un secondo mandato. Lo ha detto lui stesso dopo le elezioni di midterm. La scoperta che anche Biden, che aveva definito irresponsabile il suo predecessore Donald Trump per i documenti classificati sequestrati dall’Fbi a Mar-a-Lago, aveva conservato carte classificate risalenti al periodo della vicepresidenza e agli anni al Senato, non sembra incidere sulla decisione di ricandidarsi, che Biden dovrebbe prendere in via definitiva dopo il discorso sullo stato dell’Unione, del 7 febbraio, e che dovrebbe annunciare tra marzo e aprile. Uno dei motivi è che lo stesso ex vicepresidente Mike Pence, potenziale candidato alla nomination repubblicana, ha subito il ritrovamento di documenti classificati nella sua casa in Indiana: questo problema sembra più ampio di quanto non si pensasse in origine. Inoltre, Biden punta su una differenza importante – dal punto di vista legale – tra il suo caso e quello di Trump: l’attuale presidente non ha volutamente conservato carte segrete, creando ostruzione alla giustizia, ma ha segnalato per primo il ritrovamento e ha collaborato con l’Fbi e il dipartimento di Giustizia. Per quanto riguarda i potenziali candidati alla nomination repubblicana, il governatore della Florida Ron DeSantis, rieletto a novembre con 19 punti di vantaggio, ha cominciato a considerare le assunzioni di team elettorali in Iowa e New Hampshire, i primi stati a votare nelle primarie. Non si è ancora ufficialmente candidato ma se, come pensano molti, scenderà in campo, DeSantis è considerato il più temibile sfidante di Trump. Lo dicono i sondaggi in stati come South Carolina o New Hampshire, nei quali il governatore della Florida sorpassa l’ex presidente (mentre tutti gli altri potenziali candidati da Mike Pence a Mike Pompeo, ex segretario di Stato, sono assai più indietro). Nei sondaggi nazionali Trump è ancora in testa su DeSantis, il quale dovrà dimostrare di avere un appeal in tutti gli Stati Uniti e non solo in Florida. Un’indicazione dell’entusiasmo per DeSantis si è vista alla Jewish Republican Coalition di Las Vegas, appuntamento quasi obbligatorio per chi nel partito repubblicano vuole candidarsi alla presidenza: qui lo scorso novembre DeSantis ha avuto un’accoglienza da rockstar, più “calda” di quella di Trump che si è connesso solo in remoto. Nikki Haley, ex ambasciatrice all’Onu durante la presidenza di Trump ed ex governatrice della South Carolina, sarà la prima repubblicana dopo lo stesso Trump a candidarsi alla nomination del partito: ha già annunciato che ufficializzerà la cosa il 15 febbraio. Trump non la teme, le ha dato la sua benedizione.  

La geopolitica americana potrebbe subire delle modifiche sostanziali in caso di cambio di equilibri e maggioranze al potere in politica interna?

Su Cina e Ucraina finora c’è stato un sostanziale accordo bipartisan al Congresso. Sull’Ucraina adesso questo approccio è messo in discussione: dopo le elezioni di midterm i repubblicani hanno conquistato la maggioranza alla Camera e tra i deputati dell’ultradestra ci sono voci critiche sull’appoggio alla guerra. Lo stesso speaker della Camera Kevin McCarthy, eletto con grande difficoltà per l’ostruzionismo di questi ultimi deputati, pur avendo applaudito il presidente ucraino Zelensky durante la sua visita a Washington lo scorso dicembre, ha detto che gli Stati Uniti “non daranno più un assegno in bianco” a Kiev. Al di là di ciò che dichiarano i due partiti, va detto che secondo alcuni studiosi americani, la crisi interna della democrazia americana evidenziata da episodi come l’assalto al Congresso del 6 gennaio 2021 ma in fondo irrisolta indebolisce l’immagine e il potere degli Stati Uniti anche in politica estera. 

È possibile che gli USA sostengano militarmente Israele in caso di operazione volta a smantellare i siti nucleari iraniani? La Casa Bianca potrebbe aumentare la pressione sul regime sciita ed il sostegno alle proteste in Iran, nel tentativo di arrivare ad un regime change?

Dopo un recente attacco contro un sito militare (non un sito nucleare) a Isfahan, in Iran, i media americani hanno attribuito l’operazione a Israele. Ma si ipotizza un coinvolgimento anche americano e di una coalizione internazionale che include alcuni Paesi sunniti della regione. Per quanto riguarda un eventuale attacco ai siti nucleari: è chiaro che al momento non c’è possibilità di resuscitare il JCPOA, l’accordo sul nucleare siglato dall’Occidente con l’Iran e abbandonato da Trump. In questo momento, il solo fatto di dialogare con il regime iraniano è oggetto di critiche degli attivisti iraniani, vista la repressione e le impiccagioni in seguito alle proteste dopo l’uccisione di Mahsa Amini. Ma non è solo questo il problema: l’asse Iran-Russia, con le forniture di droni per l’Ucraina, non aiuta. Gli Stati Uniti evitano di dire che il JCPOA è morto e considerano ancora la diplomazia la via migliore, ma hanno detto chiaramente da sempre che non permetteranno che l’Iran si doti di un’arma nucleare. Se l’arricchimento dell’uranio in Iran arrivasse al 90% tutto cambierebbe. Perciò Usa e Israele stanno discutendo su misure più dure nei confronti dell’Iran.