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Il terremoto di proporzioni drammatiche che ha colpito Turchia e Siria potrebbe avere un impatto considerevole sul prossimo futuro delle due nazioni in campo sociale, economico e – soprattutto per Ankara – geopolitico. Se la Siria, già provata da una sanguinosa guerra interna, dalla povertà sociale diffusa e dall’influenza russa che – attraverso il dittatore Bashar Al-Assad – nei fatti la controlla, vede questa tragedia peggiorarne ulteriormente lo status e le difficoltà, per Ankara il dramma del sisma è un vero smacco anche per il suo ruolo in politica estera. In piena campagna elettorale, il presidente Erdogan sta tentando di mostrarsi agli occhi della popolazione come un politico ancora capace di espandere la forza di influenza del paese nel resto del mondo, attraverso l’uso del ricatto e la capacità di trattare in chiave speculativa con partner strategici o presunti alleati.

Un’immagine di sé e della nazione turca narcisistica e sovrastimata, che Erdogan promuove anche per mitigare il costo sociale della crisi inflazionistica ed economica, oltre che della progressiva e costante svalutazione della lira turca. Inoltre, l’aumento repentino e massiccio del costo della vita ha spinto il governo turco ad introdurre misure economiche espansionistiche e pompare l’economia, onde evitare lo scoppio di crisi sociali e l’intensificazione del malcontento popolare.

Una scelta decisamente rischiosa, dato il rischio di un incremento dell’inflazione a lungo termine che quest’approccio potrebbe produrre ed anche la risaputa esposizione della Turchia sui mercati internazionali, che la rendono vulnerabile alle speculazioni. Tuttavia, l’avvento del terremoto potrebbe compromettere lo status di Ankara ed il margine di manovra di Erdogan in politica estera, a causa della necessità per il paese di ricevere assistenza finanziaria ed umanitaria in campo internazionale: sin dalle prime ore successive al tragico evento, si è assistito ad una schiera di paesi, alleati e non, pronti a promettere incrollabile sostegno ad Ankara. In particolar modo, è da segnalare l’approccio disponibile di tre stati chiave, quali gli USA, la Russia ed Israele.

Washington non attraversa un periodo di proficua collaborazione internazionale con Ankara, a causa dell’espansionismo neo-ottomano che Erdogan punta a condurre. Membro della NATO esclusivamente per i propri interessi, densa di ambiguità su ogni dossier strategico, la Turchia ha numerose volte rischiato di essere espulsa dall’alleanza atlantica. Nelle scorse settimane ha preso forma un sotterraneo quanto aspro dibattito tra i vertici diplomatici turchi ed americani, determinato dall’ostruzionismo di Ankara verso la ratifica dell’entrata di Svezia e Finlandia nella NATO (motivato anche da fini elettorali e destinato a durare fino alle elezioni), dalla volontà americana di ritardare la vendita di jet da guerra ad Ankara e dall’approccio turco nei riguardi dei curdi in Siria ed Iraq.

Quanto alla Russia, è interessante e da segnalare la volontà declamata da Vladimir Putin di sostenere apertamente la Turchia in questo momento complesso: Mosca vede in Ankara un paese ambiguo sul piano del sostegno alla linea atlantica e conta di poter tenere aperti con lei proficui canali diplomatici, al fine di provare a disarticolare il campo occidentale ed ottenere collaborazione sui dossier strategici, in proprio favore. Inoltre, è pronta a negoziare con Ankara sulla possibilità di concedere l’apertura dello spazio aereo siriano in caso di intervento militare aereo turco a danno dei curdi nel territorio, o a permettere l’ingresso di truppe nel paese.

Discorso fondamentale è anche quello relativo al supporto offerto da Israele: Gerusalemme attraversa una fase particolare delle proprie relazioni con la Turchia, che ha visto un parziale riavvicinamento, dopo il gelo degli scorsi anni. Nell’ottica israeliana la possibilità di sostenere Ankara in questa drammatica fase potrebbe aprire ad una rinegoziazione futura della sfera di influenza turca in Medio Oriente. Concentrata sulla lotta a Teheran, che potrebbe presto tramutarsi in guerra su larga scala, Israele non può permettere un’espansione incontrollata della Turchia nella regione, che difficilmente potrebbe contrastare se impegnata in un conflitto diretto. Pertanto, Gerusalemme potrebbe sfruttare le proprie riserve e la sua agibilità finanziaria per evitare il crollo totale della lira turca e sostenerne il debito, garantendosi il possesso di un’arma di ricatto nei confronti di Erdogan.

Al netto delle dichiarazioni di giubilo e circostanza, eventi catastrofici sconvolgono il panorama, gli status e le opportunità geopolitiche di nazioni ed imperi. Dinanzi alla necessità di essere sostenuta ed assistita economicamente, la Turchia potrebbe ritrovarsi costretta a modificare almeno in parte il proprio atteggiamento in politica estera. Il sultano Erdogan rischia di dover instaurare compromessi fino ad oggi scartati per garantire la propria presa in campo internazionale, quale prezzo da pagare per veder garantito il sostegno al suo paese colpito dal sisma.

Per l’Italia, le relazioni con la Turchia sono fondamentali ma necessitano di una ridefinizione di spazi e ruoli, dato il nostro obiettivo di tornare a svolgere un ruolo cardine nel Mediterraneo e nei paesi nordafricani, dove la sfera di influenza turca è tutt’ora molto diffusa ed ingombrante. Saper sfruttare il momento e riuscire strategicamente ad inserirsi nei teatri geopolitici di nostro interesse sotto dominio turco sarà una sfida importante quanto irrinunciabile, in cambio della vicinanza che Roma non farà mancare ad un paese colpito da una catastrofe naturale.