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E ci risiamo, verrebbe da dire. Martedì, a Strasburgo, è stata presa l’ennesima decisione porterà l’Europa sul baratro economico ed industriale in non più di vent’anni. Il fanatismo ambientalista, che, ormai da anni, pervade le stanze buie dell’Unione Europea, ha preso nuovamente piede. L’Europarlamento, mostrando divisioni interne alla maggioranza Ursula di cui poi parleremo, ha votato il definitivo stop alla vendita di auto a diesel e benzina a partire dal 2035.

Viene quasi da chiedersi se vi è una certa malafede in Europa. La decisione era nell’aria: le norme approvate fanno parte del pacchetto ambientalista Fit for 55 (da leggersi anche come “Suicidio europeo”), sul quale sorgevano alcuni dubbi e molte insoddisfazioni. All’interno di questo pacchetto normativo, oltre al divieto della vendita di auto a diesel e benzina entro il 2035, troviamo anche le disposizioni in materia di efficientamento energetico degli immobili, in merito alle quali abbiamo discusso le settimane precedenti con Giorgio Spaziani Testa, Presidente di ConfEdilizia, fermamente contraria a questa nuova patrimoniale colorata di green tutta in salsa europea.

Fratelli d’Italia, Lega e Forza Italia hanno correttamente votato contro lo stop al diesel ed alla benzina entro il 2035. Il premier Meloni è stato molto chiaro in occasione della conferenza di fine anno, dove appunto ha sancito la sua, nonché del Governo, contrarietà. “Non produrre più motori a combustibili fossili nel 2035 è irragionevole. Lo considero profondamente lesivo del nostro sistema produttivo. Mi pare che sia una materia su cui c’è una convergenza trasversale a livello italiano ed intendo utilizzare questa convergenza per porre la questione con forza”, ha affermato in quell’occasione il premier. Questa convergenza si è confermata per quanto riguarda i partiti che supportano il suo governo, sebbene facciano parte di diversi gruppi parlamentari europei, ma vano è stato il tentativo di far cambiare idea a Ursula & Co.

Il computo finale è stato di 340 voti favorevoli, 279 contrari e 21 astenuti. La maggioranza che vige in Europarlamento si è divisa. PPE ed i socialdemocratici, che supportano la Presidente Metsola, si sono spaccati e, in soccorso ai socialisti, sono intervenuti Renew Europe ed i verdi, dato che una parte di popolari, tra cui Forza Italia, ha votato contro. Gli amici di Renzi e Calenda, nonché dei 5 stelle – le scorse settimane hanno visto Conte molto attivo alla ricerca della possibilità per i grillini di far parte dei verdi europei – hanno deciso di votare contro l’interesse italiano. Un convinto “no” a questa assurda idea dell’Europa era – ancor prima di oggi chiaramente – arrivata dal Governo italiano, ben consapevole dei rischi per il settore automotive in termini di occupazione.

Non possiamo nemmeno dimenticare che, a differenza di quanto ci dice la buona e giusta Ursula – la Presidente senza mai un capello fuori posto – il futuro delle auto non è, o comunque non può essere, solo elettrico. Oggi è al centro del dibattito l’elettrico essenzialmente per due motivi: immensi interessi, vale a dire ingenti investimenti economici sul settore, e necessità di attendere gli sviluppi dell’idrogeno e dei biocarburanti. L’aspetto che ci lascia maggiormente scioccati – per lo meno i sottoscritti, non l’Unione Europea da quanto sembra – è rappresentato dalle tempistiche previste, che, come giustamente sottolineato martedì pomeriggio dalla viceministra all’Ambiente e sicurezza energetica Vannia Gava, sono assolutamente insostenibili per l’industria italiana. 

Siamo, quindi, ancora qui a parlare di decisioni europee che non avvantaggiano l’Europa. Come se un padre di famiglia facesse delle scelte non favorevoli ai propri cari. Non si capisce il perché. L’Unione Europa deve tutelare i paesi europei o le lobby – che giustamente fanno il loro sacrosanto e rispettabile lavoro – dell’elettrico? Se da domani il Governo Meloni, alza le tasse, apre i porti all’immigrazione clandestina, abbandona il progetto del Mediterraneo allargato o addirittura abbracciasse le istanze di Putin, saremmo qui a contestarne l’operato. Però, caso vuole che si torna sempre al solito punto: le istituzioni europee non tutelano gli interessi dei cittadini europei. E lo stop alla vendita di auto a diesel e benzina entro il 2035 ne è l’amara rappresentazione.