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l presidente degli Stati Uniti Joe Biden si è recato a Kiev e Varsavia in prossimità del primo anniversario della guerra d’Ucraina, puntando sulla valenza storica e simbolica della sua visita. Paragonabile alla dichiarazione di John Kennedy “io sono un berlinese” del 1963 o al discorso di Ronald Reagan dinanzi alla porta di Brandeburgo, in cui pronunciò la celebre frase “Mr. Gorbaciov, abbatti questo muro”, la passeggiata del Potus in centro a Kiev – con tanto di abbraccio al presidente ucraino Zelensky – segna la contrapposizione tra due mondi differenti, quello democratico ed autocratico, che è giunta ad un nuovo bivio storico. È la prima volta che un presidente degli Stati Uniti si reca in un paese in guerra e ne incontra il vertice istituzionale, non avendo dei soldati americani coinvolti direttamente sul campo di battaglia. 

Segno evidente dell’apporto occidentale alla causa ucraina e dell’importanza che la guerra in corso ricopre per la sicurezza del continente europeo, che l’impegno e la presenza americana intendono rafforzare e garantire. All’indomani del viaggio a Kiev, Joe Biden ha tenuto un incontro istituzionale in Polonia, culminato con un discorso dinanzi al castello di Varsavia. 

Il suo intervento ha assunto indefinibile importanza, dato che nella mattinata, dinanzi all’interno parlamento russo ed ai vertici istituzionali, Vladimir Putin aveva tenuto un discorso rivolto alla nazione, incentrato sulle prospettive della sua “operazione militare speciale”. È qui che è andata in scena la definitiva contrapposizione tra due mondi e civiltà differenti, contraddistinte da un’idea ed un racconto di sé antropologicamente inconciliabile.Vladimir Putin – non fornendo novità alcuna in ambito comunicativo – ha recitato un prolisso e lungo proclama di sfida e lotta alla civiltà occidentale. 

Evidenziando nuovamente il marchio sovietico della politica russa, attraverso il rovesciamento delle tesi e delle situazioni sul campo diplomatico ha invocato la rivolta morale della sua gente contro il nostro stile di vita. Denunciando la presunta imminente legalizzazione della pedofilia in Occidente, ha descritto la “grande madre russa” come l’unica alternativa possibile ad un mondo di perversione e satanismo. Escludendo le tesi sconclusionate e propagandistiche, rivolte più all’opinione pubblica interna da compattare che al mondo esterno, lo zar ha sottolineato alcuni passaggi fondamentali nel suo discorso: quella attuale, per la Russia, è una “guerra esistenziale” che non si può perdere ma soltanto vincere, pena la fine della nazione stessa. 

Putin ha ripetuto che il conflitto durerà a lungo, fino a quando gli obiettivi non saranno stati raggiunti e la sicurezza russa garantita definitivamente. Ritenendo ancora pubblicamente l’Ucraina come una mera provincia ribelle, governata da nazisti finanziati e manovrati dall’elite occidentale a seguito di un colpo di stato, Putin chiude la strada ad ogni eventuale soluzione negoziale del conflitto, dato che qualsiasi approccio diplomatico è – nei fatti –impossibile se non ritenente l’intera Ucraina quale parte integrante della nazione russa. L’Ucraina è – nella logica imperiale del Cremlino – la nazione ancestrale della Russia e perciò parte integrante della sua storia, impossibile da destinare a destini contrapposti rispetto a quello di Mosca. Uno scenario che delinea la prospettiva di conclusione del conflitto sul campo di battaglia – resta da vedere in che arco temporale – ed ha trovato riscontro nell’intervento deciso ma molto più breve di Joe Biden, tenutosi nel pomeriggio.

Il Presidente Biden ha rispolverato l’immagine degli USA che si affacciano al mondo, sfoderando il repertorio classico della politica estera americana: il rispetto dei diritti umani, dell’integrità territoriale dei popoli oppressi e della democrazia quali fattori imprescindibili per un mondo giusto e sicuro.

Parlando di “libertà contro la paura” ha sancito la necessità e l’intenzione della NATO e del mondo libero di sostenere attivamente Kiev fino alla “sconfitta della tirannia” che si è macchiata di crimini di guerra ed ha intenzione di cancellare l’Ucraina dalla cartina geografica, quantomeno sul piano politico. Anche in questo caso, è da annotare come la posizione americana sia conscia dell’impossibilità – quantomeno attuale – di condurre Putin ad alcun tipo di trattativa negoziale. 

Fattore fondamentale da aggiungere in merito è quello dell’inattendibilità della “mediazione cinese”: Pechino sostiene la Russia attivamente sul piano diplomatico ed è intenzionata, stando alla denuncia del segretario di stato USA Tony Blinken, a farlo anche militarmente perché coglie l’opportunità di prolungare la distrazione occidentale in un conflitto sanguinoso e svolgere il consueto doppio gioco.

Nel piano di pace che sarà presentato a breve, Pechino denuncerà l’atteggiamento occidentale ma si esprimerà a favore “dell’integrità territoriale degli stati”, provando così a denunciare l’apporto degli USA alla difesa di Taiwan. Infatti, nell’ottica cinese il rispetto dell’integrità territoriale significa l’obbligo per l’Occidente di non interferire negli affari interni della Cina, tra cui vi è la riunificazione con l’isola di Formosa. Nei fatti, un tranello diplomatico da cui gli USA stanno già mettendo in guardia, visto il tentativo cinese di ammaliare le istituzioni occidentali e proporsi quale possibile mediatrice nel conflitto in corso.