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Quello che si sta verificando nelle ultime settimane – possiamo tranquillamente dire – ce lo aspettavamo ormai da tempo. Non parliamo del duello – sempreverde, ormai – tra l’Occidente e Pechino, che caratterizzerà i prossimi decenni. Ciò che sta alimentando la nuova guerra fredda è un social. Parliamo, infatti, di TikTok, l’app creata dalla società cinese ByteDance, presente ormai sui cellulari di gran parte di noi. Il primo passo l’ha compiuto pochi giorni fa l’Unione Europea, obbligando tutti i suoi dipendenti a disinstallare l’applicazione entro il 15 marzo, pena il blocco da alcune applicazioni aziendali, come la posta elettronica. 

Ma da dove arriva questa decisione? È il primo episodio in Europa, di ban ad un’applicazione. Non dobbiamo meravigliarci. Il mondo in cui viviamo, sempre più interconnesso e basato sulla tecnologia, apre a nuove forme di scontro. L’UE ha seguito in realtà gli States, dove venti Stati si erano già mossi nella medesima direzione già pochi mesi fa. Poco prima di Natale, la goccia che fece traboccare il vaso: la stessa ByteDance, appunto la casa produttrice di TikTok, aveva ammesso che tramite l’app erano stati spiati alcuni giornalisti americani. In Cina è normale, in Occidente, grazie a Dio, no.

È qui che si instaura, poi, la decisione della Commissione europea, che ha seguito a ruota gli americani. È il nuovo campo di scontro quello delle tecnologie e, soprattutto, della tutela dei dati sensibili. È qui – su questo aspetto in particolare – che si accende il conflitto: Pechino utilizza questa applicazione come cavallo di Troia per spiare, acquisire e vendere dati di cittadini americani ed europei? La Cina fa pressione sugli amministratori di TikTok per coadiuvare determinati messaggi, in linea con la propaganda e gli interessi cinesi? Domande alle quali è difficile trovare una reale ed univoca risposta.

Gli attacchi hacker subiti da alcuni siti istituzionali italiani degli ultimi giorni non hanno che alimentato il timore nei confronti dell’app di fabbricazione cinese. Vi sono, però, differenze tra noi, europei, e gli USA, che potrebbero portarci ad altre decisioni. È utile, su questo fronte, leggere le parole dal Direttore Generale della nostra Agenzia per la Cybersicurezza Nazionale, Roberto Baldoni, che ammonisce sul rischio di seguire gli USA, a causa del nostro essere una media potenza regionale, che vive di libero mercato, che va fatto coincidere con la sicurezza informatica nazionale. Si è speso, su questo tema, negli scorsi giorni direttamente il Ministro della Pubblica Amministrazione, Paolo Zangrillo, che ha svelato ciò che ci immaginavamo tutti, ossia che anche l’Italia sta discutendo in merito al divieto di TikTok per i dipendenti pubblici. Come decisione farebbe sicuramente scuola: uno Stato occidentale che vieta l’utilizzo di un’applicazione… un qualcosa di inimmaginabile solo qualche anno fa. 

Dopo il caso dei palloni-spia, senza dimenticare il ruolo cinese nella guerra in Ucraina che sicuramente non ammicca alle posizioni occidentali, ora si aggiunge anche il caso TikTok. Il tutto ruota attorno alla domanda: fino a quanto siamo disposti a rischiare per tutelare i nostri dati? Che le app, presenti sui cellulari di tutti noi, profilassero i nostri dati e i nostri interessi, non è sicuramente una novità. Ma, quando a farlo è il principale nostro competitor per i prossimi anni? Ripeto: quanto siamo disposti a rischiare?