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Le primarie sono uno strumento serio, eccetto se ad organizzarle, gestirle e praticarle è il partito democratico. L’intero meccanismo che dalle parti del Nazareno definiscono “congresso” è la rappresentazione plastica del non sense che anima tutta la struttura di quello che doveva essere il grande partito dei progressisti italiani, tanto gli ex comunisti, quanto gli ex cattocomunisti della sinistra Dc.

La parola congresso riecheggia nella memoria di chi l’ha vissuta e di noi nerd della politica immagini magiche di una celebrazione laica ma a suo modo sacrale della politica, un momento cruciale nella vita di quei partiti che erano l’anima del sistema politico e gli attori unici e indiscussi della vita nazionale. La stagione congressuale equivaleva all’apertura di una fase crescente che partiva dalle sezioni cittadine, passava per i congressi provinciali, poi regionali fino alla grande assise nazionale, in cui veniva indicata la rotta al partito e de relato dei governi nazionali.

Il congresso del pd non è nulla di tutto ciò, ma una procedura astrusa, resa ancora più farraginosa dai bizantinismi tipici di una nomenclatura di per sé ancor più complessa perché legata alla fusione di due tradizioni e alla fascinazione verso altre esperienze come quelle d’oltreoceano. Solo che sostituire Lenin con Kennedy non equivale alla realizzazione di un vero e autentico partito progressista e sopratutto snello, aperto e rinnovato. Al contrario ciò che si è fatto è stato ricercare l’ennesimo compromesso politico, l’ennesimo equilibrismo a scapito di un vero e autentico rinnovamento.

A parlare chiaro è il risultato di questo lungo, “congresso” dove il voto dei circoli, quindi degli iscritti al partito ha visto prevalere Stefano Bonaccini, mentre il voto “di tutti”, nei gazebo ha premiato Elly Schlein. Ma la vera domanda è che senso abbia far votare il segretario del partito a chi non è iscritto al partito? Addirittura provocando un ribaltamento della volontà degli iscritti ai circoli, quindi di coloro che non solo hanno scelto di tesserarsi, ma vivono quotidianamente il partito. Il voto di un segretario politico dovrebbe essere esclusiva di coloro che vivono e animano la comunità, né di elettori “free” né tantomeno di truppe cammellate provenienti dall’esterno.

Questa sera il vecchio PD ha retto, e sopratutto ha impedito che quell’anima renziana interna tornasse a festeggiare, e a guardare all’odiato ex segretario. Ma a festeggiare sopratutto è il centrodestra che vede la sua prospettiva di governo sempre più a tempo indeterminato, viste, considerate e annotate le idee della neo leader di quel pd che “fu” già, prima di essere qualunque cosa sia.