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Se tu, caro lettore, conosci la natura e l’operato delle ONG, ossia le organizzazioni non governative, questa tua conoscenza è presumibilmente dovuta al ruolo che giocano nel Mediterraneo, relativamente all’immigrazione clandestina. Infatti, organizzazioni come la Sea Watch, allora capitanata da Carola Rackete (ricordate la capitana che speronò una motovedetta della Guardia di Finanza a Lampedusa?), la Sea-Eye, largamente finanziata dalla chiesa cattolica tedesca, la SOS Mediterranee e tante altre sono protagoniste degli sbarchi sulle nostre coste. C’era addirittura chi le accusava di fungere da “taxi del mare” ed altri che, invece, ne lodavano l’operato. Frontex le ha definite come unpull factor, un fattore di attrazione per tutti coloro che desiderano giungere sulle coste italiane. Difficile pensare che non sia così.

Ma non tutte, chiaramente, hanno questo ruolo. Ad esempio, le ONG presenti nello scandalo Qatargate hanno come obiettivo quello della tutela e della promozione dei diritti umani. Parliamo, infatti, della ONG fondata da Emma Bonino nel ’94, No Peace Without Justice, il cui direttore generale Niccolò Figà-Talamanca è stato arrestato il 9 dicembre scorso, eFight Impunity, fondata nel settembre 2019 da Pier Antonio Panzeri, considerato uno dei principali manovratori dello scandalo emerso.

Non facciamo, però, di tutta l’erba un fascio. Tante persone per bene lavorano in ONG che perseguono obiettivi nobilissimi. Per portare a casa i propri obiettivi, una delle principali azioni svolte da queste organizzazioni è la cosiddetta attività di advocacy, parola che deriva dal latino advocare, cioè “invocare, chiamare a sé”. Il concetto che, oggi, sta dietro all’advocacy è però quello di influenzare.

Potremmo, a primo impatto, pensare che si tratti di semplice lobbying, ma non è così. Rispetto alle lobby, le realtà che fanno advocacy si differenziano soprattutto in merito ai mezzi con cui raggiungono determinati obiettivi. Alla fine, gli obiettivi possono anche sovrapporsi: anche l’advocacy mira ad influenzare l’agenda politica su determinati temi, ma quello su cui si allontanano è la prospettiva molto più ampia e generale che caratterizza l’azione di advocacy, che vuole influenzare l’intera opinione pubblica, andando ben al di là a dei semplici incontri con i decisori politici.

Il ruolo – si può facilmente immaginare – più importante in questo tipo di attività è quello giocato dalla comunicazione. La comunicazione sia nei confronti dei decisori pubblici sia (soprattutto!) nei confronti dell’opinione pubblica. Spesso dietro a fenomeni come il #metoo Black Lives Matter, o tutte le battaglie ambientaliste, vi sono vere e proprie strategie di advocacy. Questo, effettivamente, fa perdere la spontaneità di determinate battaglie, ma allo stesso tempo una strategia professionale di advocacy permette, con molta più probabilità, a quelle battaglie di giungere a destinazione.

Non è quindi un qualcosa di campato per aria. L’advocacy necessita di pianificazione e organizzazione dei diversi strumenti di cui si avvale. Ad esempio, gli strumenti per l’advocacy possono essere l’organizzazione di manifestazioni di piazza e sit-in, campagne comunicative sui mass media o sui social network, conferenze e convegni, alleanze con altre realtà impegnate sui medesimi temi, oppure ricorrere a gesti forti o persone note al pubblico. Ad esempio, il tema del clima e della sostenibilità ambientale – con tutto ciò che ne consegue e ne conseguirà – è arrivato al centro del dibattito sicuramente per la gravità del fenomeno, ma anche e soprattutto perché associazioni, ONG, think thank ed altre realtà hanno sostanzialmente bombardato l’opinione pubblica in merito.

Poi, appunto, vi sono anche casi dove la natura dell’ONG è travisata per motivi economici, come appunto abbiamo visto nel Qatargate. Una stretta su queste organizzazioni porterebbe probabilmente a maggior trasparenza. È già previsto l’obbligo di iscrizione nei registri dei rappresentanti d’interesse per le ONG che hanno intenzione di fare lobbying, ma questo obbligo è facilmente disatteso. Non si iscrivono nel registro, ma parlano comunque con chi di dovere, tanto i controlli sono sostanzialmente assenti. Infatti, maggiori controlli farebbero solo che bene alle ONG corrette e trasparenti. Advocacy lobbying non sono reati, anzi.

È la massima rappresentazione del dialogo tra politica e opinione pubblica, ossia di confronto tra governanti e governati. Però, non possono giocare, queste ONG, il ruolo di corruttori per agenti esterni, come per agenti interni.